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Prospettive evolutive del principio di autodeterminazione dei popoli: l'utilizzo dello strumento referendario come mezzo risolutivo delle rivendicazioni secessionistiche

L'atteggiamento della comunità internazionale dinanzi alcune esperienze secessionistiche

Come già introdotto nel paragrafo precedente, la dottrina della remedial secession prevede che a una minoranza che subisse discriminazioni contrarie ai diritti dell'uomo, il diritto internazionale riconoscerebbe il diritto alla secessione, accantonando in questo modo le garanzie fornite dal principio di integrità territoriale in favore di esigenze di carattere umanitario o di preservazione dell'identità minoritaria. L'autodeterminazione esterna, nella sua versione più radicale (secessione), costituirebbe l'ultimo rimedio nel caso in cui a una popolazione venga negata l'autodeterminazione interna.

Sebbene tale dottrina sia accettata da una parte consistente della dottrina, a suo detrimento si è soliti evidenziare alcune criticità: la mancanza di una base giuridica solida all'interno del diritto positivo, una casistica insufficiente in materia per poter giustificare la nascita di una consuetudine generale nonché un certo rigetto o comunque diffidenza da parte delle istituzioni delle Nazioni Unite nel riconoscere un diritto alla secessione.

Per comprendere al meglio la validità di tali elementi critici, sembra opportuno riportare la tesi principale del libro “L'ultimo diritto”, più volte citato in questo elaborato. L'autrice sostiene la radicale diversità dei concetti di secessione e autodeterminazione. La prima costituirebbe una delle principali cause di proliferazione del numero gli Stati e avrebbe comportato un processo di modificazione dei confini, ossia una lesione del principio di integrità territoriale; l'esercizio della seconda non avrebbe in alcuno modo intaccato e modificato i confini preesistenti.

Alla luce di ciò, innanzitutto risulta naturale interrogarsi sulla giustificazione giuridica adottata nei casi di decolonizzazione, visto l'alto numero di Stati sorti a seguito di tale fenomeno. Il principio base del processo di decolonizzazione fu l’uti possidetis juris. Si tratta di un termine che deriva dal diritto romano, ripreso e utilizzato come dottrina legittimatrice delle istanze indipendentistiche degli Stati latino-americani nel corso del XIX secolo.

Tale dottrina prevedeva che i confini dei nuovi Stati dovessero essere gli stessi delle provincie spagnole alle quali succedevano. Seguendo tale teoria, si escludeva l'esistenza in America Latina di terrae nullius passibili di occupazione straniera: in tal senso si mirava a tutelare l'integrità territoriale dei nuovi Stati sorti. Tale principio fu successivamente invocato anche dagli Stati sorti dalla decolonizzazione africana nonché dagli Stati derivanti dalla dissoluzione di stati federali socialisti (Jugoslavia e Unione Sovietica) per la delimitazione dei nuovi confini, facendo riferimento alle repubbliche costituenti tali federazioni. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Prospettive evolutive del principio di autodeterminazione dei popoli: l'utilizzo dello strumento referendario come mezzo risolutivo delle rivendicazioni secessionistiche

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Informazioni tesi

  Autore: Riccardo Bizzotto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Percorso europeo e transnazionale
  Relatore: Jens Woelk
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 154

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