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Tra satira e realtà: ''Il viaggio di un ignorante ossia ricetta per gli ipocondriaci'' di Giovanni Rajberti

Il grande tema dell’arte in tre capitoli

Come abbiamo visto nel capitolo II della seguente tesi, Il viaggio di un ignorante ossia ricetta per gli ipocondriaci si modella sul vasto tema del racconto odeporico, il quale si avvale della lezione di Laurence Sterne per un riadattamento umoristico, definito da Enrico Ghidetti come uno «sternismo in salsa lombarda».

Anticipatore delle scelte tematiche e stilistiche, e dei successivi scrittori umoristici (basti pensare Ad un moscone. Viaggio sentimentale nel Giardino Balzaretti di Iginio Ugo Tarchetti), critico della società civile e letteraria del suo tempo, Giovanni Rajberti presenta il suo Viaggio ai propri lettori come un racconto discontinuo, fatto di vuoti («una narrativa senza narrazione»), che si appoggia ad una prosa definita come «straordinaria, veloce e agile», con la quale racconta delle «asinerie» nelle vesti di un «buffone di un pubblico rispettabile».

Queste «asinerie», frutto di un vagabondaggio, non si appoggiano ad una struttura precisa all’interno del racconto, e tantomeno non seguono un filo conduttore narrativo, ma il medico-poeta attua una vera e propria rottura della narrazione a difesa di un gesto prettamente liberatorio dagli schemi tradizionali della letteratura, come testimonia già il sottotitolo dell’opera, Ricetta per gli ipocondriaci. Insomma, una voglia di andare alla ricerca di cose fuori dal comune, all’interno di un clima anticonformista e con un leggero gioco della fantasia, che fa utilizzo di temi di ogni genere e con il tentativo di trovare una scrittura fine a se stessa, di una narrazione concepita per un testo brillante il quale è giudicato dallo stesso autore come «bellissimo e stupendo». Si accennava sopra a quel gesto liberatorio con la tradizione letteraria, dunque, nei cui confronti si oppone con il ruolo cucito addosso di ignorante.

Il «sistema delle digressioni e degli episodi», come dichiara lo stesso Rajberti, che deviano la narrazione dal tema principale, il quale è stato il «pretesto» del viaggio raibertiano, ovvero la grande Esposizione Universale d’Industria, può essere rappresentato dal grande tema dell’arte al quale dedica tre capitoli: VIII, IX e X. In particolar modo il discorso si articola in un confronto tra le pinacoteche di due grandi musei: i musei Capitolini a Roma (cap. VIII) e il museo del Louvre (cap. IX e X). L’idea di affrontare il tema dell’arte nasce a fronte delle innumerevoli letture su «gazzette e gazzettini» di articoli scritti da giornalisti incompetenti nel loro mestiere (definita come gente «ignorantissima»), con un riferimento alle esposizioni annuali di arti nella città di Milano, e privi anche del «senso comune» e del «senso esterno della vista». Per dimostrare che questi giornalisti sono privi di un «senso esterno della vista», Rajberti riporta un esempio di un episodio accaduto a Milano «diciotto o vent’anni fa».

In quell’occasione, infatti, viene esposto presso il Palazzo di Brera un dipinto del pittore Pietro Narducci, il quale raffigura il poeta Torquato Tasso in piedi, intento a leggere dei versi alla duchessa Eleonora, la quale è invece rappresentata da seduta. Proprio per la posizione nella quale è raffigurata la duchessa, «seduta davvero, per non dir quasi sdrajata mollemente sopra una sedia a braccioli», un critico giudica negativamente il quadro di Narducci per alcune «pecche» nelle pagine della «Gazzetta privilegiata»: ma quello che il critico non riesce ad accettare è il fatto che la duchessa stesse in piedi, confondendo dunque il celebre poeta, e «dura come un fuso». L’intera città di Milano scoppia in una risata generale a fronte di questa insensata critica, a differenza del medico-poeta il quale promette di vendicarsi, perché considera un vero e proprio affronto il fatto che un’altra persona sia più ignorante di lui («perché nella mia qualità di ignorante eccezionale non posso tollerare che altri lo siano più di me, o almeno che si mostrino tali in faccia al pubblico»).

