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Ipotesi d'intervento preventivo sul sovrappeso e l'obesità in una prospettiva psico-socio-biologica

L'obesità dovrebbe essere considerata un disturbo mentale?

Come il digiuno anoressico, anche il nutrirsi, se caratterizzato dall'eccesso, viene considerato patologico, catalogato nell'ambito dei disturbi psicologici e psichiatrici (Guiducci, 2009).
Per quanto riguarda l'obesità, l'individuazione di un aspetto cognitivo centrale è piuttosto difficile (Treasure, Schmidt, van Furth, 2006).

Un ruolo importante è stato anche attribuito a fattori di tipo cognitivo, quali il locus of control (per specificare il disequilibrio tra quello interno ed esterno), che determinano un rinforzo delle istanze depressive qualora il soggetto si ritenga responsabile della propria condizione (Pierce, Walsh, Wardle, 1997).
Si è, inoltre, ipotizzato un rapporto diretto fra grado di obesità ed entità dei disturbi psichici (Holland e al. 1970).
Anche se l'insoddisfazione e l'angoscia per la propria immagine corporea sono strettamente legate alla psicopatologia e vengono considerate come l'aspetto psicologico centrale nei disturbi alimentari, non esiste ancora una definizione uniforme per quanto riguarda l'obesità (Devlin, Goldfein, Dobrow, 2003).

I fattori di rischio che possono contribuire allo sviluppo di disturbi psichici derivano da:
1) Fattori indipendenti: presentano la stessa probabilità di accadere sia tra gli obesi sia tra i non obesi (ad esempio, il genere femminile)
2) Fattori potenziali: avrebbero comunque conseguenze, al di là del peso corporeo, ma la loro influenza è aumentata dalla presenza di obesità (ad esempio, la derisione da parte di coetanei).
3) Fattori sinergici: richiedono, la presenza di una condizione di obesità (per esempio cambiamenti ciclici del peso, fenomeni di binge eating) (Molinari, Compare, 2006).

Il bambino obeso viene descritto in letteratura (Marcelli, 1996) con una struttura di personalità caratterizzata da una tendenza generalizzata alla passività e alla dipendenza dall'oggetto materno e dalla presenza di vissuti depressivi.
Ammesso che sia possibile formulare un'affermazione generalizzata, si potrà dire che il mangiar troppo e l'eccesso di peso possono avere un effetto stabilizzante su un adattamento complessivamente precario e che anche una depressione grave può non manifestarsi fino a quando persiste l'eccedenza ponderale (Hilde, 2000).

Secondo Telch e Agras (1994), soggetti che durante l'infanzia e l'adolescenza sono esposti a marcate fluttuazioni del peso corporeo, sono poi anche più vulnerabili a sviluppare un tipo di alimentazione disorganizzata e più suscettibili ad alterazioni latenti del tono dell'umore, che l'evento stressante acuto tenderebbe a far riaffiorare (Telch, Agras, 1994).
In una pubblicazione precedente, R. A. Sansone, L. A. Sansone e Wiederman (1997) segnalarono differenti percentuali di prevalenza della sintomatologia borderline in due popolazioni di donne obese. Nella popolazione generale il 7% del campione rispondeva ai criteri di un disturbo di personalità borderline, stima nettamente inferiore a quella registrata in un campione di donne sottoposte ad un programma di trattamento, che risultava essere di circa 40% (Sansone, Sansone, Wiederman, 1997).

La posizione sostenuta dagli autori è relativa alla circostanza secondo cui esiste una relazione eziologica tra i due fattori, per cui il disturbo borderline sarebbe uno dei tanti substrati eziologici che concorrerebbero all'obesità, posizione, questa, condivisa dagli autori. Chiedere ad un paziente obeso di prendere nuovamente in considerazione il fatto di perdere peso dopo molti fallimenti, presentandogli semplicemente una nuova dieta, non contribuisce ad aumentare il livello di fiducia in sé stesso (Ventura, Bauer, 1998).

