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Tra editoria e cinema il caso La solitudine dei numeri primi

Giordano e Costanzo

La solitudine dei numeri primi non ha venduto che trentamila copie quando una parte dei suoi diritti viene acquistata per il cinema. A interessarsene è Mario Gianani, nome importante dell’imprenditoria cinematografica, stimato da diversi registi per il suo intuito e la sua capacità di trasformare molti titoli della recente produzione italiana in grandi successi. Noto soprattutto per la collaborazione con il regista Saverio Costanzo, insieme al quale nel 2001 fonda la casa di produzione Offside (diventata poi Wildside nel 2009, joint venture tra Wilder e Offside), produce film come Private, nel 2004, che ottiene un ampio riconoscimento di critica e di pubblico, premiato con il David di Donatello e il Nastro d’Argento, e In memoria di me, che viene selezionato nel 2007 al Festival di Berlino, consacrando così il fortunato sodalizio tra lui e il regista. Con La solitudine dei numeri primi Gianani desidera sfruttare l’ormai consolidato rapporto tra libro e cinema e, impressionato soprattutto dalle forti immagini contenute nel romanzo, decide di non lasciarselo sfuggire.

Dopo un incontro con Giordano e la Mondadori, stipula con essi un contratto, passando attraverso un’opzione (ovvero un anticipo per consentire un periodo di tempo in cui prendere la decisione) e acquisendo inizialmente solo il 10% della quota. In seguito decide di proporre il progetto proprio a Costanzo, ma questi non sembra del tutto convinto, essendo già impegnato nella realizzazione di un altro film e non considerando attraente la storia: «Non posso dire di avere avuto un innamoramento a prima vista per il libro. Stavo lavorando a un altro progetto e una storia d’amore non mi sembrava esattamente ciò che desideravo raccontare in quel momento».

Nel frattempo La solitudine dei numeri primi vende sempre più copie e si aggiudica a luglio del 2008 l’ambito Premio Strega. Costanzo, colpito dal successo e dal seguito di lettori che il libro ha saputo conquistarsi, torna a interessarsene; rileggendo il romanzo, due in particolare sono le scene che catturano la sua attenzione e che lo legano definitivamente al progetto: «Mi sono accorto quanto le prime due immagini del libro, l’incidente occorso ad Alice bambina sulla neve e l’abbandono della sorellina da parte di Mattia, riuscivano nell’impresa, direi miracolosa, di dare immagine al dolore originario dell’infanzia, alla ferita primaria che muove tutta l’esistenza di una persona». Insieme a Gianani ne acquista i diritti per la loro intera somma e si propone come sceneggiatore, scegliendo di essere affiancato nel suo lavoro dallo stesso Giordano. È quest’ultimo a insistere affinché Costanzo diventi anche regista del film.

Tra i due si crea, fin da subito, una buona alchimia; Giordano non vuole essere un ostacolo al lavoro creativo del regista, ma al contrario gli lascia un’ampia libertà d’intervento sulla storia. Costanzo, d’altro canto, vede nello scrittore la garanzia di rimanere fedele all’essenza del libro, pur con tutti i cambiamenti stilistici che sceglie di apportare. Un libro non nasce mai già pronto per essere trasformato in film e questo Giordano lo sa bene: «Il lavoro di trasposizione può essere fatto in molti modi diversi. Mi sembra, tuttavia, che il primo passaggio sia quello di enucleare i punti chiave del libro, della storia, e poi di iniziare a montarli secondo un’idea cinematografica. A volte si recuperano parti intere di dialogo, ma non sempre è detto. L’unica cosa certa è che il libro non è in alcun caso una sceneggiatura affidabile, anche quando appare tale».

I due colleghi iniziano a lavorare rispettando l’iter narrativo della storia, il suo incedere lineare; riscrivono le scene esattamente nell’ordine in cui si trovano nel romanzo. Ma in un secondo momento sentono il bisogno di compiere un passo ulteriore: distruggere e ricreare una storia nuova. Secondo Costanzo è spesso necessario demolire la struttura originaria, per permettere al cinema di far provare allo spettatore una sorta di spaesamento. L’obiettivo del regista è quello di consentire al lettore di perdere ogni tipo di riferimento e consegnargli una nuova lettura del libro: «Il cinema deve suscitare sentimenti nuovi nello spettatore, deve disorientare, straniare. Presentare un prodotto che non dice niente di più rispetto al romanzo è come tradire l’arte del cinema, per me». Queste le sue scelte, non prive di rischi e portate avanti con una buona dose di coraggio: «Offrire la vicenda esattamente uguale a come sono abituati a conoscerla i lettori sarebbe sicuramente più semplice e, molto probabilmente, attirerebbe una più vasta gamma di pubblico; ma ciò non coincide con il mio stile».

Giordano e Costanzo lavorano alla sceneggiatura avendo le idee molto chiare, ma non senza difficoltà: «Eravamo soltanto Saverio ed io. Il processo è stato lungo, più di un anno, alternando intervalli a periodi di forte concentrazione. Siamo passati attraverso parecchie fasi. La prima, la più lunga, è stata una sorta di espropriazione della storia. A un certo punto siamo arrivati molto lontano dall’originale. Ci serviva essere liberi dagli automatismi che il romanzo sembrava imporre. Dopo esserci allontanati abbastanza, abbiamo ripensato la storia quasi da zero e, in maniera molto naturale, abbiamo reintegrato tanti aspetti del libro».

Lo scrittore fin dall’inizio partecipa al lavoro di sceneggiatura senza alcuna pretesa di rendere il film la copia identica del romanzo. Non desidera essere il custode del proprio libro, anzi prova una certa soddisfazione nello smembrare la vicenda, consapevole del fatto che, pur essendo una sua creazione, la storia ha un proprio status indipendente e in questo modo è come se rinascesse in una seconda vita. Il suo atteggiamento distaccato stupisce Costanzo: «Mi ha sorpreso perché ha partecipato alla distruzione della sua opera con la distanza di chi sa che non gli appartiene, che quella cosa fa parte della sua esistenza ma che non ne è la vita […]. È un uomo molto libero ed è soprattutto un grande scrittore, una persona che rispetto non solo come collaboratore, ma anche come amico».

Alla fine, il risultato soddisfa Giordano: «Il film ha un suo status indipendente dal libro, dal punto di vista estetico e di senso, pur conservando intatto il nucleo della storia. Questo era il traguardo più importante per me e non era affatto scontato, vista la larga popolarità del libro e la pressione che questo, implicitamente, metteva».

Questo brano è tratto dalla tesi:

Tra editoria e cinema il caso La solitudine dei numeri primi

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Tamburelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne con indirizzo critico-editoriale
  Relatore: Roberto Cicala
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 43

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