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L’impiego dei Gas nella guerra etiope. I riscontri di Del Boca

Uno dei maggiori contributi dati da Del Boca, riguardanti la narrazione dell'impegno coloniale italiano, fu dare alla storiografia contemporanea un doveroso chiarimento riguardante l'uso dei gas tossici durante il conflitto Italo-Abissino.
Il tema piuttosto controverso è stato oggetto, in tempi relativamente recenti di discussioni, tra lo stesso Del Boca e chi, come Indro Montanelli, nonostante la presenza di prove documentarie schiaccianti, continuò a negare la veridicità dei suoi studi asserendo che il numero delle testimonianze da parte dei soldati italiani è risibile, rispetto al numero degli operativi durante le diverse fasi del conflitto, inoltre l'equipaggiamento dello stesso esercito italiano non prevedeva alcun tipo di protezione in uno scenario dove lo stato maggiore prevedeva l'utilizzo di armi di questo tipo.
È con questi accenni che intendo portare alla luce la natura delle fonti messe in campo dallo stesso Del Boca, palesando ulteriormente l'oggettività di tutto ciò e come mai fino alla metà degli anni 90 i vari governi italiani si siano potuti permettere vaghe smentite ed omertosi silenzi.
Nel suo volume I gas di Mussolini, il fascismo e la guerra in Etiopia, edito da Editori Riuniti, nel 1996 e ristampato nel 2007, egli compie un'accurata ricostruzione del sistema delle fonti da lui utilizzate per dimostrare, in maniera definitiva, l'uso dei gas da parte degli italiani, durante il conflitto. Questa ricostruzione viene fatta attraverso un gran numero di testimonianze provenienti non solo dalle vittime dirette di questi bombardamenti, che pur abbondano nelle ricerche di Del Boca, ma anche da parte di testimoni oculari stranieri, in particolar modo reporter, medici della croce rossa, inviati ufficiali della società delle nazioni, e persino dai diari di soldati di diverse nazionalità schieratisi durante il conflitto dalla parte degli etiopi al fine di aiutare la nazione aggredita a mantenere la propria indipendenza.
Per documentare i primi devastanti effetti dei gas italiani sull'armata di Ras Immirù Haile Selasse, provenienti dalla regione di Gondar, avvenuti durante l'offensiva etiope del natale del 1935, diretta verso l'Eritrea, sui guadi del fiume Tacazzè e dei Torrenti Buffa e Golimà e sulle località di Dembeguinà, Addi Rassi e Mai Timchet, durante il quale vennero sganciate tonnellate di bombe ad alto esplosivo e 42 bombe C.500.T caricate ad iprite, Del Boca si serve dell'opera dell'inviato del Times G.L. Steer, Caesar in Abyssinia, edito da Hodder and Stoughton, Londra 1936, del quale viene riportato un passo che lo storico trova piuttosto significativo:

«Per la prima volta nella storia del mondo un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si suppone barbaro. A Badoglio, Maresciallo d'Italia, deve essere attribuita la gloria di questa ardua vittoria».

Per confermare una simile azione Del Boca mette in luce un riscontro incrociato, riportando anche la testimonianza di Ras Immirù Haile Selase:

«Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfugii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre, e avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino però non lanciarono bombe, ma strani fusti, che si rompevano appena toccavano il suolo o l'acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia tra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido ed urlavano di dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un'agonia che durò ore. Fra i colpiti c'erano anche dei contadini, che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini. I miei sottocapi, intanto, mi avevano circondato e mi chiedevano consiglio,, ma io ero stordito, non sapevo come combattere questa pioggia che bruciava ed uccideva».

Il liquido in questione era molto probabilmente l'Iprite, o solfuro di etile biclorurato, gas tossico che provoca la necrosi del protoplasma cellulare, rendendosi quindi mortale. Il bombardamento durò svariati giorni, perché nonostante il morale dei suoi uomini risultasse seriamente scosso da tutto ciò, essi continuarono l'avanzata travolgendo le difese italiane a Dembeguinà, rioccupando l'intero Scirè e minacciando seriamente i campi trincerati di Adua e di Axum.

Questo brano è tratto dalla tesi:

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Informazioni tesi

  Autore: Dario Dragotto
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze storiche
  Relatore: franco Di Matteo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 53

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