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Le proprietà forestali collettive nella Regione Veneto: modelli di resilienza o ‘relitti del passato’?

Il cambiamento nel tempo

L'ente regoliero è dotato intrinsecamente di capacità di cambiamento, dato che tutti gli statuti prevedono al loro interno disposizioni e protocolli specifici che stabiliscono come le regole stesse possano venire modificate. Tuttavia, la domanda cruciale che ci si deve porre è se e in che modo queste regole vengano applicate e quali siano le condizioni che spingono le comunità al cambiamento.
Per comprendere cosa sia cambiato rispetto al passato e cosa invece si sia evoluto, è necessario, innanzi tutto, focalizzarsi su ciò che è rimasto immutato nell'istituzione regoliera sin dalla sua origine. Le caratteristiche più importanti in questi termini sono, come già sottolineato da Hampel (2012), le connotazioni di inalienabilità, indivisibilità e inusucapibilità del patrimonio della Regola e la destinazione d'uso legata in perpetuo alle attività agro-silvo-pastorali dello stesso. Questi principi costitutivi sono tramandati in virtù di una logica che vuole salvaguardare, in primo luogo, una risorsa per sua natura limitata, dunque, una comunità che vive in un territorio aspro e difficile e una tradizione particolare di proprietà, grazie anche alla quale è stato possibile rivendicare i diritti di questa comunità. L'importanza di questi principi è sancita definitivamente dall'assimilazione nella legislazione vigente in materia.
In base a queste considerazioni, è possibile concentrarsi sugli elementi legati al cambiamento, comuni alle diverse realtà regoliere. Innanzitutto, è bene evidenziare la mutata percezione dei membri nei confronti del diritto alla proprietà, della figura del Regoliere e delle ragioni alla base dell'esistenza della Regola stessa. Un'osservazione importante che emerge dalle interviste è che il diritto regoliero è inteso sempre più come un diritto personale anziché familiare: il baricentro dell'istituzione si sposta così dal gruppo familiare alla singola persona.
Va poi evidenziato come la percezione tradizionale della figura del Regoliere, come di persona appassionata e partecipe, conoscitore del territorio e equilibrato utilizzatore delle risorse comuni, contrasti, oggi, in alcuni casi, con una percezione diversa, in cui il Regoliere è visto come una persona non sempre capace di guardare al futuro e di prendere decisioni che considerino l'istituzione nella sua interezza. Molti Regolieri si ritengono ancora i principali interpreti delle reali necessità del territorio, ma è innegabile che il divario tra questi e le risorse vada via via ampliandosi in concomitanza con la diminuzione dell'esercizio dei diritti d'uso. Quello che si sta verificando è un allentamento del legame affettivo che da sempre unisce le comunità rurali con le risorse locali (Gatto et al., 2012a) ed un conseguente calo della partecipazione nei processi decisionali. Già Hampel (2012) osserva che, oggi, i diritti regolieri non coincidono più con le reali necessità delle famiglie e che vengono, quindi, progressivamente abbandonati; sottolinea, tuttavia, che per un Regoliere resta invece fondamentale il possesso di tali diritti: in questo soddisfacimento si può esaurire, per alcuni, il senso di essere Regoliere e di far parte di una comunità dalla struttura democratica.
Va sottolineato anche che, nel contesto economico locale, questo genere di istituzioni montane è andato via via perdendo peso relativamente alla funzione socio-economica; si pensi, ad esempio, alla crisi del sistema foresta-legno, in cui gli eccessivi costi delle utilizzazioni forestali, i problemi gestionali e l'incapacità di creare prodotti competitivi hanno determinato una riduzione della domanda, mettendo a volte in difficoltà le proprietà collettive, che avevano legato la propria economia al taglio del bosco (Gigante, 2013).
Ciò, unitamente alla distanza creatasi tra l'utilizzatore e la sua risorsa, ha condizionato inevitabilmente le attività dell'istituzione e la percezione che la comunità ha della Regola stessa. Come sottolinea anche Hampel (2012), in passato le Regole erano l'utilizzatore del territorio, mentre l'uso delle risorse comuni, da cui dipendevano per la sopravvivenza, era la base della coesione sociale. Oggi le Regole si focalizzano maggiormente sull'amministrazione e sull'organizzazione del patrimonio collettivo, quali garanti di uno sfruttamento sostenibile di quelle stesse risorse in cui ancora si riconoscono e su cui basano la loro identità; il risultato finale non è cambiato in quanto lo scopo di conservazione è riuscito ad essere perpetuato. E' anche vero che, oggi, le Regole sono impegnate per lo più a preservare la propria connotazione culturale, folkloristica e tradizionale, sufficiente a mantenere vivi gli usi e i costumi locali, tanto che, come già evidenziato da Hampel (2012), negli statuti più recenti sono presenti anche riferimenti a finalità e contesti più attuali, come la promozione delle attività turistiche, sportive, artistiche, culturali, di associazionismo e di tutela ambientale.
