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Knowledge Management: il valore della conoscenza.

L’apprendimento nell’era del 2.0

A partire dal nuovo millennio il web ha segnato una rivoluzione negli ambiti della ricerca, delle relazioni e della formazione. Facebook, LinkedIn, Trip Advisor e Twitter sono solo alcuni dei tanti strumenti virtuali a disposizione di miliardi di persone per avviare relazioni e per condividere conoscenza e sapere. Lo scenario che circonda le imprese è, quindi, nettamente cambiato rispetto al passato, ed inevitabilmente queste dovranno adeguarsi ai nuovi mezzi di comunicazione ed alle possibilità che l’avvento di questa nuova era concede a chi saprà coglierle.

L’era del Learning 2.0 ha delle caratteristiche ben precise che cerchiamo di elencare. Any where and always on, i contenuti offerti nell’era del 2.0 possono essere ottenuti ovunque e sempre, con una disponibilità istantanea grazie all’utilizzo dei device e dei cloud. Il web è anche una piattaforma democratica e social, visto e considerato che tutti possono condividere o proporre dei contenuti sui quali si aprono dibattiti e conversazioni con una popolazione interessata potenzialmente numerosissima. Engaging e Friendly, ossia una esperienza, quella vissuta sul web, emozionante, divertente e facilmente accessibile. I contenuti avranno anche un carattere Local in quanto la generalizzazione e la sovrabbondanza di informazioni crea confusione e, per questo, vi è una segmentazione dei percorsi con approfondimenti su tematiche particolari.
Notevoli saranno, quindi, le differenze rispetto al Learning 1.0 come si evince dalla FIGURA che evidenzia le sostanziali modificazioni nell’apprendimento e nei comportamenti delle persone.

La prima grande differenza tra l’era 1.0 ed il learning 2.0 è senza dubbio l’introduzione dell’apprendimento informale, ovvero l’insieme di tutte quelle conoscenze derivanti dalla pratica e dall’esperienza maturata nella quotidianità. Alcuni studi statistici dimostrano che la quantità maggiore di informazioni immagazzinate nasce proprio dal cosiddetto apprendimento informale mentre solo un piccola percentuale dai corsi e dalle lezioni somministrate.

Tra gli obiettivi del learning 2.0 vi è proprio la volontà di creare le condizioni affinché il sapere, le esperienze e quel bagaglio di conoscenza tacita vengano messi a disposizione della intera organizzazione che ne trarrà sicuro profitto. Ecco che vengono introdotti contesti non convenzionali che, a differenza delle classiche aule, prediligono un rapporto a distanza ma che metta a loro agio gli individui interessati all’apprendimento. Uno dei cambiamenti sostanziali più significativi nel passaggio al 2.0 riguarda proprio le persone che da semplici fruitori delle informazioni diventano parte attiva sino al punto di trasformarsi anche in produttori di contenuti da mettere a disposizione della community.

Quei contenuti che devono necessariamente essere in costante evoluzione, aggiornati lasciando traccia delle versioni passate e facilmente ricercabili attraverso il sistema dei tag e con la creazione di liste di preferiti che agevolano l’acquisizione degli stessi. Accanto a ciò sono stati introdotti particolari meccanismi intelligenti di profilazione e targettizzazione che tracciano le scelte di navigazione dell’utente così da rendere più particolare e precisa la ricerca. Negli ultimi anni, poi, vi è la possibilità di avere accesso alla conoscenza attraverso numerosi formati e strumenti virtuali (gli ebook e le app sono l’esempio più calzante) che son cresciuti di pari passo coi device, ovvero gli strumenti fisici utilizzati anche per attingere velocemente ai contenuti (smartphone, tablet, ecc.).

Un altro aspetto importante nell’era 2.0 è il linguaggio utilizzato, che verterà maggiormente su linguaggi visivi e multimediali con l’uso di immagini, video, schemi e mappe interattive che migliorano la fruizione delle informazioni rendendole anche più coinvolgenti sul piano emotivo. Sparisce la dicotomia tra aule fisiche ed e-learning per fare spazio a tutta una serie di sistemi integrati che agiscono in più ambiti come le attività in presenza e distanza, la dimensione individuale e di gruppo, l’apprendimento formale e informale. Si tratta di sistemi definiti blended, che associano differenti modalità per una esperienza di apprendimento efficace e personalizzata.

