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La Repubblica d’Islanda: la crisi economica e le sue conseguenze

Lineamenti generali dell’economia islandese

La struttura socio-economica dell'Islanda, durante gli oltre seicento anni della dominazione danese e norvegese, fu prettamente feudale. La maggioranza della popolazione lavorava in stato di semiservitù sulle terre di proprietà della Chiesa o dei dominatori stranieri. Nel 1904 gli islandesi che ancora vivevano nelle Hreppur (si veda il capitolo 1.1) erano circa 80mila e solo il 20% di essi viveva nelle città. Le difficoltà nel coltivare una terra poco fertile, insieme alla scarsezza del pescato, rendevano in alcuni anni impossibile soddisfare la domanda di una popolazione in continuo aumento (crescita demografica da sempre tra le più alte in Europa), così l'inizio del secolo vide le prime migrazioni di massa.

La II guerra mondiale segnò una svolta per l'economia. Gli aiuti degli USA e gli investimenti delle banche pubbliche islandesi nel continente diedero all'Islanda cospicui fondi da poter reinvestire sul proprio territorio. Anche la stessa base Nato di Keflavik rappresentava, per un economia così piccola, il 15-20% del PIL. Nel periodo che per l'Europa ha coinciso con la ricostruzione, l'Islanda ha vissuto un boom economico, anticipando quello del continente e balzando al secondo posto, dietro solamente alla Svezia, nella classifica del reddito pro capite europeo. Un altro fattore determinante per la crescita dell'Islanda fu la voglia di riscatto dei suoi abitanti, finalmente liberi dopo oltre 600 anni. L'isola si aprì di nuovo al mondo e seppe sfruttare le sue dimensioni per creare un modello di capitalismo coordinato dallo Stato, in cui ogni individuo della comunità svolgeva un ruolo per sé e per gli altri. Il modello di capitalismo sociale fu la scelta vincente per l'Islanda, finché non divenne necessario, per rimanere al passo con la globalizzazione dell'economia, iniziare un processo di liberalizzazioni e di privatizzazioni.
L'Islanda, perciò, abbandonò quel modello, scelto anche da Germania e Giappone, caratterizzato dallo sviluppo capitalista su caratteri comunitari, nei quali l'impresa è costituita da diversi soggetti economici che lavorano ognuno secondo il proprio ruolo per il conseguimento di uno scopo comune: lo sviluppo di lungo periodo. L'esportazione dei prodotti ittici trainava l'economia islandese garantendo ingenti entrate in valuta estera. Con l'incremento della pesca, le campagne si svuotarono e le città si ingrandirono intorno all'indotto del settore: porti, cantieri navali e allevamenti ittici, soprattutto dopo le vittorie contro la Gran Bretagna nelle guerre del merluzzo (cfr. cap.1.4).

Un'economia basata sull'esportazione, però, creò anche alcuni problemi. Le variazioni del prezzo del pesce e della quantità del pescato furono la causa delle fluttuazioni nella crescita del PIL islandese, tra i più volatili dei paesi OCSE. Il tasso di cambio fu stabilito dalla Banca Centrale proprio per sostenere il settore ittico. Questa misura, pur favorendo le esportazioni, destabilizzò il resto dell'economia, in quanto il valore della moneta oscillava a seconda del valore del pescato. Ulteriore conseguenza della politica espansiva sul tasso di cambio fu quella di provocare un surplus della bilancia dei pagamenti che causerà uno dei maggiori problemi dell'economia nel dopoguerra, l'inflazione sempre intorno al 30-50% Effetto di tale iperinflazione furono i tassi di interesse negativi. Dal 1972 al 1980 i tassi medi di prestito reali presso le banche commerciali variarono da meno 5,1 % a meno 26,5% e le perdite di capitale annuali dei depositanti in quegli anni (19721983), misurate come percentuale del PIL, mutarono dal 2,12% al 7,46%.

