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Uno sguardo alla poesia oscena russa del '700: il celebre sconosciuto Barkov

Lessico osceno

Quella concernente il lessico osceno è una questione che si discosta leggermente dalle altre in esame: giacché la stessa lingua russa riserva al lessico triviale il contenitore chiuso del mat (costringendo in qualche modo a giustificarne l'impiego), sarà bene illuminare la relazione che corre tra questo lessico particolare e la poesia di Barkov. L'oscenità barkoviana ha un funzione innanzitutto strumentale: si è già detto della sua importanza in chiave parodistica (perlopiù ai danni di Sumarokov e della mitologia classica), nonché del suo utilizzo al fine di rivestire la poesia di un'ironia ruvida e dissacrante, come del resto si è concluso che le suddette motivazioni, seppur veritiere, non bastano ad esaurire la carica trasgressiva della poetica di Barkov.

L'originale pregnanza di quest'oscenità è da ricercarsi, più semplicemente, nell'intento dichiarato del Trastullo: nient'altro che il totale asservimento del mondo all'erotismo. Il mondo è in primo luogo quello letterario, personalissimo, dello stesso Barkov, imbevuto di letture classiche e al contempo detrattore della poesia classicista, ma anche quello vivo e stimolante di una città, la San Pietroburgo settecentesca, e dei suoi bassifondi, trafficati da una variopinta mostra di prostitute, soldatacci, bettolieri e perditempo d'ogni genere.

Questi personaggi costituiscono l’humus da cui spontaneo sgorga il linguaggio di Barkov: essi a tutti gli effetti sono parte del “proibito”, ovvero di quel profilo peggiore che la letteratura o la società “bene” tende a coprire. Il proibito, per esser credibile, dovrà quindi parlare con la lingua che gli è congeniale, ovviamente anch'essa proibita.

Non è quindi pensabile tradurre i due termini russi che più comunemente indicano gli organi sessuali, nella fattispecie chuj e pizda, in altra maniera se non quella richiesta dalla logica: essi saranno necessariamente “cazzo” e “fica”. Se una traduzione di stampo clinico avrebbe ridicolizzato il testo (vedere “pene” e “vagina”), altrettanti danni avrebbe causato una traduzione poetica o semplicemente allusiva (ad esempio “nerbo” o “fiore”), vanificando la pulsione erotica che sta all'origine della poetica barkoviana.

Per scongiurare ogni rischio di appiattire il testo, ho scelto allora di mantenere la medesima traduzione per tutte le ricorrenze di questi termini: è una scelta che pagherà forse una certa monotonia lessicale, tuttavia, operando in favore del messaggio e della potenza delle immagini, ritengo così di aver lasciato intatto il proposito dell'originale.

Ho preferito muovermi nell'ottica della varietà lessicale soltanto quando questa fosse sostenuta dalla necessità d'una distinzione qualitativa: varrà come esempio la settima strofa di Per il compleanno di Tat'jana Ivanovna, che vede la compresenza di due termini esprimenti un diverso grado di qualità.
[…]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Uno sguardo alla poesia oscena russa del '700: il celebre sconosciuto Barkov

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Informazioni tesi

  Autore: Raffaele Marchi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature straniere
  Relatore: Alessandro Niero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 49

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