Cambiano i contenuti e la loro fruizione e parallelamente nascono alcune figure professionali che in questo mondo 2.0 si specializzano fornendo supporto alle imprese. Il knowledge enabler, per esempio, è colui che nell’organizzazione facilita i processi di emersione e circolazione delle informazioni. Tale nuova figura, dai contorni ancora poco definiti, dovrà lavorare su più livelli e con una notevole flessibilità e libertà d’azione, gestendo sia l’aspetto del social manager che quello della psicologia dei nuovi media, laddove sarà necessario studiare le interazioni tra la tecnologia e l’utente.

Entrando nel pratico, esistono alcuni format testati nell’ottica del learning 2.0 con una forte valenza sociale e che rendono il trasferimento della conoscenza sempre più semplice e con uno spirito partecipativo. Il SAI (Sistema di Apprendimento Integrato), per esempio, può essere rappresentato come la spirale della FIGURA , prendendo spunto da Nonaka, la cui efficacia è data dal miglioramento delle condizioni che permettono un apprendimento sempre più persuasivo e continuo. Con il SAI vengono messe in risalto tutte le occasioni e le modalità di apprendimento presenti nella vita professionale delle risorse umane andando oltre i classici confini fisici entro i quali, nell’era 1.0, si trasferiva la conoscenza. Alla base del SAI vi è il fine di responsabilizzare le persone rendendo sempre più autonomo il loro processo di apprendimento che troverà la sua utilità del potenziamento del business aziendale.


A supporto del SAI, per agevolare il processo di cambiamento nelle modalità di apprendimento, introduciamo il “modello delle 3K” con il quale vengono identificate le tre dinamiche che consentono una maggiore mobilità della conoscenza. La prima dinamica è la knowledge transfer con la quale si trasferisce la conoscenza seguendo il classico flusso che vede il più esperto trasmettere al meno esperto (top-down). Tra gli strumenti utili a trasferire la conoscenza top-down troviamo i blog, le chat ed i forum moderati, attraverso i quali l’esperto comunica con chi necessita di conoscenze. Con le dinamiche di knowledge building, invece, la conoscenza viene costruita e formalizzata per poi diventare patrimonio a disposizione dell’azienda, seguendo un processo che porta le idee a risalire dall’individuo verso l’alto, verso l’organizzazione (bottom-up).

La costruzione del patrimonio di conoscenze nell’era 2.0 viene resa possibile attraverso strumenti di scrittura collaborativa (wiki) o di condivisione contenuti, autoprodotti o reperiti in rete, o magari attraverso programmi user-generated che consentono la condivisione di esperienze. La terza dinamica è la knowledge sharing nella quale sono contenuti i processi di circolazione e condivisone della conoscenza, agendo in flussi orizzontali peer-to-peer. Questa suddivisione è utile ad orientare la scelta degli strumenti adatti all’apprendimento ed al trasferimento della conoscenza. A supporto di tale dinamica troviamo tutti gli strumenti di networking, di condivisione e discussione aperta con i quali lo scambio di esperienze, il confronto costante e le conversazioni vengono messi a disposizione di tutti. Qui vengono introdotti anche i sistemi di segnalazione (alert e messaggistica push), di rilascio feedback (vedi i like) e tutti quei supporti utili a comunicare (sms, tweet, chat).

Alcuni esempi ispirati al modello delle 3K sono la matrice Seeker&Solver, che mette in contatto la persona che ha un problema con chi ha una soluzione attraverso una mappa interattiva, i Learning Camp, utili ad imparare dalle esperienze di successo altrui, i Brain-Tweet che stimolano la creatività attraverso gruppi di lavoro sfruttando le nuove tecnologie, i Counselling Online, utili ad imparare dagli errori commessi da altri attraverso confronti di gruppo effettuati online, e le Knowledge Map utilizzate per aggiornare in maniera partecipata gli strumenti utilizzati per l’apprendimento.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Knowledge Management: il valore della conoscenza.

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Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Clemente
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: UniCusano - Università degli Studi Niccolò Cusano
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Aziendale e Management
  Relatore: Paola Paoloni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

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Parole chiave

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