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Il caso di Beppe Grillo. La comunicazione politica tra tv e web

Chi sono i grillini?

Mi dà fastidio il disprezzo che c’ê nel chiamarli grillini. Mi dà fastidio il modo in cui certi giornalisti che sono già morti tentano di infinocchiarli. Di spiegare che io sono un guru volgare e loro bravi ragazzi educati e perbenino.

Fin qui abbiamo volutamente raccontato la genesi dell’esperienza politica del M5S dal punto di vista del più mediaticamente esposto Grillo. Ora proviamo a cambiare prospettiva, facendo un po’ di luce sui cosiddetti grillini; cioè quello stuolo di donne ed uomini che si muovono nell’ombra di Grillo e Casaleggio, quei politici non di professione che quasi sempre vengono definiti frettolosamente in tv “persone giovani, oneste e competenti”; quei candidati che, con età media di 38 anni (dato risalente alle ultime amministrative), fanno della loro inesperienza politica un punto di forza. Quei militanti che negli anni hanno portato, con banchetti e raccolte delle firme, nelle piazze italiane le battaglie di Grillo. Ed ancora, quei cittadini attivi che non sono spaventati dall’estremismo dialettico del comico, pur completandolo e/o smorzandolo con toni pacati e uno stile compassato. Federico Pizzarotti quando viene eletto sindaco di Parma, in una città commissariata per il crack economico-finanziario, ha 39 anni. Lavora in banca nel settore dell’Information Tecnology, si avvicina alla politica nel 2009, l’anno in cui nasce il M5S. Il suo personaggio – mediaticamente costruito – viene considerato il simbolo dei grillini. Prima di addentrarci nelle analisi appare importante in questo senso sottolineare che quando si parla di grillini – con una definizione detestata da Grillo in primis – si può far riferimento sia agli iscritti al Movimento, magari già prima aderenti ai meetup, sia ai simpatizzanti che oltre la soglia del web non si sono mai spinti e che hanno sostenuto il M5S solo nella cabina elettorale. E la differenza dal punto di vista sociologo non è così microscopica, ovviamente. Partiamo dal popolo di Grillo inteso come quelle centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza per sostenere le iniziative del comico, fin da prima della nascita del M5S.

Infatti Socci e Orazi hanno realizzato un’interessante ricerca nel 2008 facendo riferimento soprattutto ai grillini dei meetup e dei V-Day:

Si tratta di persone giovani ma non solo, prevalentemente di sesso maschile, molto istruite, con ottimi livelli di accesso all’informazione e con una forte e sviluppata alfabetizzazione informatica. Sul piano dell’impegno politico si tratta in grande prevalenza di neofiti, dato che il 61,2 dichiara di non provenire da nessuna precedente esperienza. Tuttavia, fra coloro che la dichiarano, è prevalente l’appartenenza a sinistra, o in forma esplicita (militanza di partito: 11,3%) o in forma implicita (appartenenza a movimenti: 21,2%).

Emergono almeno altri due elementi interessanti e probabilmente inaspettati dal libro di Socci e Orazi. Il primo è quello che riguarda il ruolo di Grillo che viene sì riconosciuto come “collante simbolico e nello stesso tempo grancassa del movimento”, ma tale relazione di affetto e stima collettiva diventa sul piano politico quasi strumentale. Cioè da una parte Grillo ha incontrato il suo popolo militante, dall’altra questo ha trovato in lui un grande alleato”.

Tale situazione procura ed ha procurato nei meetup e nei forum inevitabili dibattiti talvolta critici nei confronti dell’operato di Grillo. Episodi che, moltiplicati nel tempo, hanno condotto anche a manifestazioni di insofferenza verso il controllo eccessivamente centralizzato del duo Grillo-Casaleggio. Insomma, il leaderismo di Grillo che parrebbe evidente e inconfutabile, in realtà sarebbe fortemente rifiutato dai cosiddetti grillini:

Il 47,3% dei rispondenti considera il leaderismo una stortura che non si concilia con la partecipazione democratica dal basso, vero obiettivo metodologico del movimento. Un altro 28.9 giudica i movimenti identificati nel leader come destinati a terminare con l’uscita di scena del leader stesso.

L’altro elemento su cui Orazi e Socci pongono attenzione è quello legato alle inclinazioni antisistemiche del movimento grillino. In definitiva gli aderenti ai meetup non vogliono l’abbattimento del sistema, bensì il suo miglioramento, pretendendo di acquisire più sovranità nelle decisioni concernenti l’interesse pubblico.

