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Relazioni recluse: Madre e bambino in carcere

La detenzione agli occhi di un bambino

In un suggestivo romanzo di Rosella Pastorino (2013), dal titolo "Il corpo docile", viene narrata la storia vera di Milena nata in carcere, dove ha vissuto fino a tre anni.
Il corpo di Milena è stato un corpo docile, il corpo di un'innocente che sconta una colpa non sua, un corpo infantile passibile di violenza.
La madre di Milena è stata arrestata per tentato omicidio in un momento di rabbia e di gelosia. Era incinta di Milena e aveva scoperto le scappatelle di suo marito.
I nonni paterni hanno insistito sulla volontà di prendersi cura della bambina evitandole il carcere, ma la mamma di Milena ha voluto tenerla con sé perché è tutto quello che le resta e anche per il timore che la bambina un giorno non la riconosca.
In carcere, Milena e sua madre sono una cosa sola, un corpo unico, un unico desiderio. Quando ti ritrovi in carcere e aspetti un bambino, egli diviene l'unica innocenza a cui ci si aggrappa, da cui non vuoi separarti, anche se vuol dire crescerlo fra quattro mura, anche se vuol dire renderlo un detenuto innocente. Milena cresce insieme a Eugenio, il figlio di un'altra detenuta e compagna di cella. Eugenio, è il suo compagno di giochi, figura essenziale per lei.
Da piccoli, usciti dal carcere, a casa di Milena giocavano a chiudersi a chiave a vicenda. Le mamme glielo avevano proibito, la chiave era bandita da ogni stanza. Ma quando loro si distraevano a chiacchierare, riepilogando i destini di tutte le compagne del nido, Eugenio e Milena scappavano in bagno: la chiave stava sul davanzale della finestra. Si arrampicavano sullo sgabello per infilarla nella toppa. All'inizio, non si chiudevano per davvero. Imitavano il rumore dello schiocco nella serratura con la lingua che bussava sui denti. Il suono della blindata che sbatteva sulle loro notti nella culla, era uno sparo di fucile, le blindate non avevano maniglie, le blindate non erano porte: erano muri. Le porte vere hanno le maniglie e si possono aprire anche da dentro, con le porte vere si può giocare a guardie e ladri.
Dalla storia di Milena, viene evidenziato come possa essere difficile per un bambino accettare la separazione dalla propria mamma al compimento del terzo anno di età. Milena si ritrova in una casa sconosciuta, con un padre burbero, e l'unico desiderio che ha è quello di stare con la sua mamma.
Oggi ha ventiquattro anni, e si prende cura dei bambini reclusi nel carcere di Rebibbia, tra i bambini c'è Marlon che presto verrà separato dalla madre detenuta, e Milena conosce bene il dolore che si prova e vorrebbe evitarglielo a tutti i costi.
Nel romanzo, viene trattato anche il dolore che causa la detenzione e delle tante donne che decidono di farla finita perché a quel dolore non trovano soluzione alcuna. Donne che tentano il suicidio con le pile dei telecomandi, con le scorze di uova sode, con il fornello del gas, gesti estremi per porre fine a estremi dolori. Di "mal di carcere" non si ammalano solo le detenute, ma anche gli agenti penitenziari. Cecilia, la guardia penitenziaria preferita di Milena, si tolse la vita. Milena le chiese di farle vedere casa sua talmente tante volte che decise di portarla con sé, nel tragitto la bambina si ferma e vuole tornare indietro a chiamare la sua mamma e farle vedere quanto è bello fuori. Successivamente, Cecilia si è ammazzata con la pistola di ordinanza. Il carcere è un dolore per tutti.
La madre di Milena dice che il dolore è ingiusto perché va a peso, più ne muoiono e più vale. Aggiunge che in carcere i detenuti sono "pezzi" rotti da buttare, e il loro dolore ha poco peso. Purtroppo nella società in cui viviamo, i detenuti fanno parte di un pregiudizio su cui non viene riposta grande considerazione. Ma bisogna comprendere che è tutto il contrario, è il più debole che può finire nell'errore, e seppur è giusto che paghi i suoi errori con la detenzione, bisogna aiutarlo e sostenerlo in un percorso che doni lui soprattutto forza d'animo. E per dirlo con le parole della Pastorino: "il tentativo di salvare un essere umano, è l'unico modo per salvare se stessi" (Pastorino, 2013).
Con il passare degli anni l'esperienza del carcere rimane, la sindrome da detenuta rimane addosso come una cicatrice. Il carcere e le vite dimenticate chiuse dentro. Il carcere e quelle vite senza famiglia e senza amici.
La ferita che lascia il carcere è molto grande, Milena come gli altri bambini si abituano a vivere in un "nido caldo di paura", una paura che non smette di esistere neanche una volta lontano dalle mura detentive, e che per molti bambini rappresenta la prima culla.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Relazioni recluse: Madre e bambino in carcere

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Informazioni tesi

  Autore: Nicoletta Nicastro
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Carla Candelori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 117

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Parole chiave

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