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L'arcobaleno oltre la separazione. Nelson Mandela e i fondamenti del nuovo Sudafrica

Gli Anni bui di Robben Island

Di fronte alla baia di Città del Capo, in un’isola battuta da acque infestate da squali, si trova il penitenziario dal quale, secondo gli oppressori dell’apartheid, Nelson Mandela e i suoi compagni, non potranno mai evadere. L’isola ha una superficie di tredici chilometri quadrati ed è torrida in estate e gelida in inverno. In passato aveva ospitato un lazzaretto per i malati di lebbra, e un manicomio. Quando Mandela arriva a Robben Island su un Dc3 militare, trova duecentocinquanta guardie, tutte di razza bianca scelte per la loro disumana severità, e molti prigionieri politici condannati all’ergastolo. I nuovi arrivati vengono gettati nelle celle della sezione B, del blocco di massima sicurezza. Le celle sono gabbie lunghe un metro e ottanta e larghe un metro e venti; l’unico elemento di arredamento é costituito da una stuoia di sisal stesa a terra, una lampadina accesa giorno e notte che pende dal soffitto e una piccola finestra chiusa da spesse sbarre che lasciava filtrare un pò di luce dall’esterno.

Sopra ogni porta vengono affissi il nome e la matricola di colui che occupa la cella: a Mandela tocca il numero 644/46, il che significa che il 13 agosto 1964 lui è stato il quattrocentosessantaseiesimo prigioniero di quell’anno a fare ingresso nel carcere. Davanti alla sua cella Mandela viene colto dalla disperazione: ha quarantasei anni, è condannato al carcere a vita ed è consapevole che sarebbe vissuto in quello spazio estremamente angusto per un tempo lunghissimo ed indefinito. Come se non bastasse, nonostante l’inverno australe sia gelido, ai detenuti viene ordinato di togliere i pantaloni e indossare calzoncini di cotone. Mandela non ci sta: sarà la sua prima battaglia da ergastolano [Dominique Lapierre].

Il 6 settembre 1966, in tutto il mondo si diffonde la notizia che il primo ministro del Sudafrica, il temuto Hendrik Verwoerd, è stato assassinato con tre coltellate, in piena seduta parlamentare. L’autore del delitto viene subito fermato ed arrestato: si tratta di un fattorino del parlamento, Demetrios Tsafendas, un meticcio di circa quarant’anni, figlio di un immigrato greco e di una donna originaria del Mozambico. I mass media di tutto il mondo riportano la notizia con titoli del tipo “IL PADRE DELLA NAZIONE E’ MORTO”, ma nessuno conosce il motivo del delitto.

Il ministro della giustizia John Vorster si affretta a dichiarare al Sudafrica e al mondo: “Nessun sentore di complotto, il delitto è opera di un killer solitario.” Ed é la verità, il più grave delitto politico mai compiuto in Sudafrica ha come movente dei rancori personali da parte di Tsafendas, che a causa delle leggi dell’apartheid non può unirsi in matrimonio con una donna di etnia diversa dalla sua e si vendica uccidendo l’ideatore della segregazione razziale. Tsafendas rimarrà in manicomio per ventidue anni, fino alla morte, senza cambiare mai la sua versione dei fatti.

John Vorster, successore di Verwoerd, si rivelerà peggiore di colui che lo ha preceduto, e le prime vittime dell’inasprimento del sistema sono proprio gli ergastolani di Robben Island. I prigionieri politici vengono obbligati a spaccare blocchi di pietra per dieci ore consecutive sotto l’accecante luce australe, sono costretti ad ingurgitare cibo ripugnante o ad essere rinchiusi in una cella, per aver infranto con qualche sospiro di troppo, la regola del silenzio.

Nelson Mandela però, una volta libero, racconterà che la vera tortura è essere condannati a ricevere una sola lettera ogni sei mesi, e dover aspettare altri sei mesi per sperare in una visita.
Per lui la prima lettera di sua moglie Winnie arriverà dopo nove mesi di carcere, ma l’intervento dei censori é così pesante che lui potrà leggere solo i saluti; tutto il resto è stato tagliato con il rasoio. E’ una dura prova, data la preoccupazione costante per la salute di sua madre ormai anziana e malata, per la sorte di una giovane moglie lasciata sola a crescere due bambine, e lo sconcerto dei compagni di lotta, disorientati dal suo arresto [Dominique Lapierre]. La politica di annientamento vero e proprio, però, si manifesta nel modo in cui organizzavano le rarissime visite concesse. Le autorità carcerarie non sembrano disposte a pianificare le visite, un inconveniente enorme che spesso finisce per renderle impossibili.

Un giorno qualsiasi prendono contatto con le mogli o i famigliari per informarli che avrebbero potuto fare visita ai propri cari il giorno successivo. Non tutti hanno denaro sufficiente per recarsi a Robben Island, tanto che alcuni detenuti in dieci anni di detenzione, non riceveranno mai visite. Così accade che un giorno, inaspettatamente, due funzionari dei servizi segreti si presentano al domicilio di Winnie per comunicarle che il pomeriggio seguente avrebbe potuto incontrare il marito. Sarà suo compito acquistare un costoso biglietto aereo per arrivare a Città del Capo, lasciare a casa qualsiasi bagaglio e presentarsi in prigione con gli abiti del viaggio, e sottoporsi a spossanti interrogatori e ad una minuziosa perquisizione prima di salire sulla motovedetta . La donna è tesissima e la visita durerà solo trenta minuti; i prigionieri politici avranno l’obbligo di esprimersi solo in inglese o in afrikaans, e di parlare solo di questioni familiari: una sola parola in xhosa o in un’altra qualsiasi lingua africana, un solo riferimento a questioni politiche, e l’incontro finirà.