A tale proposito è stupefacente scoprire che soltanto il 4.3% dei rispondenti afferma di sentirsi un antipolitico che mira al porre fine ai partiti; appare interessante proprio rispetto alla questione antipolitica, leggere anche qualche dato elaborato dal sociologo politico Ferrari Nasi il quale per sintetizzare la sua ricerca ha detto che in molti casi “grillini e antipolitici paiono avere posizioni antitetiche”. Per esempio in economia i grillini sono liberisti: per 8 attivisti del movimento su 10 un buon funzionamento della nazione si ottiene con minore presenza dello Stato. Per gli elettori antipolitici invece si registra una percentuale (63) più bassa. Così come emerge il fatto che i grillini non siano giustizialisti alla Di Pietro (il 77% non crede alla giustizia) e siano favorevoli alla concessione degli stessi diritti delle coppie etero agli omosessuali in non molti (37%), mentre per gli antipolitici quest’ultimo dato ê al 45%.

In definitiva il profilo sociologico dei grillini è diverso da quello degli antipolitici: i primi sono giovani, laici, e provengono dal Nord più ricco, i secondi sono più anziani, credenti, e in prevalenza delle regioni più povere. Veniamo ora al web, visto dalla prospettiva dei grillini. Cosa pensano i militanti della Rete, così tanto esaltata dal comico?
Risposta prevedibile. “La rete è la garanzia della democrazia”.

Ad affermarlo è Giovanni Favia, il primo grillino a saltare alle cronache per l’exploit elettorale in Emilia Romagna. Favia ê anche però colui che attraverso la tv (e un fuorionda) ha messo in dubbio la democrazia nel M5S. Abbiamo anticipato qualcosa della vicenda nella prima parte del presente lavoro. Dopo le dichiarazioni in tv del consigliere regionale cosa succede? Innanzitutto Favia sceglie la Rete per spiegare le sue parole carpire a sua insaputa dalle telecamere e dai microfoni di La 7. Pochi minuti dopo la messa in onda del servizio nel quale accusa il M5S di non avere democrazia al suo interno e anzi di essere nelle mani dell’unico vero padrone Gianroberto Casaleggio, ammette, tramite facebook, che qualche problema c’ê nel Movimento (“li chiariremo tutti insieme”), ma minimizza ricollegando le sue esternazioni alla vicenda che coinvolse Tavolazzi, suo “grande compagno di battaglie sin dagli inizi. Lo vidi piangere, dopo l’inibizione al logo. Ero arrabbiatissimo”.

Il messaggio postato sulla sua bacheca viene letto in diretta in tv. Il web ancora una volta invade il piccolo schermo, nel segno della convergenza mediale dei nostri anni. Qualche ora dopo arriva la replica del duo Grillo-Casaleggio. Poche righe sul blog per smontare (in realtà senza alcuna argomentazione provata) le accuse di aver definito le liste per le elezioni comunali e regionali, di aver scritto programmi comunali o regionali e di aver dato indicazioni per le votazioni consigliari.
Oltre a difendersi Grillo ovviamente attacca, riportando sul blog un articolo di un giornalista freelance nel quale si avanza l’ipotesi di un fuorionda concordato ad hoc da Favia e dal giornalista, magari per preparare il passaggio del consigliere nel Pd, vista anche la prossimità della scadenza del secondo mandato. Grillo in persona toglie la fiducia al suo ex pupillo, pur precisando in un primo momento di non voler cacciare nessuno (una menzogna, come la cronaca dei giorni scorsi ha dimostrato). Per il comico il caso Favia altro non è che una nuova campagna mediatica contro il M5S. Pochissime ore prima il grillino Travaglio su Il fatto quotidiano scriveva:

I politici che, soprattutto a sinistra, gli danno del populista, barbaro, fascista, nazista, assassino e altre carinerie (le ultime sono un compenso in nero, subito smentito, e un appello -falso pure quello -a picchiare i marocchini: a proposito di "macchina del fango"), lo fanno ben scortati e nascosti dietro plotoni di uomini armati. Eppure anche i politici più a rischio lo sono infinitamente meno di Grillo. Dargli una martellata in testa è la cosa più facile del mondo. E anche infilargli una busta di droga in macchina: anche perché la macchina è la sua, non un'autoblu con autista e gorilla.

