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'Ndrangheta e stampa: la strategia mediatica della cosca nei media reggiani

Il ruolo dei giornalisti

Nel corso del capitolo ho riportato alcune dichiarazioni di interviste che alcuni giornalisti hanno acconsentito a rilasciarmi.
Ho intervistato: Sabrina Pignedoli, redattrice de il Resto del Carlino, della redazione di Reggio Emilia; Luca Ponzi, giornalista Rai ed ex redattore de La Gazzetta di Parma e, infine, Davide Nitrosi, capocronista del Carlino Reggio dal 2009 al 2013.

I giornalisti con cui ho avuto il piacere di conversare hanno vissuto in prima persona gli eventi trattati da questa ricerca, avendo avuto a che fare direttamente con gli indagati dalla magistratura: Sabrina Pignedoli è l’autrice di alcune interviste pubblicate e autrice di un libro inchiesta conseguente agli eccellenti arresti dell’Operazione Aemilia; Luca Ponzi ha seguito gli eventi di mafia come cronista della Gazzetta di Parma e come giornalista Rai, intervistando anche Francesco Grande Aracri, fratello di Nicolino Grande Aracri, per il TgR Emilia Romagna; Davide Nitrosi si è occupato personalmente del dilemma riguardante la pubblicazione delle “voci dei mafiosi” in quanto direttore del Carlino.

Il già citato processo di gatekeeping rappresenta il primo passaggio di selezione delle notizie dal flusso mediatico che giunge in redazione. É chiaro che se un condannato per associazione mafiosa chiede la parola un evento del genere trova sicuramente molte porte aperte nel passaggio da un filtro mediatico all’altro. L’eccezionalità della personalità che viene intervistata è probabilmente passata in secondo piano rispetto al contenuto poi espresso: la notizia principale era il mafioso in sé e successivamente ciò che viene detto, fornendo alle tematiche la libertà per immettersi nel dibattito pubblico. […]

Luca Ponzi, condividendo il commento di Nitrosi, è convinto che, come la magistratura ha dovuto imparare con il tempo a percepire le infiltrazioni mafiose, anche i giornalisti debbano essere preparati prima di affrontare in una intervista certe personalità. Capire in che modo aprire il “cancello” alla notizia è uno dei requisiti fondamentali per permettere al professionista di svolgere al meglio il proprio ruolo di dispensatore di informazioni di interesse generale…[…]

Nel nostro caso anche il processo di newsmaking ha inciso profondamente nella capacità comunicativa della cosca. I giornalisti, anche in questa occasione, hanno saputo tenere testa ai propri interlocutori, finendo spesso minacciati da persone vicine al clan. É il caso di Sabrina Pignedoli minacciata telefonicamente da Domenico Mesiano, un poliziotto in servizio a Reggio, peraltro autista del questore, per un articolo sulla revoca del porto d’armi ad alcuni componenti della famiglia di Antonio Muto, indagato anch’esso in Aemilia. […]

I giornalisti di una testata, specie se locale, basano fortemente il loro lavoro sulla comprensione del clima d’opinione su una determinata tematica. Spesso, come nel caso preso in esame, anticipano fortemente l’idea generale che qualcuno, soprattutto nelle istituzioni, faticava a concepire; la mafia a Reggio c’è e da oltre trent’anni.

Il clima d’opinione in cui il giornalismo reggiano si muove viene costruito attraverso una macro-negoziazione tra il sistema dell’informazione e la società in cui agisce, determinandone il contesto storico-sociale in cui verranno collocati i fatti. Di solito l’attenzione mediatica è causata da un evento scatenante, nel nostro caso l’introduzione delle interdittive del prefetto che ha dato inizio alla strategia mediatica della cosca.

Da questo lavoro di contestualizzazione del racconto deriva la rappresentazione sociale della realtà. Non tutti i lettori possono conversare con un condannato per associazione mafiosa, ma un’intervista può mediare le dichiarazioni per rendere il lettore informato sull’argomento allo scopo di formare nel destinatario un quadro cognitivo su “cos’è la mafia a Reggio” (Sorrentino 2007, 75).

Il secondo livello del newsmaking è la micro-negoziazione, azione quotidiana all’interno del mondo dell’informazione e che coinvolge in primo luogo le fonti e i giornalisti, in secondo luogo quella tra colleghi nelle redazioni per la definizione della rilevanza da attribuire ad ogni notizia. Nel caso preso in esame questo processo di creazione della notizia si scontra inevitabilmente con il pensiero mafioso. Secondo gli ‘ndranghetisti è inconcepibile che un giornalista dia risalto ad un determinato evento solamente perché è semplicemente il suo dovere. […]

Uno dei meccanismi del giornalismo che la cosca ha cercato di utilizzare per il proprio tornaconto è la corsa alla conquista del pubblico dei media locali, che si spartiscono lo stesso, piccolo, bacino di utenza, attraverso l’uso delle esclusive.

L’esclusiva è offerta attraverso le interviste, di quelli che si scopriranno poi membri del clan, concordate e pubblicate sull’edizione reggiana del Carlino. Una scelta maturata non dal caso: proprio il Carlino è il giornale che più di tutti pubblicherà scoop sul potere della mafia a Reggio, primo fra tutti la rivelazione della famosa “cena delle beffe”, come a dimostrare di poter rispondere direttamente sulle pagine di chi ha sollevato il “polverone”. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

'Ndrangheta e stampa: la strategia mediatica della cosca nei media reggiani

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Informazioni tesi

  Autore: Giacomo Prencipe
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Pubblicità, Editoria e Creatività d'Impresa
  Relatore: Stefano Calabrese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

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Parole chiave

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