Questa diversa visione delle risorse, assieme alla mutata situazione economica degli ultimi anni, non ha però determinato un deciso cambio di strategie o la messa in campo di nuove iniziative decisive, specie nel campo della conservazione concreta di ambiente e territorio, come forse ci si sarebbe atteso. Frenata dal conflitto esistente tra uso tradizionale della risorsa boschiva e pascoliva e le direzioni future di sviluppo, la Regola continua in sostanza a gestire, come di tradizione, la risorsa boschiva, con taglio dei lotti e successiva vendita di legname secondo quanto previsto dal Piano di gestione forestale e, occasionalmente, quando le risorse finanziarie lo consentono, avvia piccole opere di recupero di fabbricati rurali di proprietà con finalità turistiche. Non mancano, però, iniziative di carattere innovativo, anche se ancora isolate. Tra questi si ricordano la compartecipazione ad un'azienda agricola e il tentativo di valorizzare il proprio legname locale tramite l'adesione ad una filiera consortile. Le interviste hanno rivelato che, a volte, le Regole sono costrette ad impegnare le proprie energie in lunghe e spesso infruttuose dispute sui confini e rivendicazioni di aree promiscue, rischiando così di trasmettere un'immagine di ente litigioso e incapace di proporsi come interlocutore nella gestione del territorio.
In attesa che l'azione collettiva si focalizzi concretamente sulle nuove possibilità economiche legate al turismo e alla ricreazione, le considerazioni di cui sopra, unite al valore ambientale e paesaggistico assegnato alle proprietà collettive e all'affievolirsi dell'autonomia degli enti collettivi a favore di quelli comunali, ha avvicinato la materia delle Regole a quella dei parchi naturali, dove la vocazione di tutela ecologica e salvaguardia delle risorse è base stessa della loro costituzione. L'affinità riscontrata avvalla una linea di pensiero diffusa, che vede l'inclusione delle proprietà collettive all'interno di zone destinate a parco naturale, non cancellando i diritti collettivi, ma limitandoli in funzione della preposta tutela dei beni e conservazione naturale a cui è chiamato l'ente parco. L'istituzione del parco può offrire la possibilità di recupero di pratiche tradizionali di sfruttamento delle risorse abbandonate, permettendo di avviare attività di tipo turistico ed agrituristico, ma questo vantaggio può essere effettivamente a favore della comunità solo nel caso le sia data la possibilità di gestione autonoma della nuova istituzione (Di Genio, 2004).
Volendo analizzare gli elementi concreti di cambiamento in atto all'interno della Regola è bene concentrare l'attenzione su quelle che sono le problematiche odierne che interessano non solo l'ente, ma tutto il territorio su cui insiste. La preoccupazione più ricorrente è quella
relativa allo spopolamento del territorio montano (Lorenzi e Borrini-Feyerabend, 2010) con la conseguente contrazione del numero dei residenti, siano essi membri o meno. I noti fenomeni di declino economico e diminuzione del numero degli abitanti concorrono in modo inesorabile alla diminuzione e all'invecchiamento della popolazione regoliera, la quale sta cercando, in vari modi, di porre un freno a questa tendenza.
La situazione attuale ha necessariamente spostato l'attenzione regoliera su aspetti quali l'ammissione delle donne (Ianese, 2001), il coinvolgimento giovanile e l'aggregazione consortile tra enti; la risposta degli enti è stata l'adozione di una politica più inclusiva nei riguardi di nuovi membri ed un'attenzione rinnovata alle tematiche dell'associazionismo.
La prima azione concreta messa in atto è stata l'apertura del godimento del titolo regoliero alle donne. Tradizionalmente, la trasmissione del titolo avveniva in modo esclusivo secondo la linea della discendenza maschile, pertanto i rappresentanti della famiglia erano solamente gli uomini, mentre le donne potevano godere di alcuni diritti d'uso solo in casi eccezionali (ad esempio, se vedove o aventi solo sorelle). Ora, esse possono assumere pieno titolo anche se sposate, e possono trasmettere il titolo ai figli, previo consenso assembleale. Questa apertura è evidente nelle Regole ricostituite più di recente, nei cui statuti tali disposizioni sono presenti sin dalla prima stesura. Nelle Regole meno giovani, invece, sussiste un maggiore ostruzionismo nei confronti delle donne, anche se, nelle realtà meno popolose, si assiste ad un aumento delle eccezioni alle antiche norme tradizionali nell'attribuzione del titolo ai rappresentanti di sesso femminile, spesso delle prassi ancora da consolidare tramite una presa di posizione in merito da parte dell'Assemblea generale. Allo stesso modo, le Regole più moderne si dimostrano più aperte all'ammissione di nuove famiglie, anche quando la loro attività principale non è riconducibile all'agricoltura. Capisaldi dell'appartenenza continuano invece ad essere considerati i principi di residenza nel territorio e di attaccamento alle tradizioni. La valenza del vincolo agnatizio, e conseguentemente l'autorità regoliera in materia, si scontra con le mutate circostanze sociali e con la legislazione nazionale in materia di parità di diritti e perciò viene messa in dubbio (Hampel, 2012).
Un altro esempio di apertura e adeguamento alla situazione contingente è rappresentato dall'attenzione rivolta dall'amministrazione regoliera alla questione giovanile. Dato l'evidente e concreto pericolo della mancanza di ricambio generazionale all'interno delle comunità regoliera nel medio-lungo periodo, le Regole hanno adottato una politica di coinvolgimento dei giovani, distribuendo contributi agli studi, promuovendo incontri informativi e fornendo consulenze a chi intende aprire delle attività sul territorio regoliero. L'iniziativa più