Dunque, la macchina del fango è stata azionata contro il movimento grillino in vista delle elezioni politiche? Oppure esiste, realmente, un malessere interno al non-partito di Grillo che viene giustamente portato alla luce da stampa e tv, peraltro con la complicità – consapevole o meno – dei grillini stessi? Un’ipotesi non esclude l’altra. Peraltro – ed è forse banale notarlo – è evidente il fatto che testimonianze ostili a Grillo e Casaleggio non si fatichino a trovare, soprattutto sui forum e i meetup.

Col passare del tempo le diffide di Grillo annunciate tramite blog nei confronti di alcuni militanti del suo Movimento creano polveroni, che quasi sempre il comico riesce a celare con nuove bordate polemiche. Nel novembre del 2012 scoppia il caso di Fabrizio Biolè, eletto nel 2010 consigliere regionale in Piemonte per il Movimento 5 Stelle, e diffidato due anni dopo da Beppe Grillo a utilizzare il nome e il marchio del M5S perché – questa è la comunicazione ufficiale dello studio legale Squassi e Montefusco, che cura gli interessi del co-fondatore del Movimento a 5 Stelle -l’elezione di Biolê ê stata “viziata da un elemento ostativo”: il candidato cioê aveva già rivestito in due precedenti occasioni cariche elettive, circostanza che contrasta con le regole del M5S e che in quell’occasione non era emersa, permettendo così la sua candidatura ed elezione.

Secondo Biolè, invece, questa ‘macchia’ nella sua biografia era già nota a Grillo, che fece un vero e proprio strappo al regolamento in quanto non era stato possibile trovare altre persone che si volessero candidare per i 5 stelle a Cuneo, città natale di Biolè. Quale che sia la verità sulla specifica vicenda, la lasciamo con piacere alla cronaca. Qui invece pare opportuno ribadire come il consenso per gli uomini di Grillo sia cresciuto, nonostante notizie di questo tenore abbiano tenuto banco sui principali mezzi di comunicazione soprattutto negli ultimi mesi. E’ evidente che a facilitare la vita di Grillo e dei suoi ci abbiano pensato i sempre puntuali scandali che hanno colpito gli altri partiti: dagli sprechi alla corruzione, dalle dichiarazioni choc alle gaffes. Insomma, la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Che Grillo cavalca sempre più sicuro, dimostrando anche capacità nel rappresentare il suo universo politico come nuovo in ogni caso a dispetto di quello vecchio caratterizzato dal potete partitocratico.

Resta da comprendere, ora, da dove provengano i voti indirizzati ad un movimento che, se a livello nazionale sembra unito nel nome di uno stoico Beppe Grillo, pare invece fratturato in alcune realtà locali, come si è visto in precedenza. Chi sono cioè gli elettori grillini? La prima risposta è inevitabile: i voti raccolti dal Movimento derivano dal disfacimento dei partiti tradizionali, dove per essi si intendono il Pdl e il Pd (secondo i sondaggi più recenti, in netta ripresa – sulla carta ê il primo partito dell’Italia); organizzazioni partitiche cioè che non riescono più ad essere rappresentative e credibile.

Stando alle analisi dell’Istituto Cattaneo, alle amministrative della primavera del 2012 la maggior parte dei voti a Grillo è venuta da destra: tra tre e quattro voti su dieci vengono dalla Lega, altri due-tre dal Pdl. Così Grillo riempie il cosiddetto vuoto che la politica tradizionale non riesce a colmare. Che è poi quello che Carlo Carboni ha definito “malessere democratico italiano” segnalandone come indicatori la diminuzione degli iscritti ai partiti, dei tassi di fiducia della popolazione verso le istituzioni e della percentuale degli elettori che si recano effettivamente a votare. Appunto l’astensionismo: laddove gli elettori avevano deciso di rimanere a casa in occasione delle tornate elettorali precedenti scelgono stavolta di esprimere un voto di protesta.

Lo stesso Grillo lo ammette, ma sottolinea che quello stesso spazio negli altri Paesi lo “stanno riempiendo gli estremisti”, come i nazisti di Alba Dorata, Marine Le Pen in Francia, mentre “noi non siamo quella roba là. Siamo un movimento di cittadini che vuol fare politica in maniera diversa”. Insomma mentre negli altri paesi sempre maggiore spazio lo conquistano le “camicie brune, noi portiamo in politica i boyscout. Ragazzi perbene. Laureati. Incensurati. Colti. Curio”. Il Movimento 5 stelle come un cuscinetto politico-sociale.

