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Nuove politiche di Welfare e riforma dei Servizi Sociali. La Legge n. 328/2000 e l'esperienza di una realtà locale: il Comune di Acate

Il Piano Nazionale degli interventi e dei servizi sociali

La Legge 328/00 pone fine alla grave lacuna esistente nel nostro ordinamento data dall’assenza di una Legge quadro che coordinasse e garantisse, in tutto il territorio nazionale, le stesse prestazioni e gli stessi servizi in materia di assistenza socio-sanitaria rivolti alla persona. Tale carenza aveva prodotto un’inevitabile frammentazione dei servizi socio-assistenziali, disciplinati in maniera diversa da Regione a Regione, e il conseguente originarsi di differenti modelli di Welfare lungo il territorio nazionale. Gli articoli 9 (Funzioni dello Stato) e 18 (Piano nazionale e piani regionali degli interventi e dei servizi sociali) della Legge quadro, introducendo un sistema di programmazione e coordinamento generale dell’assistenza sociale, producono di fatto l’unificazione di tutti i sistemi regionali, rimediando alla disorganicità e alla confusione che hanno sempre caratterizzato il sistema sociale.

L’art. 18 al comma 1 stabilisce che il Governo predispone ogni tre anni il Piano Nazionale degli interventi e dei servizi sociali, tenendo conto delle risorse finanziarie disponibili nel Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e delle risorse ordinarie già destinate alla spesa sociale degli Enti Locali, esso rappresenta fondamentalmente lo strumento con cui l’organo politico nazionale trasmette al sistema dei poteri pubblici le proprie determinazioni in materia di principi e obiettivi della politica sociale, al fine di individuare i livelli essenziali ed uniformi delle prestazioni che dovranno poi essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

Il comma 3 dell’articolo 18 indica le linee guida che danno struttura al Piano Nazionale: definizione delle caratteristiche e dei requisiti delle prestazioni comprese nei livelli essenziali previsti dall’articolo 22 (lettera a)); definizione della priorità degli interventi, avendo particolare riguardo delle persone che versano in condizione di povertà o di difficoltà psico-fisica (lettera b)); definizione delle modalità di attuazione dell’assistenza da integrare e coordinare con le politiche sanitarie, dell’istruzione, della formazione e del lavoro (lettera c)); indicazioni sulle informazioni da fornire al cittadino (lettera d)); promozione della sussidiarietà orizzontale e della sperimentazione innovativa (lettera e)); indicatori e parametri per la verifica di integrazione sociale (lettera f)); criteri del concorso degli utenti nei costi del servizio (lettera g)); definizione dei criteri di controllo dell’efficacia del sistema (lettera h)); criteri generali per la concessione di prestiti d’onore (lettera i)); sostegno di anziani e disabili (lettera l)); formazione degli operatori (lettera m)); ripartizione delle risorse finanziarie (lettera n)); interventi a favore dei minori, dei giovani, degli anziani, delle famiglie (lettera o)).

Questo strumento di pianificazione nazionale dovrebbe garantire la prestazione dell’assistenza sociale in maniera efficace e conforme ai precetti costituzionali, in un’ottica aperta al pluralismo e alla sussidiarietà, selettiva ed attenta ai profili di economicità.

Il Piano Nazionale costituisce la premessa per gli atti normativi e programmatori regionali e locali, esso durante il suo iter formativo attua una procedura di concertazione che contiene momenti di codecisione, di fatto allarga la partecipazione sotto l’aspetto decisionale anche a soggetti non istituzionali favorendo così il principio democratico. L’iter che conduce all’adozione del Piano Nazionale è riportato al comma 2 dell’art.18, questo così recita: “Il Piano nazionale è adottato previa deliberazione del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la solidarietà sociale, sentiti i Ministri interessati. Sullo schema di piano sono acquisiti l’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, nonché i pareri degli enti e delle associazioni nazionali di promozione sociale di cui all’articolo 1, comma 1, lettere a) e b), della legge 19 novembre 1987, n. 476, e successive modificazioni, maggiormente rappresentativi, delle associazioni di rilievo nazionale che operano nel settore dei servizi sociali, delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello nazionale e delle associazioni di tutela degli utenti. Lo schema di piano è successivamente trasmesso alle Camere per l’espressione del parere da parte delle competenti Commissioni parlamentari, che si pronunciano entro trenta giorni dalla data di assegnazione”.

Il Piano Nazionale predisposto dalla Legge quadro assume la funzione di uno strumento di programmazione che, posto al vertice della gerarchia dei livelli di pianificazione, assegna allo Stato un ruolo guida nell’area delle politiche sociali, tuttavia la sua importanza e centralità è stata ridimenzionata dai cambiamenti successivamente apportati dalla riforma del Titolo V della Costituzione, approvata con la Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 “Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione”. Poiché il comma 4 del novellato art. 117 stabilisce che spetta alle Regioni la potestà legislativa relativa ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato, e poiché a questo, la nuova impostazione costituzionale attribuisce al comma 2 lettera m) del medesimo articolo solo la legislazione nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, il compito di disciplinare la materia sociale ricade in modo esclusivo nella potestà legislativa delle Regioni, limitata esclusivamente dal rispetto della Costituzione, dell’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Ne consegue che non è più lo Stato a dettare l’indirizzo ed il coordinamento delle politiche sociali.

A riguardo Elena Ferioli nel suo articolo “Servizi sociali e revisione della Costituzione”, in Prospettive sociali e sanitarie n. 17, 2002, afferma che dopo la riforma del Titolo V della Costituzione “… una funzione statale programmatoria potrebbe essere recuperata in relazione alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, ma, al di fuori di questi, sembra corretto ritenere che il Piano Nazionale degli interventi e dei servizi sociali sia destinato ad essere superato dagli atti programmatori regionali”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Nuove politiche di Welfare e riforma dei Servizi Sociali. La Legge n. 328/2000 e l'esperienza di una realtà locale: il Comune di Acate

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Informazioni tesi

  Autore: Alfio Carmelo Arcidiacono
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: UniCusano - Università degli Studi Niccolò Cusano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Anna Pirozzoli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 135

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