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La scommessa del brevetto europeo con effetto unitario: rivoluzione epocale od occasione mancata?

Un confronto con l’esperienza statunitense

Sia con riguardo alla scelta di codificare all’interno dei Trattati il potere di creare un diritto di PI sui generis, sia rispetto alla scelta del modello giurisdizionale del Tribunale unificato, l’Europa ha pagato un evidente tributo di riconoscenza all’esperienza statunitense. A questo proposito sembra opportuno riportare l’interessante opinione di chi ha criticato questo atteggiamento, ritenendo preferibile all’uniformazione il modello della concorrenza tra ordinamenti.

Un sistema che centralizza al livello europeo le procedure di «autorizzazione, coordinamento e controllo» priverà inevitabilmente l’Unione della ricchezza normativa derivante dal lavoro di legislatori e operatori giuridici di ventotto Stati membri.

Anche gli Stati Uniti a causa di una simile centralizzazione al livello federale hanno sciupato quelle valide innovazioni giuridiche che si erano sviluppate negli Stati della confederazione.

L’esistenza stessa all’interno della Costituzione americana di una clausola che regola i diritti di proprietà intellettuale (Art. 1.8.8) ha costituito un forte freno allo sviluppo e al trasferimento delle privative (soprattutto i marchi) delle imprese americane. È stato necessario far leva sull’elemento letterale delle disposizioni di legge per far rientrare taluni (nuovi) istituti nell’alveo di protezione della clausola costituzionale.

Allo stesso modo, l’inflessibilità del diritto della proprietà intellettuale negli Usa si è inasprita nel momento in cui è stato unificato il formante giurisprudenziale.

Quando nel 1982 la Court of Appeal for the Federal Circuit vide la luce, la situazione negli Stati Uniti non era molto dissimile da quella esistente oggi in Europa. Il dilagante forum shopping, l’inutile duplicazione delle decisioni giurisprudenziali, l’imbarazzante difformità delle sentenze sui medesimi fatti costituivano elementi peculiari della patent litigation americana non meno di quanto essi costituiscano oggi le piaghe del contenzioso brevettuale europeo. Stesso dicasi per i livelli di investimento in ricerca e sviluppo, che per lo più stagnavano in America quando in Europa e Giappone erano in piena crescita.

L’unica discrepanza con la situazione statunitense precedente al 1982 è rappresentata dal fatto che in Europa il sistema impone al titolare del brevetto di sostenere costi di giustizia ancora superiori: quelli derivanti dai procedimenti paralleli.
A fronte di questa quasi-identità di precondizioni, la risposta non poteva che essere la medesima: la creazione di un Tribunale unico, dotato di giurisdizione esclusiva per tutti i procedimenti riguardanti il brevetto unitario e, in quanto tale, capace di sedimentare un diritto finalmente uniforme.

Mentre la Convenzione di Lussemburgo sul brevetto comunitario cercava di «conciliare la presenza di un giudice unico della nullità del brevetto con l’aspirazione degli Stati a non comprimere troppo le attribuzioni dei loro giudici», nell’UPCt Agreement del 2013, i Paesi firmatari hanno deciso di aderire al modello americano della Court of Appeal for the Federal Circuit, optando per l’accentramento di tutte le decisioni in materia brevettuale in capo al Tribunale Unificato dei brevetti.

È opinione generale che una tale uniformità possa generare una certa sicurezza sull’esito delle future decisioni e condurre, di conseguenza, a un calo del carico giudiziario pendente dinanzi alle Corti, alle quali verrebbero preferite le sedi di conciliazione.

La creazione della CAFC, al contrario, ha portato a un’esplosione del contenzioso.
Secondo la visione di Kingston, invece, se fossero rimaste in vita più corti d’appello esse avrebbero alimentato la sana concorrenza tra giudici, auspicabile e fruttuosa: infatti, anche in presenza di rulings contrastanti, una volta adita la Corte Suprema, essa avrebbe potuto scegliere il migliore tra i molteplici approcci prospettati a partire dalla fattispecie concreta.

È sembrato opportuno accennare a questa interpretazione per sottolineare come non sempre la soluzione che storicamente è stata data ai medesimi problemi risulta quella concretamente più idonea.

Come ultimo esempio sia concesso di riportare il caso, altamente sintomatico, dell’India: questo Paese, appena dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1947, decise di non concedere brevetti sui prodotti farmaceutici, al fine di rafforzare l’industria locale. Oggi i successi di quella azzardata ma felice scelta sono sotto gli occhi di tutti. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La scommessa del brevetto europeo con effetto unitario: rivoluzione epocale od occasione mancata?

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Informazioni tesi

  Autore: Giuseppina D'auria
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Roberto Rosapepe
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

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