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Le donne guerriere nel poema cavalleresco del Rinascimento: dalle amazzoni a Clorinda

La vergine guerriera della Gerusalemme Liberata

Se Ariosto ebbe il merito di delineare profili psicologici di giovani guerriere più elevati rispetto ai predecessori (Boiardo e Pulci) e Bernardo Tasso riuscì invece a concedere ampissimo spazio a Mirinda all'interno della vicenda principale dell'opera, a Torquato va il merito di essere riuscito a creare caratteri femminili molto più complessi e maggiormente definiti rispetto a qualsiasi altro poema epico-cavalleresco precedente, e questo soprattutto in virtù della concezione aristotelica dell’ethos per cui tutti i personaggi della Liberata sono spinti a combattere per motivi spiritualmente più elevati del proprio onore o della propria gloria personale: la conquista del sacro sepolcro.

Proprio per questo le tre eroine pagane risultano personaggi assolutamente fondamentali alla trama della Gerusalemme mentre quelle cristiane sono per lo più caratteri minori: Gildippe è infatti l'unica donna guerriera dell'esercito di Goffredo e Sofronia è una guerriera senza armi che usa il proprio pudore e la propria incrollabile fede per tentare di salvare i cristiani di Gerusalemme dalla furia di Aladino. Armida, nipote di Idraote (signore di Damasco), è la donna più bella d'oriente oltre che maga astuta. Ad inviarla al campo dei crociati è Satana stesso (attraverso lo zio) affinché seduca, servendosi del proprio fascino e della propria abilità retorica, la maggior parte dei cavalieri (G.L. IV 20-96).

La giovane viene introdotta nel racconto con le caratteristiche dell'Angelica boiardesca e ariostesca rivisitate in senso epico: la sua capacità di attrazione e la sua finezza psicologica nel sedurre i crociati la rendono un personaggio assolutamente unico tanto da permetterle di governare il cuore di alcuni degli uomini più valorosi del campo cristiano e di privare Goffredo di una cinquantina di essi. La bella maga è una delle eroine più originali del poema, infatti, per quanto il suo carattere sia plasmato su quello di alcune indimenticabili donne come Cleopatra, Circe e Didone è l'unico personaggio ad introdurre l'amore in tutte le sue sfumature attraverso la perfidia, la civetteria, la voluttà, la furia vendicatrice e il finale pentimento di stampo quasi mariano.

Completamente diverso risulta invece il personaggio di Erminia che incarna l'immagine stessa della fragilità attraverso tutte le sue debolezze e contraddizioni: innamorata non corrisposta del guerriero cristiano Tancredi è costretta a nascondere questo amore proibito lamentando la propria fragilità in un monologo che la vede protagonista del VI canto alle prese con un conflitto interno tra amore e senso dell'onore (G.L. VI 55-89) proprio come lo era stata, precedentemente, Mirinda nell’Amadigi senza però giungere alle stesse conclusioni (infatti mentre Erminia sceglie di seguire il cuore ed escogita una romantica 'sortita notturna' per raggiungere il suo amato; Mirinda, al contrario, decide comunque di mettere sempre al primo posto l'onore anche quando si ritrova a combattere proprio il suo Alidoro).

Queste eroine tassiane hanno avuto, entrambe, grandissimo successo tra i lettori dell'epoca: l'una per l'uso consapevole e astuto delle proprie qualità femminili, l'altra per la dolcezza tipica della donna-innamorata sopraffatta dalla consapevolezza della propria fragilità. Accanto a loro, Torquato ha collocato una donna guerriera (e pagana) profondamente più complessa rispetto alle donne in armi descritte dai propri predecessori: Clorinda, alla quale ha volutamente lasciato molto più spazio rispetto all'insipida guerriera cristiana Gildippe. Quest'ultima, difatti, non ha molta rilevanza all'interno dell'opera e viene presentata come moglie di Odoardo che ha preso la decisione di vestire le armi per accompagnare il marito in guerra garantendo, così, la reciproca fedeltà della coppia senza però perseguire uno scopo totalmente epico e cristiano.
[…]

Questa, assieme alla scelta del tema epico invece di quello cavalleresco (considerato oramai superato soprattutto per un'epoca che si apprestava a mettere in pratica i severi dogmi stipulati durante il Concilio di Trento), è una delle tante innovazioni apportate dal Tasso infatti è le prima volta che una donna guerriera viene introdotta quale combattente al fianco del proprio marito: in generale, come accade per Bradamante e Mirinda, gli uomini che sono destinati a sposarle sono inizialmente nemici o comunque cavalieri erranti come loro e, dopo il matrimonio, sono sempre le eroine a lasciare le armi per dedicarsi unicamente al ruolo di mogli e madri.

