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Ma tu che sol per cancellare scrivi. L'arte e la cancellatura

Hiroshi Sugimoto, ovvero cancellare con la luce

Anche una pellicola analogica è dunque perfettamente cancellabile, attraverso il taglio di uno o più fotogrammi che la compongono. Ciò include ovviamente il procedimento di creazione della pellicola stessa, processo che richiede appunto tagli e montaggi per ottenere il prodotto finito. Tuttavia, il fattore esterno responsabile della maggior parte delle cancellature (parziali o totali) delle pellicole è sicuramente la luce. È cosa risaputa che se una pellicola viene erroneamente sovraesposta alla luce (naturale o artificiale), i fotogrammi ne sono bruciati, rovinandosi irrimediabilmente o venendo distrutti. L'effetto di sovraesposizione alla luce è stato però gradatamente addomesticato dall'obbiettivo della macchina fotografica, allo scopo di fornire un'aurea diversa alle opere fotografiche. Questo utilizzo della ''luce cancellatrice'' si ritrova nelle fotografie del giapponese Hiroshi Sugimoto: si andrà ora ad analizzare alcune delle opere della serie Theaters.

Trattasi di fotografie che hanno per soggetto delle sale cinematografiche abbastanza antiche, oltre che a numerosi drive-in, sparsi per il territorio degli USA. A prima vista, queste fotografie sembrerebbero riprendere il tema di un'opera singola di Ruth Bernhard (tav. XLIV), ove la fotografia presenta lo spazio del cinema completamente svuotato, per esaltarne a bellezza della sala. Le similitudini con Theaters finiscono però qui: in questa serie di fotografie, ciò che spicca maggiormente è lo schermo di proiezione, di un bianco quasi accecante, che illumina il resto dell'ambiente. La particolarità qui sta nel fatto che, nel momento dello scatto, dentro alle sale cinematografiche viene attualmente proiettato un film. Queste foto sono state scattate con una media di 24 scatti al secondo, regolando l'obbiettivo in modo tale che la pellicola venisse letteralmente inondata dalla luce dello schermo:

The movies disappear in the photographs. While their images leave no traces, the light (…) flickers from the light beam of the projection and fills the screen, illuminates the interiors (...) The window is bathed in a blinding light which seems to enter the dark room from the outside though, in fact, it is projected from within.

Il risultato è dunque una fotografia che rappresenta l'intera sala cinematografica, ma, per via della sovraesposizione alla luce, non riproduce alcuna immagine del film, completamente cancellato da questo processo creativo. Le foto sono tutte in bianco e nero (colori cancellatori per eccellenza), e l'unica fonte di luce è data dal bianco accecante dello schermo cinematografico; la maggior parte di questi lavori riproduce inoltre l'intera panoramica delle sale dalla camera del proiezionista (tav. XLV e XLVI).

Altro fattore interessante è che, in ogni fotografia, il tempo di esposizione alla luce corrisponde alla durata dell'intero film: le immagini sono state completamente cancellate, eppure la durata dello stesso viene messa in scena in un singolo fotogramma (Cfr. Antonaz 2007). Quello che ne nasce è una riconfigurazione del sito protagonista tramite la pratica della fotografia: rivelando la proiezione del film per quello che è, ossia un fascio di luce ''colorato'' dalla presenza della pellicola, la luce cancellatrice mette in evidenza ciò che c'è intorno allo schermo, ovvero l'architettura della sala. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Ma tu che sol per cancellare scrivi. L'arte e la cancellatura

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Informazioni tesi

  Autore: Federica Gambacorta
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Arti Visive
  Corso: Semiotica del Visibile
  Relatore: Lucia Corrain
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 123

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