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Appunti per un'Orestiade africana di Pier Paolo Pasolini

Eschilo e Pasolini: sogno o documento?

Per volontà di Gassman, nel 1959 l’Istituto Nazionale del Dramma Antico affida la traduzione dell’Orestiade a Pier Paolo Pasolini:
“non mi è restato che seguire il mio profondo, avido, vorace istinto, contro il quale, come il solito, stavo cominciando pazientemente a combattere – dalla bibliografia… Mi sono gettato sul testo, a divorarlo come un belva, in pace: un cane sull’osso, uno stupendo osso carico di carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo, contro un infimo campo visivo”

Nella Nota del traduttore Pasolini racconta di essersi servito di tre versioni moderne, e di non aver letto «le altre buone traduzioni italiane» per non farsene condizionare; se da un lato l’approccio eterodosso al testo greco non lo ha risparmiato da critiche anche pungenti, ha certamente contribuito alla resa teatrale, come viene testimoniato dalle recensioni dell’epoca: «il lavoro compiuto dal traduttore è degno del maggiore interesse: il tono è semplice ed alto, asciutto e moderno»; e ancora: «la nuovissima traduzione di Pier Paolo Pasolini, scorrevole e diretta […] sembra tendere sensibilmente allo scopo cui è indirizzata nel suo insieme la realizzazione».

Oltre ad informare sulle modalità pratiche della traduzione, la Nota del traduttore delinea un preciso modello interpretativo del mito di Oreste:
“la lingua di Eschilo, come ogni lingua, è allusiva, sì: ma la sua allusività è verso un ragionamento tutt’altro che mitico e per definizione poetico, è verso un conglobamento di idee molto concreto e storicamente verificabile. Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico. […] In una società primitiva dominano dei sentimenti che sono primordiali, istintivi, oscuri (le Erinni), sempre pronte a travolgere le rozze istituzioni (la monarchia di Agamennone), operanti sotto il segno uterino della madre, intesa appunto come forma informe e indifferente della natura. Ma contro tali sentimenti arcaici, si erge la ragione (ancora arcaicamente intesa come prerogativa virile: Atena è nata senza madre, direttamente dal padre), e li vince, creando per la società altre istituzioni, moderne: l'assemblea, il suffragio”

La riflessione sul passato (la civiltà primitiva) diventa così metafora di una riflessione sul presente (la moderna democrazia). Si tratta di un approccio che risente fortemente dell’interpretazione ideologico-politica di George Thomsonche nel saggio Eschilo e Atene (1941) descrive il mito di Oreste come la rappresentazione del passaggio dalla barbarie alla civiltà, dalla tribù primitiva alla prima monarchia, all’aristocrazia e infine all’ordinamento democratico:
“l’omicidio che in origine era considerato un’offesa che spettava ai parenti della vittima vendicare, e in seguito una profanazione da espiarsi in base alle persecuzioni di una casta sacerdotale aristocratica, diventa ora un delitto che deve essere sottoposto al giudizio di un organo popolare legalmente nominato. Il conflitto tra la costumanza della tribù e il privilegio dell’aristocrazia si è risolto in democrazia”

E’ parere di diversi ricercatori che Pasolini abbia interpretato in forma troppo esplicitamente politica i versi di Eschilo: «Questa pesante allegoria tende a ridurre il mito classico a pretesto per una dialettica concettuale», sostiene Luca D’Ascia, cui fa eco, dalle stesse pagine, Enrico Medda: «sul piano ideologico Pasolini utilizza Eschilo come un substrato sul quale innestare istanze politiche e poetiche sue proprie».

In realtà, più che della rigida interpretazione politica in chiave thomsoniana, la resa eschilea di Pasolini è debitrice dell’impostazione antropologica di Bachofen, che vede nella storia degli Atridi un riflesso letterario del passaggio dal matriarcato al patriarcato:
“Le Erinni si limitano a perseguitare Oreste, il matricida; il misfatto commesso da Clitemnestra, invece, non le spinge alla vendetta. Quest’ultima, infatti, non ha vincoli di sangue con l’uomo da lei ucciso. Come le Erinni si rifiutano di punirla, così anche Clitemnestra respinge qualsiasi colpevolezza. Entrambe si basano sullo stesso principio; entrambe si muovono sullo stesso terreno: quello del diritto materno. […] Come Clitemnestra è l’immagine dell’epoca antica, così Elettra lo è della nuova. Nella prima affiora la natura erinnica, nella seconda la purezza apollinea. […] in Elettra sorge un nuovo giorno che Apollo, per mezzo di Oreste, conduce all’affermazione piena e definitiva. Si chiude così l’epoca della vendetta cruenta, in cui la colpa non fa che generare eternamente se stessa in un’alternanza interminabile di omicidî. […] L’epoca del diritto femminile è l’epoca della vendetta di sangue e dei sacrifici umani cruenti; l’epoca del diritto paterno è invece quella del tribunale, dell’espiazione, del culto incruento”

Nell’Orestiade di Pasolini l’antitesi tra il mondo di Clitemnestra e quello di Elettra si irradia «a tutti i livelli, da quello linguistico a quello simbolico», ma allo stesso tempo «il punto più importante, per la poetica pasoliniana, non è l’opposizione materno/paterno, e nemmeno quella più pertinente maschile/femminile, ma è l’assimilazione di questi elementi arcaici da parte del nuovo mondo moderno, il momento appunto della sintesi»
In conclusione, l’analisi “storicista” e “sociale” di Thomson e quella antropologica di Bachofen possono aver influenzato il Pasolini traduttore «del tutto impreparato», ma è altrove che vanno cercate le «ragioni essenziali e profonde» della trasposizione del mito di Oreste nel mondo africano.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Appunti per un'Orestiade africana di Pier Paolo Pasolini

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Informazioni tesi

  Autore: Rocco Arienti
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze dei beni culturali
  Relatore: Marina Cavalli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 72

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