importante è, comunque, il lavoro che si sta compiendo nel senso di un riconoscimento dei diritti regolieri dei giovani, con la possibilità di assunzione del titolo. Come già sottolineato, l'adattamento è lento, non sempre vi è un adeguato coinvolgimento, e permangono resistenze da parte di chi è poco propenso al cambiamento, soprattutto all'interno delle Regole più ‘antiche'.
In generale, se si esaminano più in particolare le modalità con cui avviene il cambiamento, ci si potrà accorgere di come questo sia graduale e progressivo. Quelle che sono dapprima consuetudini ed abitudini di pochi aventi diritto, condivise o solamente tollerate dagli altri membri, si trasformano successivamente in uno schema comportamentale più diffuso, tanto da interessare successivamente l'intera comunità. Dunque, l'amministrazione ne prende essa stessa consapevolezza e inizia a formulare delle proposte di modifica da sottoporre all'assemblea, infine, giunge il momento di riunire tutti i membri e discutere i diversi pareri in merito, in modo da capire se adottare o meno la modifica di statuto. E' chiaro che, per quanto un uso o un'abitudine si consolidi a livello di intera comunità, saranno sempre presenti dei dissensi, per cui il processo di modifica può subire forti rallentamenti e, alle volte, non realizzarsi neppure.
Esemplare è il caso di una Regola in cui è in atto da anni un'evoluzione in merito alla trasmissione del titolo regoliero e all'assunzione del titolo, risolta al momento con valutazioni specifiche caso per caso, che stanno diventando ormai numerose. Non si è, invece, ancora riusciti a concretizzare tali eccezioni, ufficializzandole nel Laudo. Da ciò risulta chiaro come, spesso, la modifica del Laudo non sia tanto un adeguamento ad un possibile sviluppo futuro della situazione contingente, quanto, piuttosto, il riconoscimento di cambiamenti già consolidati in consuetudini del presente all'interno della realtà regoliera: così le Regole acquistano consapevolezza di mutamenti già avvenuti (Hampel, 2012).
Altrove e per questioni di altra natura, le modalità di cambiamento si sono rivelate diverse e, in un certo senso, relativamente più rapide; è questo il cado di Regole che hanno fatto propria la parità di genere nell'ammissione sin dalla stesura del nuovo statuto, sollecitati in questo dalle indicazioni della Regione Veneto. Oppure di altre Regole che hanno adottato regolamenti molto dettagliati per il rifabbrico, il fabbisogno, il legnatico e il pascolo, necessità legata probabilmente alla numerosità della comunità e alla possibilità di godimento di alcuni di questi diritti in denaro.
I risultati di questa analisi su tre nuove Regole confermano, pertanto, l'esistenza di due diverse traiettorie di cambiamento, già evidenziate da Hampel (2012): una più lenta e graduale, frutto di trasformazioni interne, e l'altra che procede per mutamenti bruschi e discontinui, stimolati anche da pressioni esterne.
In generale, si osserva che anche la numerosità della comunità regoliera e il valore economico delle sue risorse possono influenzare la velocità dei processi di adattamento: laddove la comunità regoliera è relativamente numerosa, si assiste ad un sostanziale ammodernamento di norme e disposizioni, mentre dove la popolazione regoliera è più piccola si verifica una maggiore difficoltà di coinvolgimento e partecipazione dei singoli ed una conseguente complessità nell'adottare nuove soluzioni. Probabilmente questo si spiega con il fatto che, laddove il numero dei membri è maggiore, risulta più semplice andare oltre le particolarità individuali, soprattutto quando si è mossi da necessità amministrative e gestionali. Al contrario, tanto più contratta è la comunità, tanto più risulta difficile non considerare le situazioni contingenti individuali.
Per quanto riguarda la partecipazione e la litigiosità, invece, si è visto che le discussioni sono presenti sia in seno alle realtà più vivaci sia in quelle meno attive, anche se in numero relativamente maggiore nelle prime. Volendo analizzare le motivazioni per cui nascono le diatribe, è bene differenziare le comunità relativamente più ricche, dove si assiste a dibattiti su temi della gestione e amministrazione presente delle risorse, mentre, dove le risorse sono meno produttive dal punto di vista economico, si hanno dispute legate maggiormente all'organizzazione e realizzazione di iniziative future. La presenza della risorsa economica nel presente, infatti, determina un poco lungimirante fermento di idee ed opinioni legate ad un suo investimento nel breve periodo, mentre la mancanza di una base economica frena la capacità imprenditoriale degli enti a breve termine, più fiduciosi in una ripresa futura.

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Le proprietà forestali collettive nella Regione Veneto: modelli di resilienza o ‘relitti del passato’?

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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Sbrizza
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Agraria
  Corso: Scienze Forestali ed Ambientali
  Relatore: Paola Gatto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 123

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