Seligman (Maier, 1967) ha descritto questo concetto di impotenza appresa come un complesso di deficit emotivi, cognitivi e della motivazione, derivante da ripetute esposizioni ad eventi negativi incontrollabili. Gli obiettivi auspicati, attesi, non possono essere più messi in relazione con atti, sforzi praticabili, ed il soggetto precipita nell'inazione. Il concetto, essendo mutuato dalla ricerca sugli animali è stato in seguito criticato e rivisitato da più parti, ed anche dallo stesso Seligman: insieme ad Abramson e Teasdale (1978); egli ha introdotto modifiche al quadro teorico iniziale che non contemplava le attribuzioni causali(ossia come le persone attribuiscono il fallimento ad una determinata circostanza) fatte dalle persone in relazione alla propria impotenza.

Un'attribuzione causale interna, generalizzata e stabile riferita all'impotenza, conduce infatti ad un senso di ineluttabilità più marcato e ad una sfiducia più estesa, laddove invece attribuire la propria impotenza a fattori esterni, oppure interni ma specifici e/o variabili può consentire di sottrarsi alla generalizzazione ed alla cronicizzazione.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica e clinica, volta allo studio dei disturbi del comportamento alimentare, ha evidenziato la stretta connessione tra la sfera psichica e il sistema neuroendocrino e, quindi, l'importanza fondamentale che riveste l'integrazione di entrambe le componenti per una complessiva ed esaustiva valutazione del problema (Basdevant, Le Bergic, Guy Grand, 1992;Bersani, 1994; Williams et al., 2001).
Gearhardt e colleghi (Gearhardt et al., 2011, 2012) hanno proposto di utilizzare i criteri diagnostici per la dipendenza da sostanze così come descritti nel DSM-IV-TR ed applicarli al comportamento alimentare.
Da questa idea è così nata la Yale Food Addiction Scale (YFAS) (Gearhardt, Corbin, Brownell, 2009) come tentativo di operazionalizzare (ossia creare un nesso fra la definizione teoriche e le concrete operazioni) il concetto di dipendenza da cibo.

Gearhardt e colleghi difendono la scelta di utilizzare i criteri diagnostici della dipendenza da sostanze per la food addiction sulla base del crescente numero di ricerche che lega l'eccessivo consumo di cibo con la dipendenza.
Per quanto riguarda gli studi sugli esseri umani, Wang e colleghi (Wang, Volkow, Logan, Pappas, Wong, Zhu, et al. 2010) hanno messo in evidenza che l'assunzione dicibo e l'uso di droga producono lo stesso risultato a livello cerebrale, ossia la comune attivazione dei sistemi della dopamina e degli oppioidi (cibo → rilascio di dopamina → piacere).

L'organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall'interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno (Pigatto, 2003).
È stato ipotizzato che la proposta di inserire l'obesità come disturbo mentale sembra derivare dalla stigmatizzazione verso le persone affette da obesità (Wang, et al., 2004) perché attribuisce ad esse la presenza di tratti psicologici alterati.

Nel numero di Maggio del 2007 dell'American Journal of Psychiatry è stato pubblicato un editoriale dal titolo Issues for DSM-V: Should Obesity be included as a Brain Disorder?
Nell'introduzione alla quarta edizione del manuale si legge: la dizione disturbi mentali implica (sfortunatamente) una distinzione tra disturbi mentali e disturbi fisici che rappresenta un riduttivo anacronismo riguardante il dualismo mente/corpo.Un'ampia letteratura documenta che c'è molto di fisico nei disturbi mentali e molto di mentale nei disturbi fisici.

Il problema sollevato dalla dizione disturbi mentali è più chiaro di quanto non sia stata la sua soluzione e, sfortunatamente, la dizione permane nel manuale poiché è stato trovato un sostituto appropriato (DSM IV-TR-introduzione).
Il quadro si complica se si pensa che nel momento in cui la classificazione di un disturbo mentale dipende dalla valutazione dello stato mentale tale classificazione diviene più difficile (Treasure, Schmidt, van Furth, 2006). [...]

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Ipotesi d'intervento preventivo sul sovrappeso e l'obesità in una prospettiva psico-socio-biologica

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Informazioni tesi

  Autore: Claudio Angelo Lombardo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Elsa Addessi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 61

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Parole chiave

obesità, sovrappeso, dimagrimento

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