Quindi, preso dal «livore dell’invidia», promette a se stesso che un giorno avrebbe scritto anche lui sul tema dell’arte, perché è considerata la «vendetta più nobile»: «ora che posso dire d’aver passeggiato per molte insigni pinacoteche, eccomi a mantener la parola». Rajberti, dunque, giura «vendetta» a questo critico per il raffronto di essersi presentato al grande pubblico più ignorante di lui, in fatto di arte. Il medico-poeta inizia la propria trattazione sull’arte asserendo che la pittura gli procura lo stesso effetto dell’uva a febbraio: se alla fine di un pranzo, infatti, viene offerta come frutta l’uva, gli altri commensali, dice Rajberti, sarebbero contenti, e «la si gusta acino per acino, e la si ricorda con piacere anche dopo varii giorni» . Lo stupore dell’uva a febbraio è lo stesso che colpisce anche il nostro autore, se si trovasse inaspettatamente davanti ad «un bel quadro in casa d’amici»:

mi dà nel genio, lo esamino con attenzione, rimarco il colorito, i giochi di luce, la prospettiva; […] entro nelle intenzioni dell’artista: insomma, arrivo perfino ad illudermi che sarei capace di scriverne un articolo abbastanza ragionevole.

Nello specifico, quindi, una grande mostra di quadri gli procura lo stesso fastidio di una «vendemmia tremenda»: definisce, infatti, nauseante la presenza di tutta quell’uva nelle «tinozze», «accatastata a mucchi» o in «parte ancora pendente dalle viti!»: passa in rassegna i vari tipi di uva, da quella «bianca» a quella «nera» fino alla «moscatella».

L’attività della vendemmia, inoltre, secondo la visione di Rajberti, è anche un modo sbagliato di occupare il proprio tempo libero, poiché si deve stare le ore a «contemplare i villani che a gambe nude ballano in un pattume schifoso a vedersi», soltanto per un uva che «infastidisce la vista», «inacidisce lo stomaco» e «rivoluziona le budella». Rajberti, però, non prova fastidio soltanto per l’attività della vendemmia, ma anche per i «poeti arcadi», i quali invece provano piacere nel descrivere quel «pattume schifoso», e meriterebbero per questo di essere spremuti col «torchio» come l’uva, o al limite mandarli a «nuotar sotto i piedi dei villani».

Come abbiamo accennato all’inizio, l’intento di Rajberti consiste di istituire un paragone tra la pinacoteca del museo del Louvre e quella dei musei capitolini di Roma. Definisce una grande pinacoteca peggiore di una biblioteca, perché in quest’ultimo caso la persona può permettersi di entrare e uscire subito; con la pinacoteca, invece, e dunque con i quadri il discorso è differente, in quanto si prova un certo «rispetto umano» davanti a quei capolavori, per i quali si compiono «atti ammirativi e sbadigli». Per tentare il paragone tra le due pinacoteche, per il quale il «Vaticano mi ha fatto bestemmiare» e il «Louvre mi ha fatto dormire», prende come punto di partenza un viaggio personale fatto nell’autunno del 1845 a Roma. In questo viaggio, «girando varie ore per Roma in visita di non so quante anticaglie» in compagnia di alcuni amici, Rajberti giunge al Vaticano.

La visita al Vaticano era considerata di una «ostinazione che uccide», la quale era resa ancora più insopportabile dall’assenza di una sedia, di una panca o di un gradino, in quel «Palazzo o aggregati di palazzi», in quelle «tante sale a perdita di vista», in cui potersi sedere anche solo per un istante («vi giuro che, come sono stato a Roma dieci giorni senza vedere il Papa, vi sarei stato dieci secoli senza vedere il Vaticano»). […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Tra satira e realtà: ''Il viaggio di un ignorante ossia ricetta per gli ipocondriaci'' di Giovanni Rajberti

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Informazioni tesi

  Autore: Davide Tanganelli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Simone Magherini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 204

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