Questa è la prima occasione, invece, in cui marito e moglie sono disposti ad andare in guerra insieme pur di mantenere saldo il proprio legame in una sorta di eros coniugale usato probabilmente da Tasso per lodare l'importanza del vincolo matrimoniale. Inoltre, l'autore anticipa la fine tragica a cui la coppia è destinata: come insieme combattono allo stesso modo sono destinati a morire fianco a fianco ma, mentre Torquato non si preoccupa assolutamente di approfondire il carattere di Gildippe che, in quanto moglie fedele produrrebbe molta meno varietà all'interno dell'opera, al centro della scena epica colloca invece la pagana Clorinda: ultima rappresentante moderna del topos della donna guerriera.

Essa risulta profondamente diversa dalle eroine della tradizione letteraria in virtù sia di una personalità e di una psicologia più complesse, sia nel ruolo ambiguo e drammatico assegnatole dal suo creatore. In lei il Tasso ha voluto rappresentare la bellezza intangibile e disdegnosa, la femminilità prorompente ma negata al desiderio dell'uomo, la donna affascinante ma apparentemente insensibile ai piaceri dell'amore. La giovane appare nel poema a partire dal secondo canto, proprio nel momento in cui la vergine Sofronia, assieme all'innamorato Olindo, stanno per essere arsi dal re Aladino accusati del furto dell'icona della Madonna dal perfido re pagano […]

L'autore è il primo ad insistere sull'ambiguità della guerriera che, non casualmente, viene scambiata per un uomo: essa però viene riconosciuta dal popolo grazie alla fama che la precede attraverso l'elmo a forma di tigre che porta sulla testa (esattamente allo stesso modo in cui la Marfisa boiardesca veniva spesso riconosciuta grazie al terribile elmo a forma di drago). Il suo nome è dunque così famoso da essere annoverato tra i guerrieri più forti del campo pagano mentre il simbolo della tigre e il colore bianco dell'armatura ne evidenziano già le principali caratteristiche: l'aggressività e la castità.

Subito segue il topos del disprezzo per le attività femminili e la scelta di impugnare le armi sin da bambina: più volte l'autore insiste sui termini riguardanti l'orgoglio e la rigidità, termini che contraddistinguono il carattere altero e sprezzante della paladina. L'armatura è ciò che la salva e la protegge dalla perdita dell'onore ma è anche ciò che le consente di essere libera allo stesso modo degli uomini e di poter fare ciò che più desidera prevenendola da una condizione di cella a cui invece sono destinate Erminia e Sofronia e dalla quale esse non possono sfuggire in quanto semplici donne.

Inoltre, i rimandi alla vergine Camilla sono numerosissimi: sia nella descrizione della crescita della fanciulla attraverso boschi selvaggi e la pratica della caccia, sia per il disprezzo dei lavori femminili, come meglio si vedrà nei paragrafi successivi. Al suo arrivo Clorinda, che è appena tornata da un precedente scontro con i crociati in Persia, rimane fortemente colpita dall'aspetto di questi due giovani mandati al rogo e, subito, si identifica nella giovane Sofronia e soffre maggiormente per il suo silenzio che nel vedere Olindo piangere il proprio destino di morte. Chiesta spiegazione ad un uomo sull'accusa per cui i due sono condannati a morire, la donna guerriera decide di farsi carico della loro liberazione e, sospettandoli entrambi innocenti, si presenta come suddita-guerriera del re Aladino in cambio della loro liberazione. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le donne guerriere nel poema cavalleresco del Rinascimento: dalle amazzoni a Clorinda

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Informazioni tesi

  Autore: Irene Manfredini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Italianistica e Scienze Linguistiche
  Relatore: Francesco Ferretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

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