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Educazione e Mimesis

Il ruolo dell’educatore

Si è delineato fin qui un profilo di educazione che, stimolando il “farsi simile” all’altro, sia in grado di formare un’umanità più umana e quindi felice. Ma come fare concretamente nella pratica educativa tutto questo? E’ necessario ritornare su quel che si diceva nel paragrafo precedente. Si è affermato infatti che la persona può essere distinta da quello che è l’individuo, in quanto si può intendere persona come un modo particolare e personale di relazionarsi agli altri. Ebbene questa persona in sostanza altro non è che il sé autentico di ognuno, l’essere vero che attraverso la persona si mostra esprimendosi, ovvero comunicando se stesso agli altri.

Esprimersi equivale a manifestare, a porre fuori da sé quello che racchiudiamo nella nostra interiorità che è l’essenza più vera di noi. L’essenza è il vero noi. In una società come la nostra però questa espressione è sempre più costretta, assoggettata a dei modi in un certo qual modo prescritti. Torneremo su questo più in là ma quello che risulta importante trattare in questo momento è il fatto di come possiamo essere aiutati in questo esprimerci e nel migliorare il nostro rapporto con l’altro.

Qualsiasi tipo di educazione ha pur sempre bisogno di persone che traducano questa educazione in atteggiamenti e pratiche concrete. Queste persone sono gli educatori. Gli educatori dunque sono coloro che guidano il soggetto (bambino o adulto) in un percorso che lo porti ad essere un elemento completo. In questo particolare tipo di educazione che però vogliamo proporre, non si tratta di conoscere procedimenti prestabiliti ma semplicemente di saper essere se stessi, mostrando a coloro che educhiamo quella che è la nostra verità per condurli a scoprire la loro. Rendere l’individuo quindi capace di padroneggiare i propri meccanismi interiori per migliorare il rapporto con gli altri ma prima di tutto con se stesso. Si tratta perciò per l’educatore di mettere in atto un modo di essere che è il solo che permetta all’altro il suo esperire interiore.

Non a caso Nietzsche vede nell’educatore un liberatore:
«I tuoi veri educatori e formatori ti svelano il senso originario e la materia fondamentale del tuo essere, qualcosa che non si può assolutamente educare né formare, ma in ogni caso di difficile accesso, perché legato, paralizzato: i tuoi educatori non possono essere nient’altro che i tuoi liberatori».
Si tratta della stessa persona che nel “Mito della caverna” di Platone è in grado di toglierci le catene per condurci alla verità.

Ciò renderebbe indubbiamente l’educazione un qualcosa di più soddisfacente sia per chi la mette in atto, l’educatore, che per chi ne fruisce, l’educando. La realtà attuale purtroppo non è proprio così. Quante volte vediamo nella vita quotidiana casi di insegnanti che hanno perso la voglia di mettere in pratica questo delicato ma notevole compito? Hanno dimenticato l’entusiasmo che li animava all’inizio del loro incarico e tendono ad abbandonarsi a pratiche e ad aderire a prassi ormai consolidate, perché così hanno sempre fatto, ma con le quali hanno però sempre ottenuto i medesimi risultati (!). E quindi, ribadiamo, quante volte abbiamo anche visto alunni svogliati, che frequentano le lezioni perché obbligati e che chiuse le porte della scuola dietro di sé all’uscita si sentono finalmente liberi e contenti per aver assolto il loro compito? E’ la realtà scolastica attuale. Ne abbiamo fatto tutti esperienza.

