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I Reti e i Germani: alfabeto retico di Magré e Rune. L'elmo B di Negau

Germani e Reti

Prosdocimi ha dimostrato (Prosdocimi-Scardigli, 1976, «Negau») che l'alfabeto alla base dell’iscrizione germanica di Negau B non è un alfabeto nord-etrusco, ma prossimo a quello delle iscrizioni di Idria della Bacia; più precisamente si tratta di conservazione marginale di un primo alfabeto venetico, che potremo definire carnico, con contaminazioni dell’alfabeto retico, come vedremo più avanti.

Questo vuol dire che trattasi non di un’iscrizione incisa in un luogo qualsiasi, ma di un’iscrizione incisa nell’area di ritrovamento o in area prossima. Essendo la lingua germanica ed in modo evidente per un elemento (harigasti), ciò significa la presenza di Germani in quest’area. Le varie datazioni assegnate all’elmo, da un lato Reinecke e Egger che lo ritengono del primo decennio a.C., dall’altro Gabrocev e successivamente Prosdocimi che lo legano al V secolo a.C., hanno portato ad una revisione storica che assegna a questi ultimi la datazione più corretta. L’alfabeto retico (Sanzeno e Magré) è assicurato dalla presenza del segno a freccia ( ↑ ) di t’ dentale, comprovato dalla presenza del segno p, con un mano con uncino in senso inverso.

La presenza di Germani nelle Alpi in sintonia con iscrizioni a grafia sia retica che venetica porta inesorabilmente al tema Rune. La derivazione da alfabeti nord-etruschi è sostenuta da tempo; da un trentennio si sono focalizzati più precisamente gli alfabeti venetici (Haas, Pellegrini, Prosdocimi, Marchese); tuttavia per la cronologia di attestazione delle rune (II sec. a.C.) che rimanda ad una fase di formazione non molto anteriore, come condizioni di possibilità, e per la presenza di forma e valori latini come condizione di necessità, si deve postulare la compresenza di un alfabeto latino. E, in linea generale, un alfabeto presenta certe costanti, tra cui:
- sequenza alfabetica;
- nome e/o motivazione delle lettere;
- costanza dei tratti come forma;
- costanza di associazione segno-suono

Per quanto concerne le rune, esse hanno talmente innovato, che non è neppure da distinguere tra le voci: i segni sono variati in sé o in rapporto ai valori; nomi e motivazioni delle lettere sono variati; è variata perfino quella sequenza alfabetica.
Da questo punto di vista è legittimo parlare di creazione autoctona delle rune, anche se in termini diversi da quelli del passato. L’individuazione delle origini delle rune diventa meno importante di fronte al fatto che, l’alfabeto runico abbia acquisito più di un modello, uno venetico visto attraverso una continua osmosi con la cultura di matrice retica, e il latino successivamente. La lingua veneto/retica aveva nei santuari dedicati alla dea Reitia, il punto di incontro e di socializzazione delle varie popolazioni alpine e padane. In questo senso, o meglio in questo contesto, le rune possono rappresentare un momento di rielaborazione culturale. È di fatto una situazione di compresenza di diversi alfabeti, dopo opportuni adattamenti, a costituire le rune; compresenza di alfabeti-fonte, di reciproche conoscenze, e di frequentazioni pluriculturali di almeno tre componenti: locale (venetica/retica), romana, germanica.

Come già anticipato nel capitolo sui Reti, essi, secondo Trogo Pompeo (in Giustino, XX, 5) e Plinio (III, 133) sarebbero Etruschi che, perdute le patrie sedi della pianura padana a causa dell'invasione gallica, occuparono la regione alpina sotto la guida di un condottiero Raetus, eroe dei Reti. Livio, come è noto, conferma l'origine etrusca dei Reti (V, 33): essi sarebbero Etruschi imbarbariti dalla selvatichezza dei luoghi alpestri in cui furono costretti a rifugiarsi, al punto da non conservare nulla dei loro antichi costumi, all'infuori della lingua e anche questa non esente da alterazioni.

Un altro punto di vista è quello espresso da Helmut Rix, che ha scoperto e definito alcune similitudini tra l’alfabeto etrusco e quello retico. Inoltre egli ha avanzato l’idea che i vari alfabeti retici (Sanzeno, Sondrio, Magrè) sono stati le possibili fonti di ispirazione per le rune, come le iscrizioni su corno di ossa o su pietra scoperte all’inizio del secolo scorso. L’ipotesi più diffusa e maggiormente avvalorata dagli studiosi, fa derivare il Fuþark da un alfabeto nord-italico (retico o venetico), e da una contaminazione fra questo e l’alfabeto latino (cfr. Prosdocimi 1985). In questa prospettiva si collocano H. Kligenberg (1973; cfr. Düwel 1979), O. Höfler (1971) e O. Haas (1955, 1965).

Schneider (1979) da una ulteriore visione di questo alfabeto, collocandolo in una dimensione storica e culturale ben definita. Egli vede la creazione del Fuþark in un ambiente naturale culturale formatosi nel I sec. a.C. nell’Italia settentrionale e sull’arco alpino occidentale: i Cimbri, in particolare, avrebbero “escogitato” il Fuþark, prendendo sostanzialmente a modello l’alfabeto venetico. Il supporto culturale necessario sarebbe stato fornito dalla presenza di santuari delle varie tribù retiche, nel veneto preromano, che erano anche centri scrittori, in cui potevano essere reperite speculazioni “magiche” sull’alfabeto. Schneider, in un primo momento, attribuisce un valore ideografico ai segni dell’alfabeto, al quale sarebbero stati associati concetti di natura religiosa e sociale, e/o aspetti del mondo fisico. Questo processo avrebbe dato agli stessi Cimbri la possibilità di fissare nel Fuþark le proprie concezioni religiose e cosmologiche (Schneider 1979, pp. 553-556). Alla base quindi della inventio del Fuþark sono presenti pratiche magiche e mantiche che i Cimbri avrebbero posseduto tradizionalmente e di cui avrebbero trovato l’analogo nei santuari venetici e retici.

Le caratteristiche del Fuþark, rispetto a quanto capita per gli alfabeti mediterranei, sono note e consistono nello stravolgimento dell’ordine delle lettere e nell’attribuzione di nuovi nomi ai segni. La coesistenza di questi due fattori ci porta a concludere che, dietro alla ricezione del Fuþark da un alfabeto quasi certamente nord-italico, esisteva una forte motivazione ad innovare, probabilmente focalizzata in una singola persona o in una cerchia assai ristretta.

La scoperta della fibula di Meldorf, databile nella prima metà del primo secolo d.C. (Düwel-Gebühr 1981), conferma per il Fuþark un’anticipazione alla fine del II o al I secolo a.C, e questo in una ottica prudente (cfr. Elliot 1963, p. 11), conferma la tesi di quanti vogliono il Fuþark derivato da un alfabeto nord italico, venetico/retico in particolare, con contaminazione del latino. […]

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I Reti e i Germani: alfabeto retico di Magré e Rune. L'elmo B di Negau

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Sartore
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere Moderne
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Maria Adele Cipolla
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 97

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