I depositanti risposero sostituendo agli investimenti bancari, altre forme di risparmio come, ad esempio, l'acquisto di immobili. Il rapporto tra i depositi bancari e il PIL scese da un valore compreso tra il 39% e il 44 % nel 1960, al 21% nel 1978, riducendo il sistema bancario nazionale di quasi il 50% e limitandone la capacità di finanziare l'attività economica. Quando i tassi di interesse negativi cominciarono ad erodere il sistema bancario, il Governo cercò una soluzione attraverso prestiti esteri, in tal modo il debito verso l'estero aumentò da circa il 20% del PIL negli anni '70 ad un massimo del 61% nel 1980. Solo nel 1979 il Governo perse il controllo dell'inflazione, introducendo il meccanismo di indicizzazione dell'inflazione, con il quale i prestiti avrebbero pagato un interesse reale fisso, mentre il capitale del prestito avrebbe seguito l'inflazione.
Lo Stato, in quegli anni, partecipava attivamente alla gestione dell'economia del paese, detenendo sia le principali aziende sia le banche. In un certo senso il fenomeno dell'Islanda oligarchica (in mano a poche famiglie nel periodo feudale) continuava sotto altre forme, anche durante la Repubblica e continuerà ancora durante l'epoca di David Oddsson. L'egemonia politica di una classe dirigente di destra e la contemporanea presenza dello Stato nel mercato degenerarono col tempo, creando un sistema clientelare divenuto una delle cause della crisi del 2008. […]

La Banca Centrale islandese, così come quelle degli altri paesi, aveva, tra l'altro, il diritto esclusivo di emettere banconote e monete, di gestire le riserve in valuta estera e di supervisionare le operazioni di tutte le istituzioni autorizzate ad accettare depositi del pubblico, regolando, inoltre, i tassi di interesse e la liquidità del sistema bancario. Altro fatto decisivo per l'economia fu l'entrata dell'Islanda nelle Organizzazioni internazionali; scelta, questa, presa non senza discussioni interne, tuttavia necessaria per far si che l'Islanda non rimanesse isolata nel mercato internazionale. Dopo l'entrata nell'Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT) nel 1968 e due anni dopo nell'Accordo Europeo di Libero Scambio o EFTA (European Free Trade Organization), gli effetti positivi furono immediati.

L'EFTA era stata fondata il 3 maggio 1960 come accordo commerciale alternativo tra quegli stati europei che non volevano o non rispettavano i parametri per aderire all'allora Comunità Economica Europea. La differenza principale tra la CEE e l'EFTA era l'assenza di una tariffa doganale esterna comune e, pertanto, ogni membro dell'EFTA era libero di stabilire i singoli dazi doganali per il commercio con i paesi non appartenenti all'EFTA. I membri attuali dell'EFTA sono l'Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera, visto che Danimarca e Regno Unito hanno aderito alla CEE. Tale separazione ha fatto perdere importanza all'organizzazione, dunque alcuni stati EFTA decisero di partecipare nel 1992 a colloqui con la neo Unione europea riguardanti la possibilità di creare uno Spazio Economico Comune Europeo. Prima di poter entrare nello Spazio Economico Europeo, l'Islanda dovette prendere altre misure economiche volute dall'Europa, prime fra tutte i provvedimenti per combattere l'inflazione. Nel 1994 l'Islanda e gli altri paesi EFTA entrarono nel SEE o EEA (European Economic Area) che permetteva loro di partecipare al Mercato Unico europeo, senza essere membri della UE, la contropartita era l'adozione di quasi tutta la legislazione comunitaria. Lo Spazio Economico si basava su quattro libertà: la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali. Una commissione congiunta fra i membri non appartenenti all'UE e la Commissione Europea aveva il compito di estendere i modelli legislativi dell'Unione agli altri paesi. […]
La Banca Centrale, la partecipazione alle Organizzazioni internazionali e, infine, la nascita nel 1985 del KauphöllÍslands (il mercato azionario che nel 2006 si è fuso con OMX che controlla gli scambi in tutti i paesi nordici e baltici) su iniziativa della stessa Banca Centrale contribuirono rispettivamente alla stabilizzazione della politica monetaria e ad incrementare il commercio e le possibilità di sviluppo. Nel 1984 furono liberalizzati i tassi di interesse che vennero subito alzati dalle banche, consentendo l'arrivo di un ingente afflusso di moneta estera. Nello stesso periodo venne concessa la libertà dei movimenti di capitale e si lasciò che il valore del tasso di cambio fosse determinato dalla domanda e dall'offerta del mercato. [..]
La liberalizzazione della competizione fra gli istituti di credito sui tassi di interesse avrebbe creato vantaggi ai cittadini. La prima banca ad essere privatizzata fu, nel 1990, la Glitnir, creata nel 1904 dalla fusione della Banca del commercio, dell'industria e dei pescatori. La Landsbanki era la Banca commerciale più grande e venne privatizzata in vari passaggi tra il 1997 e il 2003. La Kaupthing, invece, era la banca che operava di più all'estero, fu privatizzata con l'ingresso in Borsa nel 2000, attraverso la vendite delle quote controllate dallo Stato.

