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Applicazioni informatiche per lo sviluppo delle abilità produttive in apprendenti della Scuola Primaria. Uno studio comparativo.

La Teoria applicata alla sperimentazione

La Teoria dell’Attività è stata molto utile ai fini di questa sperimentazione poiché, grazie alla sua capacità di analisi diretta dell’ambiente in cui viene effettuata la ricerca, ha dato, da un lato, la possibilità di studiare le relazioni che intercorrono tra i vari soggetti durante l’attività didattica e, dall’altro, l’opportunità di investigare le discrepanze tra quello che ci si aspettava che i SA producessero e il loro comportamento. Queste discrepanze prendono qui il nome di interferenze (disturbances nel lavoro di Engeström e Sannino del 2011). Facendo riferimento alla figura 7, si vuole così fornire una traduzione della sperimentazione oggetto di questo elaborato nel linguaggio proprio della Teoria delle Attività secondo i due punti di vista appena citati.

I primi punti da analizzare sono tre, poiché sono completamente integrati tra loro: “division of labour”, o “suddivisione del lavoro”, “subject(s)” o “soggetti” e “community”, o “gruppo”.
Il vertice denominato “suddivisione del lavoro”, col quale si intendono le attività compiute dai soggetti dell’esperimento in relazione alla loro posizione all’interno della comunità, è stato il passo grazie al quale lo studio ha preso forma. Da parte mia, questo ha significato non solo la ricerca dei programmi e dei materiali necessari allo svolgimento dell’attività e la creazione del lavoro da svolgere in classe ma anche i contatti che ho dovuto stabilire con le varie scuole per poter accedere alle strutture, conoscere gli orari in cui poter condurre lo studio e così via. Risulta chiaro a questo punto come il vertice “suddivisione del lavoro” sia in contatto diretto con l’“object” o come già accennato in figura 6, l’“oggetto” ma anche con il “gruppo”, vale a dire la totalità dei “soggetti” che sono intervenuti durante la sperimentazione (me stessa, i SA, le maestre). Il supporto per svolgere l’attività all’interno della comunità è stato fornito nella forma dell’aiuto diretto da parte mia, dell’insegnante o dei pari.

Nell’ottica di questa sperimentazione è stato decisamente importante tenere sempre conto del fattore “soggetto”, sia per la giovane età dei campioni esaminati, sia per la presenza di alcuni bambini problematici.
Per concludere, sempre nell’ambito della “suddivisione del lavoro”, i SA hanno dovuto svolgere i compiti e compilare i questionari assegnati, per i quali si sono prodotte le prime interferenze dovute all’interpretazione delle domande (v. capitolo 3); le maestre hanno dovuto sorvegliare i bambini, evitando situazioni non adatte al laboratorio di informatica.

A proposito di comportamento, si nota in figura 7 come il “gruppo” e i “soggetti” siano collegati al vertice denominato “rules”, ovvero “regole”; come è già stato fatto notare, questo elemento mancava nel diagramma tracciato da Leont’ev ma è stato inserito con Engeström poiché i rapporti tra individui e comunità sono legati dalle regole che il gruppo si è dato, costituendo forse l’elemento chiave per la visione socio-culturale. Oltre alle norme di comportamento (nel laboratorio di informatica non si urla, non si corre, si sta seduti composti, si ascolta l’insegnante eccetera) che rientrano a pieno diritto nella visione sociale e culturale legate all’ individuo, bisogna ricordare altre due regole implicite collegate direttamente con il “gruppo” quali il dover rispettare l’orario scolastico per l’utilizzo del laboratorio o il seguire la procedura di arresto e spegnimento dei computer di modo da non causarne la rottura, lasciandolo utilizzabile anche per il resto della comunità.

A questo proposito, mentre nelle scuole 1 e 3 sia le regole nei confronti del “soggetto” che del “gruppo” erano bene o male seguite (si ricorda che il campione era comunque composto da bambini di 9 – 10 anni, con tutta la loro esuberanza) nella scuola numero 2 il lavoro era scandito da un esiguo codice di regole già a monte, tanto che gli alunni accedevano e lasciavano il laboratorio in maniera confusa e disordinata, allontanandosene senza controllare, ad esempio, di aver effettuato il giusto procedimento per lo spegnimento del materiale.

Esiste infine una correlazione, importante per la didattica in particolare, tra le “regole” e l’“oggetto” che ricorda in che modo ed entro quale limite di tempo il lavoro debba essere svolto. Per un quadro approfondito a proposito di questa sperimentazione, si rimanda al capitolo 3.
Al vertice superiore del diagramma si trova la dicitura “Mediating artifacts”, ovvero “artefatti mediatici”. In questa categoria rientrano i diversi supporti utilizzati per condurre le attività proposto.
Per quanto riguarda questa sperimentazione, gli “artefatti mediatici” hanno incluso il computer che, nell’ottica della terza fase CALL, ha semplicemente svolto la funzione di mezzo per accedere ai supporti che hanno effettivamente costituito l’esperienza mediatica per i SA, ovvero i programmi di cui ai capitoli 2 e 3 e il dizionario online Wordreference.

Per quanto riguarda l’applicazione della Teoria delle Attività a questo particolare studio, nell’ambito degli “artefatti”, bisogna ricordare come due scuole su tre siano partite decisamente avvantaggiate e come proprio in quelle due scuole i bambini si siano dimostrati più interessati e coinvolti nell’attività; come si è detto in precedenza, è chiaro come le attività di apprendimento vengano influenzate in maniera importante dal contesto socio-culturale (Montoro e Hampel 2011): se vengono offerti strumenti, sia tecnici che motivazionali, l’attività verrà affrontata in maniera positiva mentre se ci saranno carenze in questi due ambiti, il risultato sarà quello della scuola numero 2, nella quale i SA non si sono dimostrati collaborativi.

Infine, vengono analizzati i due elementi che più hanno a che fare con la didattica, ovvero l’“oggetto” e l’“outcome” o, come identificato in relazione alla figura 6, il “risultato”. Innanzitutto è interessante notare la posizione di questi componenti all’interno del diagramma: l’“oggetto” è uno dei vertici del triangolo “oggetto – soggetto – comunità” poiché, come si spiegava nel paragrafo precedente, il soggetto lavora come parte della comunità per raggiungere lo scopo/oggetto (Leont’ev, 1975) mentre il “risultato” è posizionato all’esterno, collegato con una freccia unidirezionale all’“oggetto” poiché è ottenibile solo dallo sforzo e dall’utilizzo congiunto di tutti gli altri elementi.

“Oggetto” e “risultato” sono i ruoli più legati alla didattica poiché sono quelli che si focalizzano sui compiti da svolgere e sugli effetti da ottenere. Nell’ambito della sperimentazione oggetto di queste pagine, si parla di esercizi da svolgere con l’ausilio delle tecnologie per raggiungere una maggiore padronanza della lingua inglese.
In questa relazione si sono potute osservare delle interferenze tra ciò che è stato chiesto ai bambini di fare e quello che hanno fatto, soprattutto per quanto riguarda il lavoro con Storybird poiché, sebbene il componimento fosse guidato dal testo dell’esercizio stesso e dal tag riferito all’argomento, alcuni SA sono comunque andati fuori tema.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Applicazioni informatiche per lo sviluppo delle abilità produttive in apprendenti della Scuola Primaria. Uno studio comparativo.

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Informazioni tesi

  Autore: Valeria Vago
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere Moderne
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Simone Torsani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 98

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Parole chiave

didattica
call
teoria delle attività
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