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Robert Mapplethorpe e Patti Smith. Tra arte e vita

The Perfect Moment: il ritorno di Patti Smith

[…] Non appena Mapplethorpe ricevette la sua diagnosi di sieropositivo, i suoi migliori amici vennero a fargli visita in ospedale.
Durante la telefonata con Patti fissarono un incontro per la prima settimana di dicembre.
L’ 11 dicembre 1986 Mapplethorpe prese un taxi per andare al Mayflower Coffee Shop a Central Park West incontrarla.
Fra tutte le immagini che scattò a Patti, quella che rimase più impressa nella mente di Robert fu la copertina di Horses.
La Smith era cambiata dagli anni Settanta, ora aveva lunghi capelli con qualche ciocca grigia.
Lei rimase sorpresa di vedere Robert stranamente in forma; lui le spiegò che il farmaco antivirale e la sua dose settimanale di vitamina B12 lo stavano facendo sentire meglio.

La Smith accettò di farsi fotografare da Robert per la copertina del suo prossimo disco perché sospettava che sarebbe stata l’ultima volta; voleva che fosse ricordato come la loro collaborazione migliore. Durante il servizio fotografico per Dream of Life Patti venne truccata dal nuovo assistente di studio di Mapplethorpe, Brian English. Robert notò immediatamente una piccola macchia marrone sulla sua mano destra; Patti le spiegò che essa le era apparsa dopo la gravidanza. Mapplethorpe era un perfezionista e fu disturbato da quella macchia; aveva sempre ammirato le sue mani graziose per la somiglianza con quelle di Georgia O’Keefe, la musa delle fotografie di Alfred Stieglitz.
Quando la Smith vide l’immagine qualche giorno dopo, rimase molto delusa.

Mapplethorpe aveva imbellito il suo aspetto ritoccando il volto; proponendo l’idea di una madonna perfetta, i suoi capelli arricciati erano legati.
La donna nella fotografia non rifletteva la filosofia di Dream of Life, ma enfatizzava il potere della maternità e la forza delle persone nell’affrontare il cambiamento sociale.
Non volendo ferire i sentimenti dell’amico accettò di usare l’immagine come copertina; lasciò New York depressa per ragioni a lei non del tutto comprensibili. Il 14 gennaio del 1987 morì Sam Wagstaff per complicanze dovute all’AIDS; quel giorno Robert telefonò a Patti per informarla dell’accaduto.

Lei rimase scioccata dalla notizia e scrisse per Sam il brano Paths That Cross; Robert fu grato per la canzone ma Patti era consapevole che un giorno avrebbe dovuto ricorrere alle stesse parole per l’amico. Strade che s’incrociano torneranno a incrociarsi. Paths that cross will cross again. Wagstaff lasciò in eredità a Robert 3/4 del suo cospicuo patrimonio.
Il 22 febbraio del 1987, poco più di un mese dopo la morte di Wagstff morì Andy Warhol. Mapplethorpe di recente cominciò a lavorare su una serie di fotografie di fiori usando il procedimento di stampa del dye-transfer; alla fine di marzo volò a Palm Spring con il suo assistente per scattare foto nel deserto su incarico dell’agenzia di viaggi Condé Nast Traveler. Dopodiché si spostarono a Los Angeles; Patti e Fred Smith avevano affittato un appartamento in città mentre stavano finendo le registrazioni del disco Dream of Life. Robert sapeva che la Smith era scontenta della loro prima immagine per la cover; decise di organizzare un secondo servizio fotografico per soddisfarla. Patti era al quinto mese di gravidanza; per la foto si ispirò alla pittrice messicana Frida Kahlo. Si intrecciò i capelli; sedendosi vicino ad una palma con il sole negli occhi fissò Robert. Patti era consapevole che il suo amico non fosse in grande forma: […]

Questa volta fu Mapplethorpe a non essere soddisfatto della foto; i tempi stringevano perché l’etichetta discografica pretendeva che la cover fosse pronta entro fine settimana. La mattina seguente Patti ricevette un pacco da Robert e appena vide l’immagine iniziò a piangere. Tecnicamente la foto non era all’altezza degli standard del fotografo; decise di non ritoccare la macchia presente sulla mani della Smith e di sfocare leggermente lo sfondo.
Lei amò questa fotografia proprio perché non era perfetta.
Patti racconta la nascita della seconda figlia e dell’ultima fotografia con Robert in Just Kids: […]
Per Mapplethorpe il riconoscimento da parte delle persone e la fama erano elementi fondamentali; durante l’ultimo decennio fu il soggetto di oltre Sessantanove mostre individuali, cinque libri e quindici cataloghi.
Ad aprile del 1987 inaugurò un’esibizione personale di stampe su tela in platinotipia alla Robert Miller Gallery.
Mapplethorpe per questa mostra esibì lavori in grande formato; il suo obiettivo era confondere i confini tra pittura e fotografia.
[…]

