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Il mondo tra verità e finzione cinematografica. La invención de Morel

L’invenzione di Morel

Il film L’invenzione di Morel è stato girato sulle spiagge di Malta e si differenzia da gran parte delle precedenti pellicole italiane per il fatto di avere un ritmo tutt’altro che veloce e poche sequenze dialogiche.

Per la maggior parte del tempo il film è caratterizzato da molti silenzi: si sentono solo il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, il vento che soffia tra le chiome degli alberi, i passi del protagonista (interpretato da Giulio Brogi) mentre esplora l’isola. La macchina da presa segue i movimenti del protagonista e ne evidenzia la solitudine: molti campi lunghi mostrano il protagonista molto piccolo rispetto alla grandezza del paesaggio che lo circonda o alla maestosità del Museo, l’edificio dove vivono gli altri isolani.

Lo spettatore si sente quasi circondato da queste immagini e si identifica nel protagonista, che vaga disperato alla ricerca di un posto sicuro dove poter accamparsi.
L’identificazione dello spettatore nel protagonista non è casuale: il regista vuole che lo spettatore senta che il protagonista è al suo stesso livello. Il protagonista è lo spettatore della vita sull’isola: come scoprirà alla fine della storia, gli isolani sono delle immagini proiettate, registrate cinquant’anni prima del suo arrivo, dunque egli non ha fatto altro che assistere a un “film”. Alcune inquadrature mostrano gli isolani sullo sfondo, lui invece volge le spalle alla macchina da presa, come se facesse parte di un’ipotetica platea. Il protagonista sembra quasi essersi “aggiunto dopo”, durante il processo di post-produzione, come se non facesse parte della storia.

I dialoghi sono pochissimi, e nessuno di essi coinvolge il protagonista. Quando l’uomo cerca di comunicare con Faustine (interpretata da Anna Karina), la donna non gli risponde perché non può sentirlo: è come vedere un uomo che cerca di parlare con lo schermo di un televisore o di un cinema.

Abbiamo parlato di identificazione dello spettatore nel protagonista. In un certo senso, anche al protagonista accade lo stesso con uno degli altri personaggi: quando lo scienziato Morel (interpretato da John Steiner) spiega a uno dei suoi compagni che le sue azioni sono state compiute in nome del suo amore per Faustine, la scena mostra il protagonista che guarda Morel e questi che ricambia lo sguardo. Tutti e due sono immobili, in piedi a fissarsi, e sembra quasi che il protagonista si stia riflettendo in uno specchio, perché anche lui è innamorato di Faustine e deciderà di registrarsi spinto dalla stessa motivazione dello scienziato. Ecco quindi che avviene l’identificazione del protagonista/spettatore con uno dei personaggi del “film” che sta guardando.

Emidio Greco è molto fedele alle intenzioni di Adolfo Bioy Casares. La invención de Morel è infatti una riflessione sul cinema come riproduttore della vita: la visione cinematografica rende “in carne e ossa” questa riflessione attraverso le parole dello scienziato Morel:

Immaginatevi un palcoscenico, nel quale venisse recitata integralmente la nostra vita durante questi sette giorni. Noi stiamo recitando anche in questo momento. Tutti i nostri atti sono rimasti registrati. [...] Sono immagini registrate, ma nessun testimone le scambierebbe per qualcosa di meno di una persona vivente. [...] Non avrei mai immaginato, come mi accorsi dopo i primi esperimenti, che quelle persone riprodotte avevano quasi coscienza di sé. Non erano immagini morte o riprodotte come oggetti inerti, e nessuno avrebbe potuto distinguerle dalle persone vere. Mi trovai, cioè, davanti agli occhi delle persone ricostituite, le quali scomparivano se disinnestavo il proiettore. Esse vivevano soltanto i momenti vissuti mentre riprendevo la scena, e una volta finiti, questi si ripetono di nuovo come brani di un disco o di una pellicola che arrivati alla fine ricominciassero da capo. [...] Una volta riuniti tutti i sensi, sorge anche l'anima. [...] Vi costa fatica ammettere un simile sistema di riproduzione della vita? Pensate! Non ho preteso di creare la vita; soltanto registrarla e proiettarla. Quante volte tutti noi non ci siamo sentiti vicini a concepire un simile destino? Non abbiamo più volte ipotizzato che le immagini stesse abbiano un'anima? La mia invenzione non fa che confermarlo.

Il cinema, quindi, cattura la vita e la riproduce, non la crea. Ma la macchina da presa, se da un lato è indubbiamente uno strumento straordinario, dall’altro è anche un’arma letale, perché distrugge l’identità di ciò che riproduce. Le persone che Morel ha registrato sono morte, e da questo nasce il turbamento del protagonista, innamorato della semplice immagine di una donna.

Il film di Emidio Greco è molto fedele al romanzo di Adolfo Bioy Casares: i dialoghi sono quasi tratti direttamente dalle pagine del libro. Ma il regista ha apportato dei piccoli cambiamenti alla trama. Ad esempio, inserisce un dialogo tra Morel e uno dei suoi compagni, interpretato da Roberto Herlitzka, in cui lo scienziato giustifica le sue azioni. I sogni del protagonista, dettagliatamente descritti nel romanzo, nel film non compaiono, probabilmente perché sarebbe stato troppo complesso realizzare quel determinato tipo di scene e forse anche per rispettare i “limiti” della durata del film.

Un elemento molto importante del romanzo è il lavoro di scrittura che il protagonista realizza producendo il suo diario. Nel film questo particolare non è messo in risalto; le scene in cui il protagonista ha una penna o un taccuino in mano sono molto poche.
La differenza più grande, però, sta nel finale. Ne La invención de Morel il protagonista si registra con la macchina e muore, diventando parte del mondo creato dallo scienziato. Nel film, invece, Greco sceglie di rappresentare un ripensamento del protagonista, che nell’ultimo minuto della pellicola si pente della sua scelta e distrugge la macchina, ma il suo tentativo di rimediare alla sua registrazione è vano: il processo di distruzione del suo corpo è già avviato, quindi morirà.

Quest’ultimo significativo gesto del protagonista esprime una ribellione dell’uomo moderno contro la tecnologia, che facilita la vita, ma la rende anche vuota e ripetitiva. Una ribellione che però non ha successo, e l’uomo moderno non può fare altro che piegarsi a questo nuovo mondo riproducibile e ingannatore.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il mondo tra verità e finzione cinematografica. La invención de Morel

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Informazioni tesi

  Autore: Roberta Torsello
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Giovanni Darconza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 38

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