Questo accade perché l’insegnante tende, il più delle volte, a vedere nell’alunno quasi un contenitore vuoto da riempire di nozioni e conoscenza, finendo però per ottenere l’effetto contrario: nella maggior parte dei casi ricordiamo poco o niente di quello che in anni e anni di scuola si è tentato di trasmetterci. E questo perché l’insegnante non vivendo in sé le cose che voleva comunicare ai suoi studenti non è riuscita a far vivere in loro quelle stesse cose. Perciò l’insegnante in primo luogo per poter educare deve coinvolgere il proprio essere personalmente, assaporando la bellezza che ciò comporta, per raggiungere l’essere di colui che vuol formare. Non che questo rivedere il proprio modo di rapportarsi all’insegnamento e agli alunni non comporti fatica e coraggio, ma indubbiamente una soddisfazione e una pienezza nell’animo che non potrà avere confronti.

«[…] sopportare la sua chiusura (quella del bambino ma anche dell’uomo che va educato) con una speranza trepida che, grazie all’andare incontro, giungerà all’apertura, in un momento imprecisato».

Dovrebbe essere questa la bellezza dell’insegnamento. Ci si può infatti preoccupare della vita nell’altro solo mettendo in gioco la propria vita interiore. Essenziale risulta essere, per colui che si definisce educatore, imparare per primo a mostrare le cose alle quali educare i suoi studenti vivendo prima su di se quelle stesse cose, creando cioè dei mimemi di quelle cose. Come in ogni cosa però, anche nel caso dell’insegnamento e dell’educazione, la medaglia ha due facce: se infatti l’insegnante è in grado di “diventare” ciò che insegna e di trasmetterlo ai suoi studenti che diverranno a loro volta quel qualcosa, per l’istinto a farsi immagine e somiglianza di ciò che si sottopone ai nostri sensi di esseri umani, e verranno perciò educati dalla creazione mimesica dell’insegnante, a sua volta quest’ultima si nutrirà nel far la propria mimesis ma anche nel recepire quella dei suoi studenti, giungendo così ad una loro conoscenza più profonda.

L’insegnante si forma formando. Naturalmente per far questo l’insegnante deve creare condizioni tali per cui la mimesis dei suoi studenti sia facilitata. Si potrebbe immaginare a tal proposito (naturalmente è solo una mia visione della cosa) l’insegnante/educatore come un “regista” di teatro. Leggiamo in “Una pedagogia dell’attore” di Giangiacomo Colli come Jacques Copeau metta a confronto due momenti del teatro ben distinti ma strettamente interconnessi quali quello “poetico-creativo” e quello della “realizzazione scenica” cercando di colmare tale frattura, un tentativo che porterà avanti in tutta la sua carriera.

Orazio Costa Giovangigli risolverà ciò con la figura del regista in qualità di mediatore fra i due momenti. Il regista dunque sarà colui che legherà (idealmente) la creazione poetica dell’autore alla reinterpretazione di questa da parte degli attori. Ma la creazione dell’autore non è altro che una sua reinterpretazione della realtà, dunque un mimema, e gli attori non faranno altro che reinterpretare, rivivere in loro quella realtà così trasformata riproducendola in un modo ancora nuovo, creando quindi un altro mimema che è poi lo spettacolo. Il condurre e facilitare questo processo che viene effettuato dal regista è lo stesso che può (e dovrebbe) fare l’insegnante/educatore nel legare la sua lezione, quindi quello che vuole comunicare ai suoi studenti, la sua creazione mimesica di quel qualcosa, alla reinterpretazione di ciò da parte dei suoi studenti, il loro atto mimesico, facilitandolo il più possibile.

Compito dell’insegnante/educatore sarà perciò quello, dopo aver creato appunto le condizioni adatte, come abbiamo detto, di guidare gli studenti nell’espressione libera di se stessi. Gli insegnati/educatori e un po’ tutte le strutture educative dovrebbero un po’ più, forse, lasciarsi suggestionare dalla mimesis.
In conclusione «vero educatore sarà soltanto quell’uomo che sa attingere alla fontana della verità».

Questo brano è tratto dalla tesi:

Educazione e Mimesis

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Informazioni tesi

  Autore: Anna Debora Candidi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Gilberto Scaramuzzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 103

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