In relazione a ciò era perfettamente in sintonia con la nuova generazioni di fotografi, come Cindy Sherman e i gemelli Starn. Questi artisti creavano lavori unici, in larga scala che potevano essere tranquillamente appesi sulla parete come i dipinti dell’arte contemporanea; inoltre i loro prezzi erano alti, ciò era impensabile fino a qualche anno prima. Durante il corso del 1988 le condizioni di salute di Robert peggiorano; ebbe una ricaduta causata dalla polmonite e inoltre scoprì di essere affetto da neuropatia. Mapplethorpe era un paziente estremamente passivo; prendeva qualsiasi farmaco che gli veniva prescritto, nonostante diversi dottori gli consigliarono di smettere di utilizzare la cocaina luì continuò il suo stile di vita, sniffando e fumando circa due pacchetti di sigarette per giorno.

Robert provava un leggero piacere nel farsi raccontare altre storie di persone affette da AIDS; in particolare si interessò alla vicenda del fotografo Peter Hujar, a differenza di Mapplethorpe, Hujar non ottenne mai una grande considerazione da parte della critica e dei mercanti d’arte. A marzo la BBC mandò in onda un documentario sull’opera di Mapplethorpe diretto da Nigel Finch e prodotto da Arena. Pochi giorni dopo essere tornato da Londra partecipò all’inaugurazione della sua mostra alla R. Miller Gallery intitolata New Color Work; essa comprendeva venti fiori stampanti con il procedimento dye-transfer. Durante la sua carriera Mapplethorpe scattò diverse foto a colori, ma i risultati non lo soddisfacevano mai totalmente.( Il colore non è mai stato uno dei suoi interessi principali; privilegiò la fotografia in bianco e nero. Il collezionista d’arte Marieluise Black sosteneva che la fotografia di Mapplethorpe perdesse impatto con il colore, durante la loro intervista Robert spiegò il suo punto di vista: “Penso davvero che funzionino. Non sono una persona interessata alla fotografia a colore, sono sempre rimasto distante da essa rispetto al lavoro di altri fotografi. Forse perché è il mio lavoro, apprezzo le mie immagini a colori. Non ne ho scattate molte. E’ solo l’inizio”. L’AIDS stava lentamente logorando il corpo di Mapplethorpe; il suo desiderio sessuale era diminuito e ciò si rifletté sulle proprie fotografie.

“Ho superato la fase delle fotografie di nudo maschile. In questi giorni non sto fotografando nulla che sia nudo. Ciò non vuol dire che non lo farò di nuovo, ma al momento non mi sto concentrando sui corpi”. Iniziò a rivolgere la sua attenzione alle statue di marmo, “le fredde icone bianche del desiderio”, così le definì il critico d’arte Kay Larson. Facendo così, Mapplethorpe chiuse il cerchio, avendo eccelso nel trasformare i propri modelli in pezzi di scultura, ora stava tentando di dare vita alle statue.
La maggior parte delle statue che fotografò erano riproduzioni del diciannovesimo e ventesimo secolo dei classici. (fig. 50) Robert cercò intenzionalmente le riproduzioni perché le antiche figure classiche erano raramente in perfette condizioni; lui non voleva possederle nel caso avessero qualche pezzo mancante. Durante le interviste non amava parlare della morte; ciò nonostante le sue ultime foto potrebbero simbolizzare un progressivo spostamento dal mondo della carne a quello dello spirito. E’ rappresentativo a riguardo l’autoscatto Self Portrait del 1988; Mapplethorpe ormai impietosamente scavato dalla malattia, emerge da un fondo completamente nero, mentre in primo piano la mano destra, anch’essa scontornata e dunque senza più un corpo al quale legarsi, regge un bastone che ha per pomolo un piccolo teschio.

Lo sguardo di Mapplethorpe, nel quale si coglie una traccia di amaro sorriso, va dritto all’obiettivo, senza timore.
Questo autoritratto riflette il modo in cui Robert si stava approcciando agli ultimi lavori, sebbene nelle sue ultime fotografie passò dal ruolo di fotografo al processo creativo. La maggior parte delle immagini vennero scattate da suo fratello Edward e dall’assistente di studio. Anche quando Mapplethorpe non era direttamente coinvolto nelle foto, la sua visione era così controllata e precisa che entrambi i suoi assistenti si sentirono forzati a vedere il mondo attraverso i suoi occhi.
Il 27 maggio del 1988 Mapplethorpe firmò la documentazione per creare la Robert Mapplethorpe Foundation, un ente benefico che dovrà finanziare la ricerca sull’AIDS e i progetti di fotografia. Il presidente della fondazione Michael Stout fu delegato dallo stesso Mapplethorpe.

