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Invisibile e indesiderabili - Un'etnografia politica della condizione dei rifugiati a Torino

Mobilità ed occupazioni dei rifugiati all'origine di una governamentalità nuova e imperfetta

Torino nel corso degli anni è diventato un polo di attrazione per rifugiati, al pari di altre grandi città italiane, in particolare di Roma e Milano. Secondo i dati del 2009 Roma ha accolto 1.452 persone all’interno delle strutture cittadine e Milano 735, per un totale complessivo di 2.187 beneficiari, circa il 28% degli accolti di tutto lo SPRAR (Servizio Centrale a).

Fattori di attrazione sono la presenza di comunità di connazionali e di opportunità di lavoro. Torino si confronta con cifre minori ma è diventata allo stesso modo un polo, un crocevia, un centro di attrazione. I rifugiati continuano a vivere in Italia l'esperienza del displacement, dello sradicamento all'origine della fuga e del progetto migratorio. "Noi siamo sempre in viaggio", mi ha detto una volta Malik, rifugiato sudanese. Sempre in movimento, non si fermano finché non riescono ad accedere ad un posto in sistema di accoglienza o a trovare un lavoro.

Ma le loro condizioni rimangono sempre precarie, e sono sempre pronti a ripartire, a cambiare città o a tentare altre vie nella città in cui si è per raggiungere una certa stabilità: "La mobilità – sulla linea sud-nord, attraverso nord o all'interno della città stessa – è uno dei tratti centrali della quotidianità e dei progetti dei rifugiati: è a partire dai percorsi personali nello spazio che che si costruisce una sorta di geografia socializzata che rappresenta la forma particolare di conoscenza della realtà sociale da parte dei rifugiati" (Van Aken 2008, pag. 78). La grande mobilità territoriale che contraddistingue l'esperienza dei rifugiati è in gran parte il risultato diretto delle insufficienze del sistema di accoglienza nazionale: "la mobilità nasce da una precarietà della situazione, quindi da vulnerabilità: l'assistenza offerta non è tale da radicare le persone" (Van Aken 2008, pag. 79).

Non si ha una localizzazione, un’emplacement, finché non si trova un tetto, una casa, una residenza. Le occupazioni degli stabili nelle grandi città come è accaduto a Torino danno una soluzione al bisogno abitativo, una soluzione che però appare precaria e contraddittoria. L'esperienza del radicamento, della sedentarizzazione, dell’emplacement in degli spazi occupati abusivamente porta all'ingresso dei rifugiati in due mondi: il mondo dell'illegalità-irregolarità e il mondo della separazione-segregazione. L'ingresso in uno spazio "fuori legge" reca con sé i rischi che S. B. riassume dicendo: "questi rifugiati si trovano nella posizione negativa di avere nominalmente dei diritti, ma di non poterli esigere". Essere titolari di protezione internazionale e allo stesso tempo rei di occupazioni abusive proietta ulteriormente i rifugiati in una dimensione "fuori luogo", "eterotopica" (come abbiamo visto nel primo capitolo): dentro il Diritto perché possessori di regolari permessi di soggiorno, fuori dal Diritto perché occupanti.

Per quel che riguarda invece l'ingresso nel "mondo della separazione-segregazione" è sufficiente osservare gli edifici occupati di Via Bologna e di Corso Peschiera per individuare forme di intensa concentrazione spaziale che danno vita a vere e proprie "forme campo", spazi per un' "umanità in eccesso", per gli "indesiderabili". Le occupazioni affollate di rifugiati sono infatti il prodotto di un processo di encampment: non si tratta di un campo creato ad hoc dalle istituzioni dell'umanitario (su tutti l'UNHCR), ma di un "campo auto-organizzato", un "campo auto-installato" in una città, uno "squat" che assume anche le sembianze e gli attributi di un "ghetto" (Agier 2008, pag. 64).

Le occupazioni dei rifugiati pensate e realizzate con il supporto dei rappresentanti dei centri sociali torinesi (ma anche quelle che sono avvenute senza il loro aiuto, come è capitato in Corso Romania) possono essere considerate "la forma più essenziale e universale del rifugio in quanto tale" (Agier 2008, pag. 94). In effetti "il rifugio" è innanzitutto un'abitazione dove vivere sicuri e protetti. Ma quando assume le dimensione e gli attributi della "forma campo", allora diventa anche il prodotto del governo umanitario, un potere che tollera uno "stato di eccezione" dato da uno "stato di illegalità" perché riconosce i limiti e le imperfezioni del proprio governo. In Italia si diffondono i "rifugi autoorganizzati" perché i dispositivi umanitari nazionali (lo SPRAR nelle sue varianti locali) non sono in grado di controllare e gestire totalmente il popolo dei rifugiati finché buona parte di questi non si concentrano in un'occupazione e creano l'emergenza, un'emergenza che diventa un "problema di ingombro urbano, cioè di ordine pubblico" (Agier 2008, pag.32).

