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L’odio ai tempi della Rete. Il caso Kyenge tra hate speech e razzismo diretto

L’odio corre su Facebook

Se quelli appena esaminati sono i discorsi dei professionisti della comunicazione, vincolati comunque a un codice deontologico, si può facilmente immaginare il far west nelle conversazioni quotidiane riversate in rete dai milioni di utenti di siti, forum, social network. Internet, se da un lato democraticizza l’accesso all’informazione, dall’altro fa circolare viralmente, e in modo pressoché incontrollato, qualsiasi tipo di contenuto. L’immediatezza e l’anonimato, uniti alla percezione di impunità, fanno il gioco dei fomentatori dell’odio, che in rete agiscono quasi indisturbati facendo innumerevoli proseliti.

Il primo caso famoso di hate speech online risale ai primi anni Novanta: si tratta di Stormfront , nato come bacheca elettronica e poi divenuto, nel ’95, un sito web gestito dall’ex Ku Klux Klan e leader nazionalista Don Black. Per i suoi contenuti razzisti e neonazisti, è stato oggetto di un documentario dal titolo “Hate.com”.

Attualmente si presenta come un forum di discussione, i cui curatori si definiscono una comunità online di “bianchi nazionalisti” che intende autopromuoversi per contrastare i tanti siti che “promuovono gli interessi e i valori dei cosiddetti ‘non-bianchi’”. Difendere i diritti e gli interessi dei “nostri” contro gli invasori, promuovendosi al tempo stesso a paladini della sicurezza, sono le principale giustificazioni a sostegno del proliferare anche nel nostro paese di siti (come “tuttiicriminidegliimmigrati.com”) e pagine Facebook che istigano all’odio e all’intolleranza, come “Occidente”, “Hulk contro il governo ladro”, “Avvistamenti di creature mitologiche”, “Le accuse di razzismo di Cécile Kyenge”, per non parlare dell’aberrante gioco “Rimbalza il clandestino” ideato da Renzo Bossi, figlio del fondatore della Lega Nord Umberto, nel 2009.

Tutti questi gruppi e profili nascono, si “ingrossano”, scompaiono a causa delle segnalazioni, e rinascono con un nome leggermente diverso, recuperando subito i propri adepti. I toni sono quelli della più becera retorica populista, che usa argomenti come “il razzismo nei confronti degli italiani” (classico rovesciamento dei ruoli), fa dell’aggettivo “nostro” una specie di mantra da associare ossessivamente ad altri termini fortemente connotati come “patria”, “sangue”, paese”, “popolo”, “tradizioni”, “valori”, “nazione”, “Costituzione”.

A fare da controcanto alla melensa celebrazione dell’italianità, le solite formule vittimistiche a difesa dei “veri italiani”: “sentirsi stranieri a casa propria”, “dotare una parte di soli diritti ed un’altra solo di obblighi” (anche lo Stato si prende le sue), “invasione indiscriminata” e via dicendo. In un clima del genere, esasperato dagli effetti della crisi economica, il ministro per l’integrazione Cécile Kyenge non poteva che rappresentare il bersaglio ideale: donna, originaria del Congo (tra l’altro arrivata in Italia clandestinamente), di sinistra e a capo di un (neonato) ministero che si occupa dei diritti degli immigrati. Apriti cielo!

Questo brano è tratto dalla tesi:

L’odio ai tempi della Rete. Il caso Kyenge tra hate speech e razzismo diretto

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Informazioni tesi

  Autore: Elisa Pordon
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Vincenzo Romania
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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Parole chiave

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