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Il disturbo da gioco d'azzardo: aspetti neuro-psico-sociali e terapie

Il sistema di gratificazione: vincita e perdita

Per tantissimi anni le tossicodipendenze sono state studiate e spiegate in relazione alla capacità delle sostanze di dare gratificazione e di motivare il comportamento di ricerca e autosomministrazione grazie ai loro effetti di stimolazione del sistema cortico-mesolimbico-dopaminergico, ossia della gratificazione (reward).

Come visto in precedenza, oggi si sa che il sistema di ricompensa non è l’unico implicato nella dipendenza, e che non è indispensabile l’assorbimento di sostanze esterne per l’attivazione dei suddetti circuiti neuronali. Ad ogni modo il sistema della gratificazione riveste un ruolo fondamentale nel processo della dipendenza e più in generale nel comportamento motivato. Da un punto di vista evolutivo il piacere è un elemento indispensabile perché garantisce la messa in atto di tutti i comportamenti necessari alla sopravvivenza come cibarsi, bere, riprodursi. Tutti gli stimoli, naturali o farmacologici, dotati di potere motivazionale positivo aumentano, infatti, l’attività neuronale di un particolare fascio di fibre dopaminergiche (fascio A10) che hanno origine nell’area ventrale tegmentale (VTA) e si proiettano nella zona basale dello striato raggiungendo il nucleo accumbes (NAc) e numerose strutture fronto-corticali (Serpelloni et al., 2010), generando sensazioni di piacere che inducono a memorizzare e riprodurre i comportamenti necessari a riottenere tali stimolazioni.

In teoria questi meccanismi nascono per motivare azioni altamente adattive, ma delle anomalie, come quelle sopra descritte, possono portare a comportamenti disfunzionali per la stessa sopravvivenza (intossicazione).
Diversi studi genetici su giocatori patologici (Ibanez et al., 2003; Suhara et al., 2001) mettono in rilievo la presenza della variante allelica Taq-A1 del recettore D2 della dopamina, una variante trovata spesso nei soggetti con disturbo del controllo degli impulsi, associata alla diminuzione dei recettori D2 e al deficit delle vie dopaminergiche. Si suppone che tale riduzione induca il soggetto a una maggiore ricerca di attività gratificanti e piacevoli, ponendolo in una posizione di maggiore rischio circa l’abuso di sostanze e/o la messa in atto di comportamenti impulsivi e compulsivi.

Nei soggetti con DGA gli stimoli relativi al gioco d’azzardo sono percepiti come maggiormente gratificanti rispetto alla popolazione normale. Nei pathological gamblers (PG) la risposta dopaminergica e la rilevanza dello stimolo risultano essere alte durante la somministrazione di stimoli relativi al gioco e basse con altri stimoli di normale gratificazione, mentre nei soggetti sani è presente la situazione opposta (Serpelloni, 2013). De Greck e colleghi (2010) hanno provato ad indagare nei soggetti con DGA, rispetto ai soggetti sani, la risposta a stimoli di grande rilevanza personale. È emerso che, anche in questo caso, i giocatori patologici hanno una minore attivazione delle aree deputate alla ricompensa rispetto ai soggetti di controllo. Questo potrebbe spiegare perché soggetti con DGA arrivano a trascurare i propri interessi personali, trovando gratificazione solo dal gioco.

L’elaborazione dell’intera esperienza di gioco è molto diversa tra soggetti con DGA e soggetti sani. Studi di fRMI (Clark et al., 2009) hanno dimostrato che nei PG i livelli di dopamina sono ampiamente maggiori durante l’anticipazione e l’attesa della ricompensa. Tuttavia la vincita genera una minore gratificazione rispetto ai soggetti sani. La perdita al gioco, inoltre, produce una minore deattivazione delle aree coinvolte nella ricompensa rispetto ai soggetti normali che non porta a disincentivare il gioco come dovrebbe. Nei PG la perdita è dunque percepita come meno dolorosa, rientrando addirittura nei livelli di gratificazione media.

A tal proposito può essere esplicativa una celebre frase attribuita a un leggendario giocatore di poker del ‘900 Nick Dandolos: “La cosa più bella al mondo è giocare d’azzardo e vincere, ma la seconda cosa più bella al mondo è giocare d’azzardo e perdere” (Guerreschi, 2012; p. 30). Nel giocatore patologico ciò che gratifica e allevia dalla tensione è il gioco in sé, non necessariamente la vincita.

Nell’elaborazione della vincita i giocatori patologici mostrano una più rapida risoluzione della soddisfazione da ricompensa rispetto alla popolazione non vulnerabile e contemporaneamente un’elevata riduzione della durata della soddisfazione derivata dalle ricompense (Calrk et al., 2009). Risultati simili sono stati evidenziati anche nelle tossicodipendenze e significa che neppure gli stimoli salienti, tossici, sono in grado di produrre adeguati livelli di gratificazione comparabili a quelli dei soggetti sani. Tutto ciò permette di spiegare la necessità di ricercare continuamente nuovi e ripetuti stimoli nell’immediato che diano appagamento nei soggetti dipendenti. È stato osservato, infatti, che i giocatori patologici preferiscono ottenere una ricompensa minore ma immediata, rispetto ad una ricompensa maggiore ma successiva, al contrario dei soggetti sani (Petry, 1999).

Basandosi su questi dati è stato possibile notare che alcuni giochi hanno carattere di maggiore additività rispetto ad altri. I giochi ad alta frequenza di pagamento (slot machine, gratta e vinci, lotterie istantanee, ecc.) hanno un ruolo decisivo nello sviluppo della patologia, a causa della sensazione di eccitazione immediata, intensa e brevissima, determinata dall’attesa del risultato e dalla voglia di ripetere tale esperienza. In questi giochi la vincita è più frequente, anche se incerta e irrisoria, e la riscossione è immediata (elementi preferiti dai giocatori dipendenti). Inoltre l’alta accessibilità sia economica che fisica, ossia la possibilità di giocare cifre esigue e allo stesso tempo di ripetere senza soste il gioco, lo rendono altamente rischioso.

In conclusione, i soggetti affetti da DGA presentano una diminuita sensibilità sia alla vincita che alla perdita, la quale unita a un ipocontrollo prefrontale presente durante il gioco, porta a una continuazione del gioco in modo compulsivo e patologico.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il disturbo da gioco d'azzardo: aspetti neuro-psico-sociali e terapie

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Informazioni tesi

  Autore: Stefania Cau
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Studi Umanistici
  Corso: Psicologia dello Sviluppo e dei Processi socio-lavorativi
  Relatore: Antonio Argiolas
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 89

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