Sono le emergenze a rappresentare dei punti di svolta nei modi e nelle forme di accoglienza a Torino. Ad ogni urgenza segue un programma, un intervento o un iniziativa volta al suo superamento. Alla "strada" segue l'occupazione, all'occupazione seguono i centri di accoglienza straordinari. A Torino il centro di Via Asti e quello di Settimo Torinese risolvono una crisi ma ne aprono un'altra: anch'essi sono "campi" le cui caratteristiche approfondiremo più avanti. Lo "svuotamento" dei centri di accoglienza avverrà con tempi più lunghi del previsto, intensificando la dimensione dell'attesa propria di chi è soggetto ai processi di encampment.

Durante l'occupazione dell'ex-clinica di Corso Peschiera il mondo del privato sociale di Torino si riunisce per offrire percorsi di accoglienza agli inquilini. Nasce così il programma "Piemonte non solo asilo" (Nonsoloasilo a) che include una trentina di associazioni torinesi: ACLI, ACMOS, Amnesty International Piemonte-Valle D'Aosta, Architettura senza Frontiere ONLUS, ASGI, Associazione Opportunanda, Associazione Sole, Associazione Soomaaliya ONLUS, Camminare Insieme, Cantieri di Pace, CGIL Torino, CISL Torino, Comitato Sankara XX Torino, Cooperativa Alice, Cooperativa il Ponte, Cooperativa Parella, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza-Piemonte, Gruppo Abele, Gruppo Arco, Gruppo Emergency Torino, Mani Tese Torino, Marypoppins Cooperativa Sociale, Mosaico-Azioni per i Rifugiati, Cooperativa Orso, Servizi per i rifugiati-Chiesa Evangelica Valdese, Società San Vincenzo de Paoli Torino, Ufficio Pastorale Migranti.

Le emergenze diventano un "evento strutturante del sistema di assistenza" (Van Aken 2008, pag. 89), la presenza dei rifugiati sul territorio viene affrontata attraverso "interventi e dispositivi di urgenza" che ricordano gli interventi e i dispositivi creati in occasione dei primi grandi flussi di immigrati in Italia agli inizi degli anni novanta (Dal Lago 1999).

Insufficienze del sistema di accoglienza nazionale e locale, occupazione di edifici dismessi, progettazione di interventi per risolvere l'emergenza dell'occupazione in quanto problema di ordine pubblico, ristrutturazione del sistema di accoglienza locale, creazione di centri di accoglienza straordinari e temporanei, individuazione di nuovi percorsi di accoglienza: ecco delineate di seguito le principali tappe di un processo in corso a Torino e in altre città italiane, un percorso in cui è possibile individuare una "nuova forma di governamentalità", ma anche una "governamentalità imperfetta", o "incompleta", perché, come detto sopra, è incapace di governare totalmente la popolazione dei rifugiati sul territorio.

Un'incompletezza di cui sono consapevoli anche rappresentanti ed operatori delle istituzioni, come D. G., responsabile per la Prefettura di Torino: "Non si può parlare di un governo dei rifugiati. Non è possibile governare il fenomeno." Secondo G. è possibile governare solo "i rifugiati nati a Torino", ovvero coloro che hanno fatto richiesta di asilo alla Questura di Torino. Tutti gli altri, "quelli che arrivano", dal Sud d'Italia o da altre città del Nord, non possono essere governati: "il non governo", aggiunge l'operatore della Prefettura, "è venuto fuori con Corso Peschiera": è l'occupazione, è l'emergenza a segnare le insufficienze del sistema di accoglienza.

Il governo di una popolazione contraddistinta da una grande mobilità territoriale diventa difficile, complesso, laborioso; nel corso dei mesi sono stati realizzati dei censimenti per individuare il numero e le identità degli inquilini dell'ex-clinica, ma ciascuno rilevamento differiva da quello precedente: alcuni erano partiti, altri erano arrivati, tutti erano comunque alla ricerca di un posto dove stare, un rifugio, un luogo.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Invisibile e indesiderabili - Un'etnografia politica della condizione dei rifugiati a Torino

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Fantino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia
  Relatore: Roberto Beneduce
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 199

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