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I diritti fondamentali di fronte alla minaccia del terrorismo: aporie e possibili soluzioni

I diritti oggi: quale effettività?

I diritti umani sono assunti come inviolabili ovunque ed in ogni tempo, ma un tragico esempio storico recente, quali i crimini del regime nazista, mostra la facilità con cui si possono cancellare, in un attimo, secoli di lotte politiche e conquiste giuridiche, con cui si possono sopprimere i diritti della persona e negare l’idea stessa di umanità, spazzando via ogni civiltà giuridica ed ogni coscienza ed autonomia individuali, in nome dell’obbedienza all’ordine, che pur era stato posto in essere con modalità legali. Eventi di questo genere dimostrano, purtroppo, quanto la democrazia (reale) e i diritti dell’uomo siano preziosissime, ma fragili costruzioni.

L’insufficienza degli strumenti concreti di cui dispongono gli Stati di diritto si rivela, allora, in tutta la sua drammaticità e la comunità internazionale, all’indomani della guerra, si sente chiamata ad un’assunzione di responsabilità per il futuro: ha inizio, così, almeno nei paesi occidentali, il periodo storico di maggior affermazione dei diritti fondamentali, anche in senso sostanziale, e di massima attenzione ad una loro protezione, che sia pratica ed efficace. Il giuspositivismo, per mezzo del quale si sono potute giustificare le leggi razziali, entra in profonda crisi, poiché viene accusato, appunto, di aver permesso di considerare valida e legittima qualsiasi norma, indipendentemente dal suo contenuto. Si avverte forte, ora, l’esigenza inderogabile di ancorare il diritto positivo e l’opera dei governi a vincoli sì di forma, ma anche e soprattutto di sostanza, cioè a valutazioni di giustizia ed a principi morali, la cui violazione giustifichi la disobbedienza dei cittadini e la reazione della comunità internazionale.

Nell’ambito della scienza giuridica, si sostiene l’esistenza, all’interno del diritto formale, di un nucleo di diritto (si potrebbe forse dire, di nuovo, naturale) minimo, dotato di etica intrinseca, fondato sulle necessità basilari di vita e convivenza e da ricondurre non più all’individuo entro una società, quanto invece all’essere umano in sè, dotato di una dignità assoluta e mai calpestabile, ma anzi meritevole di essere elevata, in ogni contesto e situazione. Si va, quindi, alla ricerca di principi insindacabili, ai quali vincolare le norme, perché, evidentemente, i meccanismi giuridici astratti, su cui si sono costruiti lo Stato di diritto liberale e la democrazia, intesa come mero governo della maggioranza, si sono rivelati alfine vuoti, o comunque insufficienti.

I diritti dell’uomo vengono come rifondati e tornano ad essere una categoria a cui affidare il compito, fondamentale, di proteggere le libertà degli individui, importanti in sé, anche quando in minoranze (anzi, a maggior ragione), ponendo limiti ed impegni ai governi; mentre prima, l’idea dell’autonomia e del valore individuali era quasi offuscata da una concezione della popolazione quale unità nazionale omogenea, di cui la singola persona era solo parte organica. Nel diritto positivo, la tutela dei diritti è affidati a nuovi strumenti, consistenti, sul piano interno, nelle Costituzioni e nella giurisprudenza costituzionale e, sul piano internazionale, nelle Dichiarazioni dei diritti e Convenzioni tra Stati. In particolare, negli ordinamenti giuridici nazionali, le Costituzioni, rigide e dunque inderogabili da leggi ordinarie, diventano il fondamento stesso dei diritti; e le Corti Costituzionali hanno un ruolo determinante nella precisione sia dei loro contenuti, sia delle modalità per la loro attuazione; i diritti fondamentali, inoltre, divengono una categoria elastica e sempre suscettibile di arricchimenti.

Nella comunità internazionale, ci si pone l’obiettivo di limitare la sovranità degli Stati ed i governi enunciano, tra i propri scopi primari, quello di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali di tutti, senza distinzioni di sesso, etnia o religione. Inaugurato dalla Dichiarazione universale del 1948, prende avvio un processo di internazionalizzazione dei diritti, in virtù del quale i diritti delle persone e dei popoli si costituiscono, a livello normativo, come principi prioritari rispetto agli interessi statali: è un nuovo inizio, per cui anche gli individui, ora, diventano soggetti di diritto internazionale e possono far valere i propri diritti pure contro i governi, nell’alveo di un’idea di cittadinanza universale, grazie alla quale i diritti fondamentali sono riconosciuti alle persone, in quanto esseri umani. Anche se, e qui é il punto focale, tale processo che conduce all’universalità concreta dei diritti, non è ancora assolutamente né definito né, tanto meno, compiuto.

Gli ideali e i valori, su cui la Dichiarazione del 1948 si fonda e a cui si ispira, sono la dignità ed i diritti umani, elencati dettagliatamente ed innalzati a fondamento della libertà, giustizia e pace nel mondo. Ma, a tutt’oggi, passando attraverso decenni di aumento esponenziale del benessere e del tenore di vita in (poche) determinate aree del mondo potenti ed avanzate, contrapposto alle sempre gravi criticità in altre aree (ben più vaste e numerose) costantemente abbattute da povertà, miseria e conflitti sanguinosi, i diritti fondamentali subiscono il paradosso per il quale, a fronte dell’essere sempre più proclamati e rivendicati teoricamente ad ogni livello e in ogni contesto, nei fatti restano spesso ignorati, violati, o comunque non certo attuati universalmente. Quasi che, la loro effettività, già difficoltosa da realizzare nella vita quotidiana all’interno delle cosiddette “società civili” intrise di cultura giuridica, nella quale pur si sono radicati, vada perdendosi nella vastità delle diverse situazioni di un mondo sempre maggiormente globalizzato e nel quale sono in costante aumento i flussi migratori, di modo che possono viaggiare alla stessa velocità le attività ed i propositi più nobili e lodevoli, quanto i più riprovevoli ed ottenebrati fatti di terrorismo e violenza. I diritti umani sono, dunque, per un verso, realtà, (almeno) giuridica, per un altro verso utopia: sono insieme l’uno e l’altro aspetto, nel senso che rappresentano un fulcro legislativo, il quale non ha trovato e continua a non trovare uno sbocco totale, una piena e soddisfacente applicazione.