Le altre riforme realizzate dal Governo negli anni successivi furono:
- la riduzione della spesa pubblica e la riforma del settore;
- l'abbassamento delle aliquote fiscali su lavoro e capitale;
- la privatizzazione delle imprese di proprietà dello Stato;
- la liberalizzazione del mercato del lavoro e delle merci;
- la maggiore integrazione economica con il mondo;
- l'aggiustamento del sistema previdenziale; -la deregolamentazione del mercato finanziario;
- la maggiore collaborazione tra i sindacati e la classe imprenditrice;
- l'indipendenza dalla politica della Banca Centrale;
- la fondazione della Financial Supervisory Authority Fjármálaeftirliti• (FME) .

All'inizio del nuovo millennio, comunque, la conversione economica era completata. I soldi degli islandesi furono dirottati dall'economia reale (pesca ed estrazioni in primis) verso le attività finanziarie delle nuove banche private. Questo nuovo corso diede al paese uno dei tassi di crescita più elevati del PIL tra i paesi OCSE. Mentre la ripresa era stata guidata dall'aumento delle esportazioni e degli investimenti esteri, ora è il facile accesso al credito e l'aumento degli investimenti nella finanza e nei consumi a determinarla.
Le politiche del Governo, formato dal Partito dell'Indipendenza e dal Partito Progressista, riportarono il bilancio dello Stato in attivo e crearono un clima imprenditoriale favorevole che stimolò la crescita record. Oddsson fu per oltre un decennio il politico più amato, tanto che sia lui che il suo partito si elevarono a custodi della prosperità raggiunta.

Subito prima della crisi finanziaria nel 2007/2008, secondo lo United Nations's Human Development Index l'Islanda ne occupava il primo posto.
Aveva anche la terza più lunga aspettativa di vita e il suo PIL era il quinto più alto nel mondo. Il reddito nazionale lordo, misurato in termini di parità di potere d'acquisto (PPP), è stato pari a 34 mila dollari nel 2007, la più alta tra i paesi OCSE. Oddsson, nonostante questo, non fu immune da critiche. Gli oppositori lo accusarono di aver svenduto l'industria di Stato per favorire un gruppo di famiglie, definito poi “octopus”, vicino a lui e al suo partito e di aver legalizzato dunque il potere che questa oligarchia economica aveva accumulato negli anni. Per Oddsson, invece, la privatizzazione avrebbe colpito i poteri forti che obbligavano le banche a concedere crediti come regali che solo alcuni avrebbero però avuto il diritto di ricevere.
Rimasero solo intenti, perché Oddsson sconfessò tale politica ed entrò a fare parte di quel sistema.

Durante i suoi mandati governativi, egli non venne mai chiamato a rispondere dei legami con questi gruppi che si divisero la ricchezza del paese. Il Primo Ministro, visto il suo seguito elettorale, possedeva una legittimità politica che nessuno aveva la forza di scalfire, né i partiti di sinistra né gli esperti dall'estero, che pur ne contestavano energicamente le misure economiche. Gli islandesi non prestarono alcun attenzione alle critiche rivolte al loro Primo Ministro, visto il periodo di ricchezza che stavano vivendo. Solo a posteriori, Oddsson verrà accusato dagli stessi islandesi di aver posto le basi della crisi finanziaria che sconvolgerà il loro paese nel 2008.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Repubblica d’Islanda: la crisi economica e le sue conseguenze

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Capuani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze della politica
  Relatore: Oreste Massari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 176

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