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La madre che uccide. Analisi psicologica del fenomeno del figlicidio

Il comportamento della madre dopo l’uccisione del figlio

Ci sono diverse variabili che dobbiamo considerare rispetto al comportamento delle madri figlicide nel momento successivo al compimento del gesto delittuoso.
La prima variabile è quella concernente la motivazione al delitto. Possiamo osservare infatti diversi casi in cui le madri che hanno ucciso il proprio bambino, nel momento successivo al delitto, hanno fornito una confessione spontanea e precisa.

E’ il caso ad esempio delle madri che uccidono il figlio in un progetto di suicidio allargato; nel momento in cui riescono a sopravvivere, raccontano con precisione e sofferenza estrema il loro progetto, il modo in cui lo avrebbero messo in atto, fornendo una confessione sincera e dettagliata. Allo stesso modo possiamo osservare casi di madri figlicide che non confessano mai la loro colpa e continuano a proclamarsi innocenti e completamente estranee ai fatti.

Le madri che uccidono i figli nel caso della Sindrome di Münchausen per procura, negano nel modo più assoluto le loro intenzioni delittuose, anche davanti all’evidenza delle prove contro di loro. Se invece la motivazione all’infanticidio è inserita all’interno di un contesto di abuso e maltrattamenti, la donna tenderà a giustificare l’omicidio, trattandolo come un incidente. Nel caso invece della madre che uccide il proprio bambino perché non voluto, non desiderato, si avrà la tendenza alla negazione del gesto, con l’attribuzione della colpa ad altre persone.

La seconda variabile riguarda i processi di trasformazione dell’immagine dell’aggressore e della vittima. Questi processi hanno luogo quando la madre attiva delle difese inconsce che trasformano l’immagine di sé e quella della vittima, come per cercare giustificazioni che riescano ad alleviare la sofferenza. La madre figlicida non si vedrà quindi come una madre cattiva, violenta e crudele, ma come una donna disperata, incompresa e sofferente. Questa modalità permette alla donna di mantenere un certo livello di autostima e le fornisce un’immagine di sé più accettabile.

La terza variabile riguarda le influenze esterne a fini difensivi. Si tratta in pratica di tutte le possibili misure difensive adottate per sfuggire dalla giustizia o per ottenere delle attenuanti e degli sconti di pena.

La quarta variabile consiste nelle amnesie di competenza psichiatrica. Possono infatti verificarsi dei meccanismi di difesa che intervengono a seguito dell’evento delittuoso per proteggere la persona dall’ansia e dal senso di colpa per il delitto commesso. Tra questi meccanismi di difesa troviamo la “razionalizzazione”, la “proiezione” e l’”isolamento del fatto”. Queste difese possono arrivare all’estremo e configurarsi come veri e propri quadri patologici di amnesia che non consentono la rievocazione del ricordo.

Per quanto riguarda il comportamento della madre dopo l’uccisione del figlio non è possibile tracciare uno schema di comportamento universale, ma possiamo almeno evidenziare quattro fasi specifiche che attraversa la madre figlicida dopo il compimento del delitto.

La fase seguente l’arresto
In questa fase è presente un alto rischio di suicidio, espresso più o meno chiaramente da parte della madre indagata. In questa fase solitamente i familiari della donna si mostrano al suo fianco e tendono a non attribuirle la colpa del gesto, giustificandola nei modi più diversi, ad es. con uno stato di malattia o attribuendo la colpa ad estranei. Questo comportamento dei familiari è un evidente tentativo di negazione dell’evento, cercando di proteggere l’equilibrio esistente fino al momento dell’omicidio.

La fase precedente alla conclusione del processo
In questa fase, la madre spesso manifesta disagio, ansia ed inquietudine e possiamo attribuire queste stato a diverse ragioni:
- la reazione seguente alla consapevolezza del lutto : la madre inizia ad avvertire la mancanza del proprio figlio e a rendersi conto delle proprie colpe
- la reazione allo stato di detenzione, alla perdità di libertà, alla condanna sociale.
- la reazione di turbamento conseguente alle procedure legali, le udienze e i colloqui con il giudice e gli avvocati. Anche in questa fase si rischia il passaggio all’atto suicidario.

La fase dopo la conclusione del processo
Al termine del processo, le madri figlicide attraversano una fase di apparente tranquillità. Interviene inizialmente un processo di negazione dei fatti, per cui diventa difficile per la madre elaborare la reale mancanza del proprio bambino. A questo segue quindi il momento del contatto con la realtà e la presa di coscienza della propria colpa e responsabilità nella morte prematura del bambino; è questo il momento in cui il rischio di suicidio raggiunge i picchi più elevati e quindi il momento in cui prestare maggiore attenzione alla madre figlicida.

La fase del reinserimento sociale
Nei casi di figlicidio possono intervenire dei meccanismi psicologici di riparazione, che possono manifestarsi ad esempio con il desiderio di avere un altro figlio e di prendersi cura di lui. Questo desiderio deve ricevere un’attenzione particolare da parte dei terapeuti, per la possibilità di una recidiva. E’ quindi molto importante riuscire a capire se le dinamiche passate che hanno portato al figlicidio siano ancora presenti e questo è possibile solo attraverso un lungo e intenso percorso terapeutico che permetta di valutare il rischio di recidiva. In questa fase, solitamente, i familiari della donna figlicida non sono più disponibili come nella fase precedente al processo, ma appaiono ostili e lontani dalla donna; questo diventa ancora più problematico nella delicata fase del reinserimento sociale.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La madre che uccide. Analisi psicologica del fenomeno del figlicidio

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandra Di Addezio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Francesca Pacitti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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