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La figura dell'assistente sociale tra vecchi stereotipi e nuove sfide: un percorso d'analisi

Una definizione per la professione dell’assistente sociale

La professione dell’assistente sociale risulta oggi carente di una propria definizione condivisa che possa meglio descrivere la sua nuova identità. L’identità di questo operatore si evolve e muta poiché si inserisce nel più ampio contesto di trasformazione sociale del mondo postmoderno.

La prima enunciazione con cui si è cercato di circoscrivere il profilo di chi esercita nell’ambito della cura risale ai primi anni Ottanta del Novecento. In essa si afferma che "l’assistente sociale è un operatore sociale che, agendo secondo i principi, le conoscenze e i metodi specifici della professione, svolge la propria attività nell'ambito del sistema organizzato delle risorse messe a disposizione dalla comunità, a favore di individui, gruppi e famiglie, per prevenire e risolvere situazioni di bisogno, aiutando l'utenza nell'uso personale e sociale di tali risorse, organizzando e promuovendo prestazioni e servizi per una maggiore rispondenza degli stessi alle particolari situazioni di bisogno e alle esigenze di autonomia e responsabilità delle persone, valorizzando a questo scopo tutte le risorse della comunità".

Oggi non si può però considerare esclusivamente tale definizione, poiché essa risulta altamente anacronistica. Prevale, infatti, all’interno di questa definizione il concetto di bisogno e non di nuovi rischi, di passività dell’utente e non di cittadino consapevole e attivo.

La legge che istituì l’Ordine degli assistenti sociali nei primi anni Novanta, esalta l’autonomia professionale di chi opera nel contesto della cura. Allo stesso modo, però, il riferimento è ad una “concezione essenzialmente riparativa che ignora le nuove piste teoriche orientata alla promozione di opportunità nei mondi vitali e di empowerment nei soggetti individuali e collettivi”.

La mancanza di una definizione con cui circoscrivere l’identità dell’assistente sociale è una specificità tutta italiana. Altri paesi, infatti rimandano all’enunciazione accolta nel Duemila dall’International Federation of Social Workers e dall’International Association of Schools of Social Work. In tale occasione si misero al centro del dibattito quegli elementi che collocano questa professione in un’ottica non più riparativa, ma di promozione dello sviluppo della società.

All’interno del Nuovo Dizionario di Servizio Sociale, alla voce “assistente sociale” si ritrova questa definizione: “professionista che, utilizzando gli strumenti conoscitivi e operativi, il metodo e le tecniche della disciplina del servizio sociale, interviene a favore di un equilibrato rapporto tra persone e ambiente sociale, impegnandosi nel promuovere un cambiamento che interessa contemporaneamente l’incremento delle capacità di azione nei soggetti, delle opportunità e delle risorse nei contesti di vita. Ponendo al centro della sua azione la persona, l’assistente sociale interviene in un’ottica trifocale attraverso prestazioni professionali incentrate sulla relazione d’aiuto, sullo sviluppo di solidarietà e di risposte istituzionali rispettose delle soggettività, con implicazioni trasversali di natura relazionale, manageriale, programmatoria, progettuale, valutativa, oltre che di studio del contesto
(Ferrario, 1996; Gui, 2004; Dal Pra Ponticelli, 2010). Il suo ruolo assume, oltre alla valenza tecnico-professionale, anche quella etico-politica, in virtù di un orientamento alla promozione di giustizia e inclusione sociale che richiede di impegnarsi costruttivamente per influenzare le politiche sociali in questa direzione (Campanini, 2009)”.

Ecco quindi la definizione di assistente sociale quale agente di cambiamento volto ad aiutare e sostenere lo sviluppo della persona, della cittadinanza. Questa professione così percepita diviene il luogo ed il motore per l’accrescimento e l’evoluzione del capitale sociale.
La condivisione di questa enunciazione può sicuramente favorire il contrasto di tutte quelle forme di etichettamento, di pregiudizio assoggettate alla figura dell’assistente sociale.
Tra le conseguenze del mancato riconoscimento, invece, non si può non sottolineare, oltre alla mancata cessazione della costruzione di tipizzazioni ad opera del sociale, l’effetto burn-out in cui può imbattersi l’operatore così svalutato e marginalizzato.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La figura dell'assistente sociale tra vecchi stereotipi e nuove sfide: un percorso d'analisi

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Elisa Pancaldo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia e Politiche Sociali
  Relatore: Andrea Borghini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

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