Mandela può scorgere sua moglie dietro un vetro deformante e non può toccarla; ancora non sa che questo supplizio, per lui, durerà altri vent’anni. Trenta minuti passano in un attimo e dopo quella visita dovrà attendere altri due anni prima di poter rivedere Winnie. Gli aguzzini dell’apartheid hanno compreso quanto l’unico mezzo per colpire incisivamente Nelson Mandela sia sua moglie.
Nemmeno la morte della madre, né quella terribile del primogenito Thembi, avvenuta in un incidente stradale, né il rifiuto da parte delle autorità di potersi recare ai funerali di due persone a lui così care, metterà in ginocchio Mandela quanto la lontananza da Winnie e l’accanimento su di lei. Iniziano a circolare notizie poco edificanti sul conto di sua moglie, sul suo comportamento dissoluto e di suoi rapporti illeciti con alcuni membri dell’A.N.C.
Mandela si rifiuta di credere a quelle che lui considera calunnie [Dominique Lapierre] e che gli vengono puntualmente riferite, e per superare questa ennesima prova decide di trasferire la lotta politica su un terreno che il potere bianco non può prevedere: la cultura.

Visto che l’amministrazione ha commesso l’errore di riunire nello stesso blocco di massima sicurezza tutti i prigionieri politici, lui lo trasformerà in un tempio del sapere [Dominique Lapierre]. Molti detenuti sanno appena leggere e scrivere, altri non hanno nessuna nozione di politica o di storia. Mandela protesterà per avere uno sgabello in ogni cella, e soprattutto delle lavagnette su cui scrivere; sarà accontentato dopo un anno. Fuori dalle prigioni il progresso avanza notevolmente, e sarà il mondo della medicina a dare un primo pesante schiaffo all’ideologia razzista del governo afrikaner.

Christian Barnard, eminente cardiochirurgo sudafricano salito agli onori della cronaca mondiale per aver effettuato il primo trapianto cardiaco nel dicembre 1967, tenta di ripetere l’intervento dopo un anno trascorso a perfezionare la sua tecnica su cani e babbuini. Il secondo paziente al quale praticherà il trapianto è un dentista di cinquantotto anni, con un’aspettativa di vita di poche settimane, a causa di una degenerazione cardiovascolare, Philip Blaiberg. L’equipe del dottor Barnard é in cerca del donatore compatibile, quando una mattina arriva in ospedale un giovane di ventiquattro anni, Clive Haupf, robusto e apparentemente in buone condizioni di salute, ma clinicamente morto; ucciso da un’emorragia cerebrale mentre giocava a calcio sulla spiaggia. Le prime analisi del sangue stabiliscono una perfetta compatibilità con il dentista Blaiberg: è il donatore ideale. Ma sorge un problema: Clive Haupf non è bianco, ma meticcio.

Christian Barnard ottiene l’autorizzazione del padre del ragazzo all’espianto degli organi a favore di pazienti di razza bianca, che viene concesso spontaneamente, poi si rivolge al paziente che deve ricevere il cuore di un uomo nero per assicurarsi che non abbia obiezioni in merito. Sono tutti d’accordo, l’unico ostacolo é l’ideologia ufficiale e Barnard decide di sfidarla. Prima dell’intervento rilascia una coraggiosa intervista alla radio: “Gli Haupf, in quanto “non bianchi”,non hanno diritto né di sedersi sulle panchine dei giardini pubblici riservate ai bianchi, né di prendere gli stessi treni e gli stessi autobus. Sono stati espulsi dalla casa dove sono nati e dove la loro famiglia ha vissuto per anni, perché si trova in una zona oggi dichiarata bianca. Hanno il divieto di trattenersi nella maggior parte dei ristoranti, degli alberghi, dei magnifici luoghi di vacanza del paese. Se Clive Haupf avesse incontrato la figlia dell’uomo che rivivrà grazie a lui, non avrebbe avuto il diritto di innamorarsene e tanto meno di sposarla o di fare l’amore con lei. E tuttavia, quando ho chiesto a suo padre il cuore del figlio per Philip Blaiberg, lui non miha risposto :”il cuore di mio figlio ê riservato ai non bianchi”. Ha accettato senza esitazione, senza odio né rancore verso quei bianchi che lo umiliano e lo privano da tanto tempo dei suoi diritti più elementari.”

Il discorso suscita prevedibilmente scalpore, l’ortodossia razzista non riesce ad accettare che il cuore di un nero batta nel petto di un bianco, ma Barnard si ostina e grazie anche a lui, i primi bagliori di una nazione arcobaleno iniziano ad intravedersi [Dominique Lapierre]. Nel 1968 John Vorster ha ormai, tutto il mondo contro. Sono sempre più numerose le nazioni che all’Onu esigono l’embargo sulle armi destinata al Sudafrica. Gli ambienti finanziari statunitensi raccomandano apertamente il blocco degli investimenti nell’economia di un paese ritenuto infrequentabile.
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L'arcobaleno oltre la separazione. Nelson Mandela e i fondamenti del nuovo Sudafrica

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Informazioni tesi

  Autore: Italia Bucci
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Scienze e tecnologie delle arti figurative, musica, spettacolo e moda
  Relatore: Mario  Di Gregorio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 87

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