A questi aspetti ne va aggiunto un altro decisivo, cui si è già accennato: la caduta libera della Lega Nord, soprattutto dopo gli scandali legati al tesoriere Francesco Belsito che hanno causato tra le altre cose la fine politica di Umberto Bossi, il cui ruolo di leader è stato ereditato da Roberto Maroni. Continuando ad analizzare le elezioni comunali del 2012 infatti si registra facilmente una crescita del Movimento non omogenea sul territorio nazionale. L’Istituto Cattaneo di Bologna ha notato che al Nord (Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto e Friuli) il M5S ha raggiunto il risultato medio di 10,75%, nella zona rossa (Emilia Romagna, Toscana, Marche) il 12,7% mentre al Centro-Sud (Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Sicilia) non è andato oltre il 3,6%:

Una differenza dovuta a tre ragioni: i fenomeni politici nuovi si diffondono storicamente prima al Nord e poi al Sud. Poi c’ê la diversità del carattere della scelta elettorale: al Centro-Nord pesa di più il voto d’opinione, al Sud, invece, il voto di scambio.
La terza ragione è il declino della Lega. A Parma, il 38,5% degli elettori che avevano votato il Carroccio nel 2010 ha scelto Pizzarotti.


Di tutto questo tiene conto Ilvo Diamanti quando rappresenta con la metafora dell’autobus il rapporto esistente tra Grillo, i militanti e gli elettori. Un autobus, molto pubblicizzato anche dai nemici media tradizionali, sul quale viaggiano gli abbonati, cioè gli attivisti dei meetup, i passeggeri occasionali, cioè gli elettori, e l’autista, cioê Grillo, “un attore mimetico che sente le onde del pubblico ma anche un imprenditore politico che entra sul mercato elettorale e sa sfruttare le opportunità date dallo scongelamento dell’elettorato forza leghista ma anche di quello che si opponeva, che si riferisce al popolo della Rete ma anche alla Piazza”.

Così dunque quello di Grillo assume i connotati di un non-partito trasversale, poiché riesce a recuperare voti da tutte le parti politiche. D’uopo è segnalare un dato in riferimento alle regionali in Sicilia, dell’ottobre 2012. E’ quello riguardante il voto nelle carceri. Dove su 7.050 detenuti (carcerati comuni e non di mafia) hanno votato solo in 46. Ed ancora, all'istituto di pena di Pagliarelli a Palermo, dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1300 detenuti soltanto uno ha scelto di esercitare il proprio diritto di voto, presentandosi al seggio elettorale. Numeri che sono assolutamente in linea con la percentuale di astensionismo, arrivata a quota 53 per cento. Roberto Salviani, ricercatore giunto dal Brasile in Italia per studiare dal di dentro il Movimento 5 Stelle, da noi interpellato, interpreta il dato sull’astensionismo nelle carceri come la dimostrazione che l’ingresso dei grillini ha scombussolato il sistema. Al punto da impedire ai mafiosi di avere un punto (partito o candidato) di riferimento elettorale.

L’eterogeneità nella composizione del movimento grillino comporta ovviamente anche una più alta conflittualità interna, legata proprio alle scelte politiche da assumere. In più occasioni questo limite è stato denunciato perfino da chi ha fatto parte del non-partito. Per esempio l’ex grillina Monica Fontanelli. tramite il sempre attento Micromega ha raccontato che il “Movimento non ê ciò che viene descritto da Beppe Grillo” e che esso è unito solo quando in ballo ci sono temi ‘facili’ come gli spazi verdi nelle città, la diminuzione dei costi della politica, la raccolta differenziata; tutti argomenti sui quali è relativamente facile trovare una convergenza di idee e di proposte. Il problema nascerebbe invece quando di mezzo ci sono questioni più complessi, che l’estrema eterogeneità del Movimento non permetterebbe di affrontare con successo. Insomma, conservatori e progressisti, laici e cattolici integralisti si possono unire nella “protesta”, ma molto più difficilmente nell’ambito di un realistico progetto di proposta”.
[…]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il caso di Beppe Grillo. La comunicazione politica tra tv e web

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Informazioni tesi

  Autore: Massimo Galanto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Filosofia lettere Scienze umanistiche e studi orientali
  Corso: Editoria e Scrittura
  Relatore: Alessandro Lanni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 240

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