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Il disastro nei delitti contro l’incolumità pubblica

Il processo Eternit

Ripercorrendo alcune tappe della vicenda di cui si tratta, si ricorda che: nel 1907 nasce lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato, 94000 metri quadrati di estensione, di cui 50000 coperti, considerato il più grande stabilimento di manufatti in cemento-amianto d'Europa. Dal 1907 al 1986 il complesso industriale contava 5000 addetti che, negli anni successivi, diminuirono progressivamente fino alla chiusura dello stabilimento, avvenuta nel giugno 1986.

In questi ottant'anni, l'Eternit divenne popolarissima: nel 1915 vengono messe in commercio le famose fioriere, nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti e capannoni; sino alla fine degli anni '70 i tubi in fibrocemento rappresenteranno lo standard nella costruzione di acquedotti. L’Eternit venne impiegato in scuole, ospedali, palestre, cinema oltre che in tutti i settori industriali. Nella seconda metà degli anni '50 proprio in seguito ad un incendio di carrozze ferroviarie, allora isolate con sughero, anche in Italia si impose l'esigenza di coibentare tutte le carrozze ferroviarie con amianto; successivamente l'uso si diffuse anche nella coibentazione delle navi.

Si cominciò a parlare dei danni provocati dalla polvere di amianto, generata dall’usura dei materiali prodotti, in seguito alla segnalazione di un operaio di Casale Monferrato, Nicola Pondrano, ora presidente dell’associazione vittime dell’amianto: le sottilissime e pericolosissime fibre di amianto si erano diffuse per tutta la città provocando, tra le gravi conseguenze, il mesotelioma pleurico. Iniziarono, quindi, delle indagini epidemiologiche e nel 1981 una causa civile contro Eternit e Inail intentata da ottanta operai accertò, nei tre gradi di giudizio, la sussistenza di condizioni di rischio all’interno dello stabilimento.

Nel 1987, per la prima volta in Italia, il sindaco di Casale Monferrato, proibì l’uso dell’amianto in tutto il territorio da lui amministrato e si oppose alla riapertura nell’impianto Eternit appena fallito.
Il maxi-processo a carico delle due figure apicali della multinazionale Eternit tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del secolo scorso (lo svizzero Stephan Schmidheiny ed il belga Louis De Cartier de Marchienne, quest’ultimo deceduto nelle more del giudizio d’appello) rappresenta “la più clamorosa vicenda giudiziaria sino ad oggi sorta attorno alla questione dai danni alle persone ed all’ambiente provocati dall’utilizzo industriale dell’amianto” : l’oggetto del giudizio ê rappresentato “dalle modalità con cui, per un lungo periodo di tempo, è stata condotta, in diversi luoghi sparsi nel territorio italiano, l’attività di lavorazione dell’amianto sotto l’egida di un gruppo di società che (…) erano riunite sotto la denominazione Eternit Italia s.p.a.; precisamente l’attività industriale oggetto di valutazione era allocata in quattro stabilimenti, distribuiti in tre diverse regioni: Piemonte (comuni di Casale Monferrato e Cavagnolo, n.d.a.), Emilia Romagna (Rubiera), Campania (Napoli Bagnoli)”.

Se ê vero che i processi penali per le vittime dell’amianto si celebrano in Italia da oltre vent’anni, tuttavia, essi non avevano mai raggiunto i profili dimensionali che contrassegnano la vicenda Eternit, né sotto il profilo dell’arco temporale preso in considerazione, né dal punto di vista del numero delle persone offese: i fatti contestati ai due imputati De Cartier e Schmidheiny, infatti, coprono un periodo che prende il via negli anni ’60 del secolo scorso e si prolunga sino ai giorni nostri, attesa la natura perdurante del disastro ambientale che si assume provocato dagli stabilimenti Eternit; un disastro che si ritiene abbia provocato migliaia di vittime.

Le peculiarità del processo in esame, peraltro, non investono soltanto il suo oggetto (ossia l’insieme delle condotte e degli eventi di cui si assume la rilevanza penale) ma riguardano, al contempo, i suoi profili squisitamente giuridici, poichè i pubblici ministeri torinesi hanno contestato agli imputati soltanto i delitti contro l’incolumità pubblica di cui agli artt. 437 e 434 c.p., nella forma aggravata dagli eventi descritti ai rispettivi capoversi, ossia gli infortuni (sub specie di malattie-infortunio) ed il cd. disastro innominato.

La pubblica accusa ha dunque preso vistosamente le distanze dalla consolidata prassi che è solita incardinare i procedimenti per esposizione ad amianto (o ad altre sostanze tossiche di origine industriale ) sui reati di omicidio e lesioni personali (tutt’al più affiancandovi, in concorso, figure di reato contro l’incolumità pubblica nei casi in cui, accanto a singoli eventi lesivi, si ravvisi altresì il pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone). Sembrerebbe dunque che il P.M., anziché attribuire rilievo penale ad una miriade di singoli eventi lesivi, inquadrandoli all’interno di corrispondenti figure di reato contro la persona, abbia cercato di cogliere ( specie alla luce delle indagini epidemiologiche, svolte proprio sulle popolazioni dei soggetti esposti all’amianto della Eternit) il carattere unitario dell’offesa alla vita ed alla salute di numero indeterminato di persone.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il disastro nei delitti contro l’incolumità pubblica

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Informazioni tesi

  Autore: Matteo Gorgerino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Diritto Penale II
  Relatore: Marco Pelissero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 205

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