Si tratta di principi ormai, nella teoria, patrimonio dell’umanità intera, in quanto, almeno formalmente, vengono riconosciuti ed accettati da pressoché tutti gli Stati come valori indiscussi (infatti vi è un diffuso consenso sbandierato in merito e solo raramente vengono respinti in linea di principio), e che però, nella pratica di plurime realtà, sono disconosciuti, poiché rimangono quasi del tutto inattuati, od attuati solo in parte; tanto da far dubitare della stessa possibilità reale di una loro completa realizzazione.
Da questo punto di vista, pure la medesima Dichiarazione universale del ’48 sembra il sogno mancato della modernità, l’icona della sua grandezza, della sua ambizione e, insieme, della sua crisi. Il suo preambolo presenta i diritti fondamentali come ideale comune da promuovere e garantire, quasi fosse un memento più che un vincolo; inoltre, vi sono difficoltà nello specificare in quali misure concrete si debbano tradurre e nell’obbligare gli Stati ad attuarle, difficoltà che dipendono dalle eterogenee opzioni politiche ed interessi dei governi, tradizioni culturali e religiose, oltre che dalle diverse condizioni economiche, che spesso non permettono di porre gli stessi impegno e risorse.

Il processo di dialogo, svoltosi per fissare impegni ed obblighi comuni a tutti gli Stati, sfocia, nel 1966, nei due Patti internazionali sui diritti umani, che diventano vincolanti, però, solo nei confronti di quegli Stati che li hanno ratificati: i diritti posti dal Patto sui diritti civili e politici (circa il quale prevalgono le attenzioni dell’ovest Europa e degli Stati Uniti) sono immediatamente e facilmente realizzabili, dal momento che non richiedono interventi gravosi (ma solo astensione da azioni lesive), mentre i diritti posti dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali (sostenuto soprattutto dai Paesi socialisti ed ex coloniali), prevedendo l’impegno per i governi di aumentare l’uguaglianza anche sostanziale tra tutti i cittadini (e, dunque, prestazioni positive), si rivelano più complicati da attuare nella pratica e vengono ritenuti solo programmatici, affidati cioè ad una realizzazione progressiva e dipendente dalle risorse, di cui il singolo Stato dispone. Il processo di definizione, incremento e garanzia dei diritti, quali valori per eccellenza, su cui costruire l’unione tra Stati, prosegue attraverso documenti, a partire dalla fondamentale Convenzione del 1950, adottati da gruppi di nazioni, le quali sono accumunate da caratteristiche e problematiche simili e che li interpretano ed attuano in modo rispondente ai contesti specifici.

Anche qui, il vero problema dell’internalizzazione é l’effettività o meno dei diritti proclamati nelle Carte, in quanto essa viene pur sempre affidata, in ultimo, alle istituzioni nazionali. E, in alcune zone geografiche, o in certi periodi, la loro violazione o, quanto meno, limitazione si fa, purtroppo, quasi “normale”: spesso, ad esempio, plurimi Stati sono retti da regimi autoritari che, pur riconoscendo formalmente i diritti fondamentali sanciti a livello internazionale, non li realizzano o li sopprimono, giustificandosi in nome di altre priorità (quali unità politica, stabilità, religione, sviluppo economico); di fronte a situazioni delicate di questo tipo, in assenza di vere e proprie garanzie giuridiche, che diano effettività ai diritti umani e costituiscano una protezione reale del diritto dei popoli alla resistenza, la comunità internazionale spesso fa pressione su tali governi (mediante sanzioni economiche e critiche sul piano diplomatico) o decide azioni, più o meno discusse, di tipo umanitario.

Ma anche nelle democrazie, che pur mostrano di tenere particolarmente ai diritti, nati nell’alveo delle proprie tradizioni culturali e giuridiche, soprattutto quando si sentono minacciate da atti estremi, quali, emblematicamente, quelli terroristici, si decide a volte di comprimere certi diritti, in nome di altre esigenze, una su tutte la sicurezza. Da tutto ciò si deduce, insomma, che la questione è prevalentemente politica, dal momento che, per raggiungere l’obiettivo di una protezione effettiva dei diritti, sarebbe indispensabile che il sistema internazionale apprestasse gli organi ed i poteri necessari per far valere i diritti dell’uomo, qualora siano violati e che, pertanto, gli Stati riconoscessero, sul serio, un potere deliberante, munito di forza esecutiva, al di sopra dei poteri deliberanti ed esecutivi di ciascuno di essi.

Ci sarebbe, in breve, necessità di una cessione di sovranità da parte delle organizzazioni statali le quali, invece, dimostrano ancora ritrosia al riguardo. Non è possibile, attualmente, prevedere quale sarà il futuro dei diritti fondamentali: se si produrrà una regressione o, al contrario, un’ulteriore affermazioni formali, è solo una delle tante aporie, legate ai diritti fondamentali, di cui si deve prendere atto e di cui ci si deve,

Questo brano è tratto dalla tesi:

I diritti fondamentali di fronte alla minaccia del terrorismo: aporie e possibili soluzioni

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Informazioni tesi

  Autore: Alessia Bennici
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Claudio Sarra
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 265

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