Robert non amava essere visto come un portavoce della malattia; inizialmente creò la fondazione soltanto per finanziare i propri progetti fotografici. Inoltre non era molto favorevole nel raccontare ai media notizie sulla sua salute; finora nessuno della famiglia Mapplethorpe, eccetto il fratello Edward, sapeva di lui. Fu la sorella Nancy a fare da portavoce alla famiglia, raccontò alla madre Joan che Robert era molto malato. L’estate del 1988 segnò l’apice della carriera di Mapplethorpe; nel mese di luglio venne aperta a New York nel Whitney Museum of American Art la sua prima retrospettiva in un museo americano. Robert nonostante le sue precarie condizioni di salute decise di partecipare all’inaugurazione; fu accompagnato dall’amica Lynn Davis in sedia a rotelle con la bombola di ossigeno.
La retrospettiva comprendeva oltre 97 immagini selezionate allo scopo di fornire un diario visuale della sua vita, dai primi collage e le Polaroid creati negli anni Settanta fino alle sue recenti fotografie. Tra i partecipanti erano presenti gli artisti Francesco Clemente, Ed Ruscha, Robert Rauschenberg, Brice Marden, Barbara Kruger e Louise Bourgeois, e altri mercanti d’arte che sostennero Mapplethorpe nel corso della sua carriera.

Durante la serata Jonathan Becker scattò una fotografia a Mapplethorpe mentre era con i suoi amici e ammiratori; quando la foto apparve su Vanity Fair, Robert fu devastato dalla dura realtà dell’immagine che lo ritraeva visibilmente invecchiato malgrado i suoi 42 anni.

Definì la fotografia “spaventosa come le immagini di Diane Arbus”.
La retrospettiva fu oggetto di molte recensione da parte dei più noti giornali; Kay Larson su New York scrisse: “Mapplethorpe ha cavalcato una curva culturale che inizia negli anni Settanta proseguendo negli anni Ottanta con i vari movimenti verso la liberazione sessuale; ora sembra oscillare verso il basso tra la paura e la morte”. […]

L’Institue of Contemporary Art (ICA) allestì una mostra itinerante nella University of Pennsylvania, a Filadelfia, che fu intitolata The Perfect Moment e inaugurata a dicembre.
Mapplethorpe amava essere al centro dell’attenzione; accetto di essere intervistato da Dominick Dunne per Vanity Fair, la rivista pubblicò un piccolo portfolio di sette immagini allegato all’articolo Robert Mapplethorpe’s Proud Finale. Questa fu l’ultima intervista di Mapplethorpe durante la quale ripercorse i momenti salienti della sua carriera con un tono amaro.
Alla domanda “Sei diventato molto famoso, come ci si sente?” lui rispose: “E’ splendido. Sono abbastanza frustrato dal fatto che non potrò godermi il successo. Il denaro sta arrivando, sto facendo più soldi ora di quanti ne abbia mai fatti in
passato”.

Robert decise di includere nell’articolo del giornale un suo autoritratto nel quale indossava un costoso abito di seta come un aristocratico dandy in punto di morte; la foto fu scattata dal fratello Edward e dal suo assistente. Il suo ultimo autoritratto era una fotografia dove vengono mostrati solo gli occhi, l’unica parte del corpo che non era stata compressa dalla malattia.

La madre, sapendo che il figlio era ormai prossimo alla morte, mandò il prete di Floral Park a fargli visita; il quale chiese a Robert se credeva in Dio.
“Non lo so. Non credo nei dogmi e nelle teologie. Credo soltanto nell’essere una brava persona.
Sono sempre stato onesto con le persone, non ho mai mentito. Penso di aver vissuto una vita morale”.

Patti Smith non vedeva Robert da giugno e frenata dalle sue responsabilità familiari decise di non promuovere in tour l’album Dream of Life, pagandone le conseguenze perché fu un disastro commerciale.
Andò a trovarlo a metà febbraio del 1989, passarono tutto il pomeriggio insieme nel suo appartamento di New York.
Qualche giorno dopo scrisse una lettera a Robert, che mai gli consegnò, rispolverando gli attimi vissuti insieme. […]
Gli ultimi giorni di vita di Mapplethorpe furono un calvario per lui perché ormai la malattia lo aveva attaccato su tutti i fronti e il suo sistema immunitario era stato totalmente compresso.
Il 7 marzo, due giorni prima della morte, Patti promise per telefono a Robert che avrebbe scritto l’introduzione del suo libro di fotografie Flowers.
Durante la prima settimana di marzo Mapplethorpe passò il tempo abbozzando disegni su un blocconote; tra le ultime immagini c’era un debole autoritratto seguitò dalla sua firma “Robert
Mapplethorpe … Robert Mapplethorpe … Robert Mapplethorpe”
, infine il nome fu ridotto ad una sbavatura incomprensibile. Non c’era più niente da fare per lui.
Robert Mapplethorpe morì la mattina del 9 marzo 1989 a causa di un violento attacco di epilessia a cui seguirono delle convulsioni corporee, era come se Mapplethorpe stesse lottando la sua battaglia personale, muovendosi in questi momenti finali, verso la luce.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Robert Mapplethorpe e Patti Smith. Tra arte e vita

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Andreoli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Claudio Marra
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 62

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