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Psicologia e sperimentazione animale: analisi di un dibattito etico, scientifico e deontologico

La relazione uomo-animale nel pensiero antico e medioevale

La relazione uomo-animale è stata variamente dibattuta fin dai tempi più remoti: sebbene nel mondo antico il concetto di diritto sia riservato a un numero esiguo di persone ci si interroga, già da allora, su quali attenzioni si debbano riservare all’animale non umano, in quanto “altro da noi”. Una riflessione che spesso induce i filosofi classici ad esprimere per gli animali una scarsa considerazione, cosa che non deve stupire se pensiamo che grossi gruppi della popolazione umana sono esclusi dalla maggior parte dei diritti civili e da quelli politici (ad esempio le donne, gli schiavi, i forestieri etc.).

Inevitabilmente l’incapacità di comunicare attraverso le parole segna un discrimine fondamentale tra umani e animali: non potendo comprendere il significato delle loro grida e non sapendo decodificare i loro gesti l’uomo ignora la paura, il dolore e il desiderio degli animali arrogandosi il diritto di disporne per i propri scopi. A questo, soprattutto nel mondo antico e fin quando la filosofia è stata legata al pensiero religioso, si è aggiunta la riflessione sulla “discriminante anima” che ha a lungo segnato il destino dei non umani.
La posizione di presunta superiorità dell’uomo è stata fortemente discussa nel corso dei secoli, per cui sebbene fino a poco tempo fa la visione antropocentrica del mondo sia stata predominante, già in età classica non sono mancate voci di dissenso come quelle di Pitagora, Teofrasto e Plutarco.

Diogene Laerzio narra che Pitagora “proibiva di offrire sacrifici cruenti agli dèi e venerava soltanto l'altare non contaminato dal sangue”. Addirittura Pitagora proibisce di uccidere, e mangiare gli animali, in quanto condividerebbero con l’uomo il privilegio dell'anima. Pertanto, il vegetarianismo di Pitagora è legato alla sua credenza nella metempsicosi, secondo cui negli animali non vi è un'anima diversa da quella degli esseri umani. Nella metempsicosi credono anche Empedocle e Platone, il primo segue a sua volta la dieta pitagorica e rifiuta il sacrificio di animali; il secondo, pur ritenendo che tutti gli esseri viventi hanno un’anima, afferma che la loro esistenza in forma materiale ê l’espressione di una punizione o di un premio per l’anima che ê racchiusa nel loro corpo.
Aristotele, invece, opera una distinzione: è vivente tutto ciò che possiede un’anima ma, pur riconoscendo che alcuni animali hanno in comune con l'uomo alcune caratteristiche, solo quest'ultimo possiede la capacità di ragionare da cui consegue la sua superiorità e il suo diritto a disporre degli animali per i propri fini. Proprio questa posizione aristotelica ha maggiormente influito sullo sviluppo del pensiero successivo, pur non essendo rappresentativa di tutto il pensiero greco classico.
Teofrasto, allievo di Aristotele, si discosta nettamente dalla dottrina del suo maestro, sostenendo che uomini e animali fanno parte di una medesima “comunità” e, pertanto, tra essi deve intercorrere un rapporto fondato sulla giustizia, soprattutto come garanzia del diritto alla vita che appartiene ad ogni essere dotato di sensibilità.

Anche il neoplatonismo, soprattutto con l’opera di Plutarco e Porfirio, riafferma la necessità di praticare giustizia nei confronti di ogni vivente. Plutarco sostiene che gli animali non possiedono solo la sensazione, ma anche l’intelletto: confutando le tesi stoiche sulla presunta irrazionalità degli animali, dimostra come essi abbiano invece evidenti capacità di ricordare, agire, prevedere. Gli animali non sono dunque privi di ragione, ma ne sono dotati secondo modalità diverse. Egli difende con vigore il diritto degli animali a non subire la sopraffazione degli uomini perché non meritano una sofferenza incolpevole. Inoltre, criticando la posizione di Catone l’Uticense che invitava a liberarsi di schiavi e animali domestici divenuti vecchi e inutili, sostiene la necessità di un atteggiamento di benevolenza disinteressata nei confronti di ogni essere vivente, accomunando così umani e non umani quali destinatari di una vera filantropia.

Nel III secolo d.C., Porfirio di Tiro ê l’autore di una delle opere più importanti in difesa degli animali, il De abstinentia carnibus. Sulla base di premesse neopitagoriche e neoplatoniche egli sostiene la necessità del vegetarianesimo, della giustizia e della pace fra tutti gli esseri viventi. Egli avverte che tutti i viventi sono essenze intellettuali imprigionate nella materia sensibile, il corpo. Uomini e animali quindi fanno parte dello stesso ordine, i cui soggetti hanno diritto alla stessa giustizia.
Con l’affermazione del cristianesimo si radica l’idea antropocentrica, ereditata dall’ebraismo ma rafforzata dall’importanza che la religione cristiana dà alla presunzione che solo l’uomo possegga l'anima immortale. In altri termini la superiorità dell’uomo sarebbe confermata dal “fatto” che gli unici ad essere destinati a una vita dopo la morte corporea sono gli umani.

Voce fuori dal coro quella di Giovanni Scoto Eriugena, primo filosofo neoplatonico ad andare contro il parere dei Padri della Chiesa, egli rifiuta la tesi della pura sensibilità degli animali finalizzata all’esaltazione della razionalità umana e sostiene che anche gli animali sono dotati di anima immortale. Affermazioni queste che gli costeranno una condanna da parte del tribunale ecclesiastico e le sue opere verranno messe all'Indice.
Nonostante qualche figura eminente che all’interno del Cristianesimo manifesta, sia pure a livello individuale, una certa attenzione per gli animali, il pensiero cristiano tradizionale non si discosta dal proprio orientamento esclusivamente “specista”.

Infatti Tommaso d’Aquino, figura centrale del pensiero cristiano, afferma che “Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato. Ora, nella gerarchia degli esseri quelli meno perfetti son fatti per quelli più perfetti: del resto anche nell’ordine genetico si procede dal meno perfetto al perfetto. Come, dunque, nella generazione dell’uomo prima abbiamo il vivente, poi l’animale e finalmente l’uomo; così gli esseri che sono solo viventi, ossia le piante, son fatte ordinariamente per gli animali; e gli animali son fatti per l’uomo. Perciò se l’uomo si serve delle piante per gli animali e degli animali per gli uomini, non c’ê niente d’illecito, come il Filosofo stesso dimostra. E il più necessario dei servizi ê appunto quello di dare le piante in cibo agli animali, e gli animali all’uomo: il che ê impossibile senza distruggere la vita. Dunque è lecito sopprimere le piante per uso degli animali, e gli animali per uso dell’uomo in forza dell’ordine stesso stabilito da Dio”.

In pratica nel pensiero di Tommaso la crudeltà nei confronti degli animali non è sbagliata in sé così come non è caritatevole essere buoni nei loro confronti.
L'influenza di San Tommaso ha continuato a farsi sentire lungo i secoli al punto che, nella metà del diciannovesimo secolo, Pio IX non diede il permesso di fondare una Società per la prevenzione della crudeltà verso gli animali a Roma, sostenendo che accordarlo avrebbe significato ammettere che gli esseri umani hanno dei doveri verso gli animali.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Psicologia e sperimentazione animale: analisi di un dibattito etico, scientifico e deontologico

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Informazioni tesi

  Autore: Ivana Gallo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Mario Di Gregorio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 133

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