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La Riforma Gregoriana

Avvenimenti e personaggi di rilievo del periodo riformistico

Un noto studioso canonista, Agostino Fliche, all'interno del primo volume della sua nota opera sulla riforma gregoriana, è stato l'espositore più convinto di quella che si potrebbe chiamare la teoria delle origini lorenesi della riforma della Chiesa nel secolo XI.
Egli ha esaminato con diligente e paziente cura tutto il movimento riformatore, immediatamente precedente l'opera di Gregorio VII, ed ha creduto di poterne individuare i filoni più importanti: (A) nella riforma monastica, (B) nella riforma episcopale, (C) nella riforma imperiale, (D) nella riforma lorenese. Da un esame particolare dei singoli momenti della grande rivoluzione spirituale del secolo XI, e dalla valutazione della loro importanza, ai fini del risorgimento dei valori della Chiesa e del Papato, ha creduto di poter giungere alla conclusione che solo nel movimento lorenese si precisa chiaramente quel programma di preminenza del sacerdozio sul potere terreno, che sarà la pietra angolare sulla quale poggerà tutta la costruzione politico - religiosa di Gregorio VII.

Secondo il Fliche la riforma monastica, rappresentata sopra tutto dal movimento cluniacense, rinnovò realmente la vita spirituale dei chiostri; deprecò e stigmatizzò fieramente, per bocca di Oddone di Cluny, i mali della società del tempo, laica ed ecclesiastica; esaltò, nella polemica di Abbone di Fleury contro l'episcopato feudale, la superiorità dello stato monastico, ma per la sua stessa tendenza ad accentuare l'importanza della preghiera e della liturgìa a svantaggio dell'azione pratica, non portò alcun programma effettivo per risollevare la Chiesa dal suo stato di soggezione al potere laico.

Il problema dell'azione pratica venne invece affrontato da Attone di Vercelli e da Raterio di Verona, dai maggiori rappresentanti, cioè, della cosiddetta riforma episcopale italiana, caratterizzata, secondo il Fliche, da un programma puro e semplice di riforma morale del clero, senza però giungere ad affermare la necessità di risolvere quel fatale nesso di Chiesa - Impero, che aveva portato all'asservimento della Chiesa alla potenza terrena e al suo inquinamento feudale.

Attone, infatti, dopo aver descritto con i colori più accesi i vizi del clero del tempo nel suo "De pressuris ecclesiasticis", e pur condannando la simonìa come eresìa tanto in chi vende l'ufficio sacro quanto in chi l'acquista, non ardisce volgersi contro il potere regio, che appare essere il primo responsabile della decadenza del costume ecclesiastico, e si limita a un puro programma di riforma delle elezioni vescovili, che non si vede come avrebbe potuto essere realizzato in opposizione ai privilegi, ormai consolidatisi in una lunga tradizione, del potere secolare. Le elezioni dei vescovi avrebbero dovuto essere libere, fatte cioè dal clero e dal popolo; al re avrebbe dovuto essere riservato solo il diritto di consenso; non si sarebbero dovuti creare vescovi prima dell'età di 30 anni, e bisognava in ogni modo sceglierli con cura, specialmente per quello che riguardava la loro preparazione culturale e le loro attitudini spirituali. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Riforma Gregoriana

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Informazioni tesi

  Autore: Gianfranco Musiani
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Andrea Zanotti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

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