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L'interrogatorio non formale

Il rapporto con il tentativo di conciliazione

Un'ulteriore funzione, ricollegata all'interrogatorio non formale, è quella di preparare le condizioni necessarie per il buon esito del tentativo di conciliazione. A tal proposito, sia l'art. 420 c.p.c. sia l'art. 185 c.p.c., nonché l'art. 183 c.p.c., quest'ultimo prima delle riforme enunciate in precedenza, hanno instaurato un rapporto diretto tra il suddetto istituto ed il tentativo di conciliazione, ampliando la configurazione funzionale dell'interrogatorio non formale, prevista inizialmente dall'art. 117 c.p.c. Le motivazioni, su cu si fonda il collegamento tra interrogatorio e tentativo di conciliazione, sono facili da intuire, ed emergono chiaramente dalle modalità con le quali il giudice dovrebbe far funzionare i due istituti, l'uno in correlazione con l'altro. Entrando nello specifico, il giudice tenta o provoca la conciliazione, come sancito dall'art. 185 e 420 c.p.c.: tale operazione, secondo la dottrina, dovrebbe implicare che il giudice assuma un ruolo attivo, svolgendo attività di mediazione in riferimento alle opposte parti, cercando di avvicinarle. Per tale motivo, il giudice deve essere assolutamente a piena conoscenza dei fatti della causa, così come sono emersi dalle domande, dalle accezioni e dalle difese contenute negli atti processuali. Sulla base di questa conoscenza, si può, quindi, procedere al passaggio successivo, ossia quello dell'interrogatorio non formale, attraverso il quale il giudice porta a termine, approfondendo, il quadro generale della controversia, entrando in possesso di informazioni sulle ragioni reali di contrasto, nonché sull'effettiva articolazione del conflitto derivante dalla controversia. In virtù di ciò, il giudice può formulare le proposte sulle quali tenta la conciliazione, nei confronti di entrambe le parti. Nella formulazione novellata della legge n. 183 del 2010, l'art. 420, 1° comma c.p.c. prevede, ora, che il giudice tenti la conciliazione, formulando una proposta alle parti in giudizio. Dinanzi a ciò, risulta essere chiaro il nesso funzionale che nasce tra l'interrogatorio non formale e la facilitazione del tentativo di conciliazione: infatti, grazie agli elementi acquisiti, proprio attraverso l'interrogatorio, il giudice può impegnarsi più facilmente in questo tentativo e collaborare con le parti nella ricerca di una possibile soluzione della controversia. Come si è già ricordato, prima della riforma del rito ordinario, il tentativo di conciliazione si aveva solo "quando la natura della causa lo consente", come sancito dall'art. 183, 1° comma c.p.c. Secondo il parere di alcuni autori, tale tentativo non poteva trovare applicazione nelle questioni di status o in caso di diritti indisponibili. La norma divergeva rispetto all'art. 420. c.p.c., il quale decreta l'obbligo nel rito del lavoro di tentare sempre la conciliazione; la differenza era dovuta alla precisa individuazione delle controversie dell'art. 409 c.p.c., che ha permesso di trasformare in obbligatorio, per esse, il tentativo, appunto, di conciliazione, di contro alla eterogeneità di quelle deducibili con il rito ordinario, le quali non permettevano una valutazione a priori di tale possibilità. Per questo motivo l'art. 183, 1° comma c.p.c. si avvicinava al disposto del vecchio art. 185, 1° comma c.p.c., che risulta essere stato abrogato dall'art. 89 della legge di riforma del 1990, il quale prevedeva l'obbligo di tentare la conciliazione solo quando era possibile. Il nuovo art. 185 c.p.c., tuttavia, non contiene al suo interno questa indicazione e, nonostante ciò, non si ritiene che l'interrogatorio possa essere disposto in relazione a tutti i tipi di controversie, anche nel caso in cui vertano su diritti indisponibili. […]

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L'interrogatorio non formale

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Informazioni tesi

  Autore: Vittorio Masi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurista dell'impresa e dell'amministrazione
  Relatore: Rosanna Bianco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

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