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La politica estera di Bill Clinton durante il conflitto in Bosnia

Ritorno alla diplomazia

Il passaggio da un possibile intervento militare ad una politica di soft power a tutti gli effetti, fu piuttosto breve. L’amministrazione democratica stava attraversando un momento complicato, peggiorato dalle incessanti critiche per il mantenimento dell’embargo. Questione nei confronti della quale il presidente aveva espresso, sin dall’inizio, la volontà che venisse abolito. Un’altra faccenda alla quale Clinton aveva dato massima priorità, era quella di fornire il supporto adeguato alla fazione musulmana, permettendo loro di combattere ad armi pari contro le forze serbe.

Il periodo caratterizzato dalla solita incertezza e l’avvicinamento tra Croazia e Bosnia formatosi grazie alla conclusione dell’Accordo di Washington, permisero alla Casa Bianca di dare vita ad un’azione segreta, per aiutare le forze bosniache musulmane. La possibilità di aiutare le truppe di Izetbegovic arrivò grazie a uno dei più temuti nemici di Washington, l’Iran. Il 7 aprile del 1994 a Sarajevo venne inaugurata l’ambasciata iraniana, azione tramite la quale il governo di Teheran continuava a dimostrare il proprio supporto alla fazione di Izetbegovic. Il sostegno che l’Iran era disposto a mettere a disposizione riguardava soprattutto l’intensificazione del flusso di armi da Teheran a Sarajevo. Si discuteva appunto sull’aumento di questa opzione, in quanto le armi in Bosnia erano arrivate dall’Iran sin dai primi giorni del conflitto, senza alcuna protesta da parte di Washington. Tale azione era portatrice di enormi rischi per la superpotenza mondiale. Da una parte vi era il fatto di concludere un accordo con uno degli stati canaglia, d’altro canto invece significava violare la propria legge e la risoluzione dell’embargo approvata dal Consiglio di Sicurezza. Tutte possibilità che avrebbero messo in una pessima situazione Washington, sia dal punto di vista personale, che per quanto riguarda il rapporto con gli alleati europei. Clinton decise di dare il consenso all’operazione informando l’ambasciatore americano in Croazia che da parte sua non vi era alcuna indicazione. Un modo curioso di dare l’approvazione. Nasceva così un vasto corridoio segreto di contrabbando di armi attraverso la Croazia.

Questo evento dimostra per l’ennesima volta come l’amministrazione Clinton era disposta a mettere sul banco il proprio impegno per evitare in qualsiasi modo un intervento personale nei Balcani. Le critiche, sia dal Congresso che dal Senato, nei confronti del presidente riguardo il mantenimento dell’embargo non cessavano, non consapevoli che l’amministrazione stesse violando tale risoluzione, cercando allo stesso tempo di mantenere quel sottilissimo filo che era
l’accordo con gli alleati europei. Il ritorno vero e proprio all’azione diplomatica si verificò con l’attuazione dell’iniziativa adottata da Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.
La volontà dei protagonisti era quella di mettere nero su bianco una volta per tutte, l’accordo che avrebbe sancito la conclusione del conflitto. L’operazione diplomatica prese forma con la nascita del cosiddetto “Gruppo di contatto”, al
quale non vi parteciparono né la Comunità Europea, né le Nazioni Unite. Il risultato degli incontri tra i rappresentanti dei cinque paesi, fu il progetto di suddividere il territorio bosniaco in due parti: il 49 per cento alla Repubblica serba, mentre il 51 per cento alla Federazione musulmano-croata La necessità era quella di trovare un punto di incontro tra giustizia e realtà.

Oltre a rappresentare l’ennesimo passo indietro degli attori principali internazionali, il gruppo di contatto permise alla Russia di entrare nella cerchia delle potenze internazionali e mantenere, allo stesso tempo migliorare, i rapporti con la superpotenza mondiale. Un rapporto, quello tra Washington e Mosca, che risulterà decisivo per la storia della guerra. Tale tentativo non fece altro che dimostrare l’incapacità di Clinton nel mantenere una posizione politica chiara, in quanto si rese di nuovo protagonista di dichiarazioni che vertevano verso una direzione e azioni totalmente incoerenti. Dopo aver promesso che avrebbe chiesto l’abolizione dell’embargo in caso di rifiuto serbo, ciò non avvenne nonostante si erano verificate le condizioni. All’opposizione serba seguì una moratoria sull’embargo di sei mesi, vista di buon occhio da russi, francesi e britannici, volenterosi di procedere nel tentativo di raggiungere un accordo di pace. Mentre ai suoi alleati mostrava la parte attendista, lo scorrere dei giorni e del conflitto dimostrava come il lasciapassare per le armi iraniane stava avendo effetto, in quanto le forze bosniache furono protagoniste di azioni militari vincenti. Tali avvenimenti provocarono il dubbio negli alleati europei che in qualche modo Washington stesse supportando Sarajevo.

Dall’amministrazione democratica, oltre alle smentite su tali insinuazioni, venne presentata da Madeleine Albright una mozione con la quale veniva richiesta l’abolizione dell’embargo. Venne approvata con 97 voti a favore e 61 astenuti, tra i quali vi erano Francia, Russia e Gran Bretagna. Ennesima dimostrazione questa, di quanto l’alleanza occidentale fosse spaccata in due e incapace di trovare un punto di incontro, a distanza di due anni dall’inizio degli scontri. Per il presidente americano, nella questione bosniaca, iniziò ad assumere peso anche la politica interna. Successivamente alla negazione di abolire l’embargo da parte del Consiglio di Sicurezza, per non peggiorare i rapporti con Senato e Congresso, in quanto i repubblicani avevano raggiunto la maggioranza assoluta sul Campidoglio, Clinton optò per fare proprio l’emendamento del Senato, con il quale l’amministrazione veniva invitata a rinunciare alla parte dell’Operazione Sharp Guard che ostacolava l’afflusso di armi ai musulmani bosniaci.

Il contenimento tornò ad essere il principale obiettivo statunitense, con l’amministrazione che poneva in una classifica di importanza le seguenti questioni: risanare la frattura con gli alleati europei, contenere la guerra cercando di evitarne la diffusione nei Balcani e per ultimo l’aiuto per il mantenimento dell’integrità territoriale. Si concludeva così l’anno che aveva portato in scena nuove strategie, le quali non avevano fatto altro che confluire in quella che era la tattica preferita da tutti gli attori: la diplomazia. Gli Stati Uniti si trovavano in una posizione complicata, con un comportamento attendista e diplomatico agli occhi di tutti, mentre di nascosto veniva perseguito l’obiettivo di permettere il maggior aiuto possibile ai bosniaci musulmani. Inoltre avevano potuto constatare con mano come un loro impegno concreto avrebbe potuto portare a risultati importanti, ma tale possibilità continuava a non essere presa in considerazione. In Bosnia persisteva la politica degli interessi personali.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La politica estera di Bill Clinton durante il conflitto in Bosnia

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Informazioni tesi

  Autore: Gezim Qadraku
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Istituzioni Europee
  Relatore: Andrea Carati
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 62

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