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L’evoluzione della cultura: il caso della religione

Dalla psicologia ingenua alle credenze religiose

Gli psicologi evoluzionisti ritengono, come ci riporta Dawkins, “che il cervello – così come l’occhio si è evoluto per guardare e l’ala per volare – è un insieme di organi (o “moduli”) che si sono evoluti per far fronte a specifiche esigenze di elaborazione dati. C’è un modulo per gestire la parentela, un modulo per gestire gli scambi reciproci, un modulo per gestire l’empatia e così via. La religione si può considerare un prodotto indiretto dovuto a un difetto funzionale di alcuni di questi moduli, per esempio quelli preposti alla teoria delle altre menti, alla costituzione di alleanze o alla tendenza a privilegiare il proprio gruppo a discapito degli estranei” (Dawkins, 2006, pag. 180).

Secondo la teoria di Paul Bloom, già da bambini abbiamo la capacità di separare dei corpi fisici dagli oggetti animati. Per questo motivo ci definisce “dualisti nati”. La mente umana sarebbe pertanto biologicamente predisposta a compiere questo tipo di separazione da cui, per un effetto appunto indiretto, potrebbero svilupparsi le credenze religiose. Una tale struttura cognitiva implica che l’essere umano tende a trattare le entità fisiche come separate dagli oggetti mentali. Per esprimere meglio il concetto, Bloom ci fa notare come noi tutti, più che identificarci con il nostro corpo, pensiamo di “abitarlo”. È proprio per la nostra natura di tipo dualistico, che attribuiamo a oggetti inanimati un’anima e possiamo accettare l’idea di anime prive di corpo (come Dio o gli angeli). Questo aspetto dualista, secondo Bloom, può essere considerato la base delle credenze religiose.

Abbiamo una certa tendenza ad attribuire una mente e una psicologia anche dove non ci sono. In particolar modo, attraverso la religione, diamo a corpi inanimati o a enti senza corpo fisico una “teoria della mente”, affermando che questi esseri hanno la capacità di attribuire stati mentali agli esseri umani. È un tipo di processo che può essere particolarmente utile per prevenire un attacco.

Esplichiamo il concetto sopra esposto: se sentiamo un rumore provenire da un cespuglio, pensiamo immediatamente che vi sia qualcosa al suo interno, piuttosto che considerare l’idea che il rumore sia semplicemente il prodotto del vento che smuove le foglie. Ciò accade perché se la nostra interpretazione fosse corretta – vale a dire che dietro al cespuglio si nasconde davvero qualcuno – potremmo trarne un beneficio per la nostra sopravvivenza mentre, in caso contrario, ci saremmo solo spaventati per nulla. Dunque attribuire stati mentali in situazioni ambigue, può rivelarsi vantaggioso per la sopravvivenza.

Daniel Dennet sostiene che quando proviamo a prevedere il comportamento di qualcuno (che sia un essere animato o no) possiamo approcciarci allo scopo in tre modi:

- atteggiamento fisico, è il più semplice da adottare, poiché qualsiasi corpo risponde alle leggi della fisica, ma tra i tre è l’atteggiamento più lento. Per questo motivo a volte non è il più conveniente;

- atteggiamento progettuale. Può essere una scorciatoia vantaggiosa per un oggetto “progettato”, ovvero si può “scavalcare” la fisica e pensare direttamente al suo aspetto funzionale. Ad esempio, noi non sappiamo come funziona il motore delle porte automatiche, ma sappiamo come dobbiamo comportarci dinnanzi a quest’oggetto.

Per quanto riguarda le cose viventi: “Non sono progettate, ma la selezione naturale autorizza una forma di atteggiamento progettuale nei loro confronti. Facciamo meno fatica a capire il cuore, se assumiamo che sia “progettato” per pompare il sangue” (Dawkins, 2006, pag.183).

- atteggiamento intenzionale. Vale a dire pensare non soltanto che un’entità sia progettata secondo uno scopo, ma sia anche un agente intenzionale. Attraverso questo atteggiamento saltiamo tutte le nozioni sulla fisica e sulla progettazione e saltiamo direttamente a capire quali sono le intenzioni di colui con cui abbiamo a che fare.

Quando ci troviamo in una circostanza particolarmente pericolosa, siamo più propensi a usare un comportamento di questo tipo piuttosto che altri, poiché fa risparmiare tempo utile per la sopravvivenza, anticipando le mosse dei nostri predatori o potenziali partner.

Nonostante questa strategia comportamentale possa essere vantaggiosa, non è detto che lo sia realmente in ogni situazione. Questo atteggiamento a volte può rilevarsi inutile; per esempio quando inveiamo contro il nostro computer che smette di funzionare nel bel mezzo di un lavoro o parliamo con il cielo chiedendogli di trasformare una brutta giornata di pioggia in una calda e soleggiata.

Justin Barrett a tal proposito ci ha lasciato la definizione di: “dispositivo iperattivo di rilevamento agenti” (Hadd, hyperactive agent detection device) secondo cui noi esseri umani siamo portati istintivamente ad attribuire stati mentali dove non ve ne è bisogno, “poiché sospettiamo volontà maligne o benigne là dove in realtà la natura è indifferente” (Dawkins, 2006, pag. 185).

Questo brano è tratto dalla tesi:

L’evoluzione della cultura: il caso della religione

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Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Ascione
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Francesco Ferretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

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Parole chiave

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mente modulare
rappresentazioni culturali
epidemologia

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