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John L. Mackie e l'ontologia morale

Pathetic fallacy. L'oggettività dei valori come pretesa

La tesi sostenuta da Mackie, quanto meno nella sua metaetica, è sostanzialmente negativa e la centralità di quest'ontologia negativa sta nel riconoscere che i giudizi morali sono connotati da una pretesa all'oggettività.
Mackie ritiene che la negazione di valori morali oggettivi può essere ritenuta «trivially true» considerando attività come il rifiutare, il condannare, il preferire e il valutare come inerenti alla soggettività umana senza aver bisogno di nessun valore esterno. Egli, nella prima riga del libro, afferma perentoriamente: «There are no objective values» (Ethics, p. 15). Se quest'assunto è vero per quale motivo importanti teorie morali (nel settimo paragrafo si esaminerà la critica rivolta a Kant) e il pensiero comune hanno sostenuto, all'opposto, che vi siano valori morali oggettivi?

Mackie sostiene che i giudizi morali ordinari siano connotati da quella che è una pretesa all'oggettività, non cioè da un'oggettività de facto. Noi assumiamo che ci siano valori morali oggettivi, soprattutto nell'uso ordinario del linguaggio, dando così autorità all'etica, autorità che si esprime proprio grazie a questa pretesa di oggettività. Mackie, in poche parole, afferma che chi esprime giudizi morali ha una forte tendenza riguardo all'autenticità dei suoi giudizi non ritenendo sufficiente considerarli come espressioni di atteggiamenti soggettivi. Scrive Mackie:

The denial of objective values can carry with it an extreme emotional reaction, a feeling that nothing matters at all, that life has lost its purpose. Of course this does not follow; the lack of objective values is not a good reason for abandoning subjective concern or for ceasing to want anything. But the abandonment of a belief in objective values can cause, at least temporarily, a decay of subjective concern and sense of purpose. (Ethics, p. 34).

Veniamo dunque, a questo punto, a quella che Mackie ha battezzato pathetic fallacy facendo suo un termine introdotto in tutt'altro ambito da John Ruskin. Le nostre credenze morali non sono percezioni corrette ma bensì nostre proiezioni sul mondo esterno. Proprio in questo fatto consiste la fallacia patetica: nella nostra tendenza a proiettare su oggetti esterni i nostri sentimenti. In quest'analisi possiamo scorgere un influsso di un autore molto caro a Mackie come David Hume con il suo proiettivismo.
Questo tema è analizzato da Richard Joyce nel saggio Patterns of Objectification nel quale si legge:

John Mackie thinks that the objective prescriptivity with which our moral discourse is essentially but so fatally imbued is the result of our “tendency to read our feelings into their object” (1977, p. 42). He invokes Hume's famous projectivist image of the human mind's “great propensity to spread itself on external objects”.

Possiamo quindi dire con certezza che alla base della teoria dell'errore ontologico sta la pretesa di oggettività e il conseguente meccanismo di oggettivazione e proiezione che in realtà altro non sono che stati e attività soggettive; per Mackie ci sono quindi delle buone ragioni a posteriori per credere che il realismo morale sia falso.
Un confronto che, pur essendo azzardato alla luce delle diversità tra i due autori, può chiarire alcuni punti della nostra trattazione è quello con Max Scheler. Ne Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori (1913-1916)
Scheler sostiene, presentando la sua opera, che:

Lo spirito che caratterizza l'etica del Formalismo è quello di un'etica rigorosamente assoluta e obiettiva. […] L'autore constata con soddisfazione che, dalla pubblicazione di questo libro, l'assolutismo etico e l'obiettivismo dei valori hanno fatto notevoli progressi sia in Germania che all'estero, riducendo sensibilmente l'importanza delle tradizionali correnti relativistiche e soggettivistiche dell'etica.

È chiaro che per Mackie una simile posizione è insostenibile ma dobbiamo tenere presente che un accostamento simile va preso con cautela; Scheler si occupa di fenomenologia e, nonostante la sua etica sia diversa dalle morali rigoristiche e repressive ed esalti l'etica dell'amore, il metodo e i campi d'indagine sono differenti. In Scheler, infatti, non c'è nessuna traccia di platonismo e «il mondo di Scheler è conosciuto non da un soggetto reale, ma dall'essenza di un soggetto». Ho citato questo pensatore poiché teorizza un ordine oggettivamente gerarchico dei valori, dove opera l'attività del preferire, attività che va distinta dallo scegliere, che è uno stato d'animo soggettivo. Il filosofo tedesco riesce quindi a sostenere che anche la vita emozionale può darci qualcosa di oggettivo.
L'altra questione causa di errore, che esamineremo nel prossimo paragrafo, è la natura sociale della morale.

Questo brano è tratto dalla tesi:

John L. Mackie e l'ontologia morale

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Informazioni tesi

  Autore: Michele Grossi
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Luca Fonnesu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 30

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Parole chiave

etica
morale
antirealismo
filosofia
valori
realismo
metaetica
soggettivismo
mackie
oggettivismo

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