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Per una storia del movimento cattolico viestano: Dai moniti di riforma di mons. Gagliardi (1922) ad oggi

Vieste nella prima metà del Novecento: il contesto storico e sociale

La cittadina, in quegli anni, conta all’incirca 9.000 residenti, che la abitano perlopiù entro la cinta muraria, zona oggi corrispondente al centro storico (che si estende dalla Cattedrale fino alla chiesa di San Francesco). È doveroso, pertanto, partire l’analisi dalla viabilità della cittadina, che riferisce delle dinamiche dello sviluppo demografico e sociale della stessa. Si osservi il documento dell’«Elenco delle strade classificate come Comunali che la Giunta Municipale per la durata di un mese espone in pubblicazione per gli effetti indicati dall’articolo 17 della Legge sui lavori pubblici» (un moderno stradario), redatto dal sindaco Andrea Medina il 2 Luglio 1873.

Le strade di Vieste sono classificate in due unità: quelle esterne e quelle interne. Delle esterne fa parte un piccolo tronco di strada rotabile che «mena al pubblico cimitero e che mena alla banchina Punta del Corno». Delle interne fanno invece parte quattro zone distinte precisamente in:
- Borgo
- Città Vecchia: Rione di Basso
- Città Vecchia: Rione di Mezzo
- Città Vecchia: Rione di Sopra

Le strade, o meglio la zona a quel tempo più popolata, corrispondono al Rione di Basso e al Rione di Mezzo, di cui fanno parte la Piazza di Sopra, via Mafrolla, Largo Seggio e via Forno D’Anelli. Esse erano pavimentate con lastroni di pietra di Trani, andati negli anni successivi in malora a causa sia delle intemperie di quelle zone, esposte più di altre ai venti e al mare, sia per il passaggio continuo degli animali da soma, che dimoravano nelle stalle lì presenti in gran numero.

Fortunatamente, con il periodo amministrativo del sindaco Domenicantonio Spina (1851-1930), furono sistemate con il cosiddetto «acciottolato». Le altre strade principali, quelle della zona del Borgo, e cioè il corso Lorenzo Fazzini e la Riviera Marina, ora via Marinai d’Italia, non facevano eccezione: pavimentate l’una con pietra calcarea cilindrata, l’altra si trovava, e si trova ancora oggi, ad un livello più basso rispetto al corso Fazzini, ed era transitabile dai carri con grandissima difficoltà e pericolo. Coloro i quali erano addetti alla manutenzione e pulizia delle strade erano, nella gerarchia sociale, denominati «basso personale», in quanto svolgevano ulteriori compiti (come il trasporto a spalla dei morti).

Suddette strade erano perlopiù prive d’illuminazione, se si pensa alla presenza in tutta la cittadina di soli 52 fanali a gas acetilene, di cui 32 erano deputati all’illuminazione del borgo. Tuttavia, nonostante la suddivisione urbanistica ufficiale redatta nel 1873 dal sindaco Medina, resta nella coscienza e si riverbera nella realtà dei cittadini di allora una speciale classificazione delle strade frequentate e popolate in maggioranza. Si parla allora di due Rioni principali all’interno della cinta muraria: i quartieri di «a d-àlete» e «jind-a Vist».

Il primo andava dal Castello fino a Largo Seggio; il secondo da Largo Seggio fino alla chiesa di San Francesco. Questa ripartizione non è solo importante dal punto di vista urbanistico: essa costituisce una realtà sociale e culturale differente rispetto alla zona più moderna (che si stabilisce solo nel primo Novecento), che ha dovuto significare, nel passato e anche nel presente, addirittura «una divisione linguistica sensibile, che fino ad alcuni decenni fa si avvertiva soprattutto nel trattamento della a, leggermente tendente alla e nei quartieri antichi, che è chiusa nei quartieri più recenti.

Può darsi che una certa influenza abbiano esercitato le famiglie bene, che abitavano tutte dentro le mura e che mandavano i figli a studiare a Napoli». Come per i greci e per i romani l’agorà o il foro dovevano significare vita comune, associazione, conversazione, così «Mmizze u Fusse» per i viestani della prima metà del Novecento. Era il centro e il cuore del paese, vi erano situati tutti gli uffici più importanti, i negozi e gli artigiani più bravi. «In questa piazza dimorava un tempo tutto il male e tutto il bene del paese. Il bene erano le cose buone che vendeva Ze Nunzeje, il bar di Pitregàtte prima, e di Fusco poi; gli arrivi della corriera che recavano sempre la speranza di un ritorno; la postale che recapitava le lettere dall’America con il dollaro dentro; i comitati per le festività di S. Maria, di S. Giorgio e di S. Antonio. Il male erano la pretura, il dazio, l’esattoria comunale, che erano notoriamente luoghi d’affanno per molti.

Quando si faceva sera, cessava l’andirivieni e il Fosso si riempiva di persone. Erano tutti agricoltori, grandi e piccoli, proprietari di terre e semplici braccianti. L’aria tutt’intorno era pregna di un caldo odore di letame, di terra bagnata, di erba macerata. Frammisti ai villici, una turba di ragazzi; i cumbà disturbati nel loro discorrere, reagivano con uno sgambetto, una pedata o una minaccia, che mai raggiungevano bersagli così sfuggenti».

Questo brano è tratto dalla tesi:

Per una storia del movimento cattolico viestano: Dai moniti di riforma di mons. Gagliardi (1922) ad oggi

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Informazioni tesi

  Autore: Nicola Sciannamè
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Foggia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Caterina Celeste Berardi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

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