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Cercando Itaca. L'itinerario dell'adolescente verso la configurazione della propria identità

La relazione con il volto d’altri

Il cammino verso la ricerca della propria identità richiede di essere generati, ovvero di essere plasmati dal volto d’altri.
Se si riduce il chi al che cosa, si mette in atto un processo di reificazione: il tu viene trasformato in esso. L’esso non può generare alcunché e pertanto l’esperienza del consentimento risulta impossibile. Affinché l’altro interpelli, occorre che venga riconosciuto come volto, ovvero come un tu.

Non riconoscere il tu, significa rimanere imbrigliati nella rete di stereotipi e pregiudizi, riducendo l’altro a quello che fa oppure a quelle che sono soltanto alcune delle sue caratteristiche. Per fare un esempio, mettiamo in atto un processo di reificazione nel momento in cui classifichiamo un individuo come immigrato, come straniero, come diversamente abile, rifiutandoci di conoscere la persona e di lasciarci interpellare dal suo vissuto. La categorizzazione stereotipata, che non lascia spazio all’incontro del tu, ma riduce il tu all’esso, soffoca ogni dinamica generativa.

Essa, infatti, presuppone il riconoscimento del volto e quindi dell’Infinito di cui ognuno è portatore (Lévinas, 1990). La mancanza di tale riconoscimento ha come conseguenza inevitabile l’incapacità d’incontrare realmente l’altro e quindi l’incapacità di udire il suo appello.
Soltanto rispondendo agli appelli che provengono dai volti incontrati è possibile strutturare la propria identità. Nessuno, infatti, è origine di sé, ma riceve la propria origine da altri. Ciò è vero sia per quanto riguarda la nostra prima origine, ovvero la nascita, ma è altrettanto vero per quel che concerne la nostra seconda origine, che corrisponde alla dinamica generativa del nascere alla propria identità, del divenire chi scegliamo di essere.
Il fenomeno della nascita mostra chiaramente come ciascuno si riceva da altri.

L’espressione “essere messi al mondo” risulta a questo proposito emblematica. Siamo messi al mondo da altri, non veniamo al mondo da noi stessi. Il modello occidentale del self made man rivela quindi tutta la sua inconsistenza e la sua infondatezza. Nessuno “si fa da sé”, ma ognuno si riceve da altri.
Tali considerazioni risultano vere anche in riferimento alla “seconda nascita”, che coincide con la definizione della propria identità. Non si giunge ad una consapevolezza di sé prescindendo dal volto d’altri. Sono le persone incontrate lungo il cammino che ci plasmano e ci rivelano chi vogliamo diventare.

Qualcuno potrebbe obiettare che una simile prospettiva annulli o per lo meno riduca la libertà individuale. Accettare di riceversi da altri, infatti, significa accettare di dipendere dalle relazioni e quindi accettare di non essere autosufficienti, di non bastare a se stessi. La nostra cultura, permeata da un’antropologia decisionista, giudica come contrario all’uomo tutto ciò che non è frutto di una decisione
personale.

Di conseguenza, la libertà viene pensata in termini assoluti. Una scelta è davvero libera quando è priva di condizionamenti. Una simile libertà, però, non esiste. La Libertà non esiste a livello metafisico, non è un principio ontologico dotato di una consistenza propria ed autonoma. La libertà è sempre concretamente situata e non esiste al di là delle forme storiche che di volta in volta assume. Di conseguenza, una Libertà non è alcuna libertà, perché una libertà pensata in termini astratti non può esistere.
All’antropologia decisionista imperante nella cultura occidentale può dunque essere opposta un’antropologia della libertà umana. Secondo questa prospettiva, la decisione personale suppone sempre elementi pre-personali. Essi non costituiscono un condizionamento alla libertà, bensì sono la condizione necessaria affinché la libertà personale si esprima.

Tuttavia, se è vero che l’identità si plasma nel rapporto con gli altri, è altrettanto vero che questa dinamica generativa non deve trasformarsi in una dinamica di clonazione. L’io non deve mai divenire la fotocopia di un tu. È sempre necessaria una ripresa creativa del modello, altrimenti si diventa l’alter ego di qualcun altro e non se stessi (Albarello, 2008, pp. 222-236).

Lasciarsi plasmare dal volto d’altri non significa diventare un’immagine riflessa. Ciascuno è unico e singolare ed è chiamato a rispondere al proprio personale imperativo storico. Accogliere la dinamica generativa significa piuttosto comprendere che nessuno “si fa da solo”, ma che ognuno costruisce il proprio sé a partire dalla relazione con elementi pre-personali (ad esempio la propria famiglia d’origine o il paese ed il quartiere in cui si vive), con elementi personali non scelti (l’idem) e con il volto d’altri. Essi non determinano le nostre scelte, ma le orientano in una direzione piuttosto che in un’altra e progressivamente ci aiutano a capire chi vogliamo diventare.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Cercando Itaca. L'itinerario dell'adolescente verso la configurazione della propria identità

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Informazioni tesi

  Autore: Noemi Beccaria
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Maria Adelaide Gallina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 72

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