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Motivazioni e fattori che influenzano il consumo alimentare responsabile

Le cause dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare interessa tutta la catena alimentare, riprende tutti gli “attori” che producono, trasformano, stoccano, trasportano, distribuiscono e consumano gli alimenti; secondo Coldiretti, in Italia lo spreco alimentare equivale a 12,5 miliardi di euro.
Lo spreco alimentare riguarda al 54% il consumo casalingo, il 21% la ristorazione, il 15% la distribuzione commerciale, l’8% l’agricoltura e il 2% la trasformazione.

Nella catena alimentare, si instaurano delle relazioni commerciali subordinate a strategie di marketing e di immagine legata ai prodotti venduti alla fine della catena, cioè ai consumatori. È, ad esempio, il caso di frutta e verdura: i distributori pretendono necessariamente prodotti ortofrutticoli che si presentino “bene” e cioè senza imperfezioni o irregolarità, con pezzature/calibri uniformi, ecc., per poter essere quanto più appetibili agli occhi del consumatore, ma anche da un punto di vista “legale”, con la commissione europea, si richiede che l’ortofrutta sia di “buona qualità”, con “caratteristiche proprie del prodotto”. Queste misure permettono di rallentare la frode e di favorire il commercio internazionale, e portano a classificare i prodotti riducendone lo spreco. Misure severe sono imposte sull’igiene, misure che se disattese portano inevitabilmente ad uno spreco di prodotto a monte, cioè durante le fasi di produzione agricola; quest’ultime sono chiamate “food lasses” che la FAO ha definito nel 2011 come “qualsiasi sostanza sana e commestibile che (…) viene sprecata, persa, degradata o consumata da parassiti in ogni fase della filiera agroalimentare”.

I supermercati “sprecano” ogni anno una enorme quantità di cibo, e cio è legato ad una politica di gestione interna del prodotto che prevede l’eccesso di cibo/prodotto come misura precauzionale per evitarne la carenza che causerebbe l’impossibilità di rispondere ad una eventuale maggiore domanda di quel cibo/prodotto. Ovviamente un sistema del genere prevede già a monte la quasi certezza di produrre “sprechi”, cui si sommano gli effetti negativi imposti dagli alti standard estetici (che portano inevitabilmente allo scarto di prodotto non più presentabile) e quelle normative alle volte eccessive sulla sicurezza alimentare legate alla scadenza del prodotto concernente l’alterazione delle proprietà organolettiche (“da consumarsi preferibilmente entro”) che non comporta in se un rischio per la salute ma soltanto un’alterazione sul gusto o sull’aspetto legate agli standard estetici imposti sul prodotto/marchio.

Dopo lo “spreco” nella catena alimentare si aggiunge lo “spreco” del consumatore. L’individuo, il consumatore, è l’ultimo anello della filiera alimentare ed è anche quello che spreca di più. Possiamo qui distinguere due punti sulla base della responsabilità individuale in base al comportamento di acquisto e di consumo.

Nel suo comportamento di acquisto, il consumatore, rifiuta generalmente i prodotti “non belli” e si traduce in una “domanda” che spinge dunque le imprese a scartare, dunque sprecare, tutti gli alimenti non acquistati dal consumatore; il comportamento di consumo si riferisce invece alla non-gestione dello stock, da parte del consumatore, cioè alla non compressione delle date di scadenze o a piatti non finiti durante la ristorazione.
Lo spreco alimentare è notevolmente aumentato con la “società del consumo” nelle trenta gloriose dove con la comparsa dei grandi supermercati, della GDO (grande distribuzione organizzata), vi è la grande abbondanza proposta al consumatore e legata all’aumento del potere di acquisto di quest’ultimo. Per Baudrillard, lo spreco alimentare è una “cosa funzionale” e risponde a dei criteri illogici di razionalità economica dove tutte le produzioni sono aggiunte con segno positivo nel cosiddetto PIL (Prodotto Interno Lordo): più un paese produce, più è considerato ricco perché produce alti valori di PIL.

Lo spreco alimentare si allinea quindi in un contesto sociale permeato dai valori dell’edonismo, in cui l’individuo esige e pretende un piacere immediato in riposta ai propri desideri, alla pulsione del momento: noi consumatori compriamo quello che vogliamo, e lo facciamo spesso senza pensare se effettivamente utilizzeremo quel bene/prodotto acquistato. Il contesto sociale favorisce lo spreco anche nei casi in cui viene mal vista la richiesta al ristoratore del doggy bag e cioè di portare a casa i resti del pasto che non si è riusciti a consumare, e ciò avviene anche per paura di essere mal giudicati dall’altro, o per pavoneggiare uno status di benessere, di sufficienza materiale che non bisogna di attenzione verso gli sprechi di cibo.

Lo spreco alimentare ha conseguenze assai gravi su ambiente ed economia mondiale, e dunque sull’uomo. Prima di tutto perché lo spreco ha dietro di sé, una valenza sociale ed etica: nel XXI secolo, la produzione di cibo potrebbe forse essere ancora in grado di nutrire tutti, ma la fame rischia di rimanere il principale dramma per milioni di persone nel mondo (e non si parla solo dei paesi poveri): secondo la FAO “lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo nel 2015” riguarda 795 milioni di persone che soffrono dunque la fame (una persona su nove) e la malnutrizione provoca la morte di 3,1 milioni di bambini inferiore ai 5anni ogni anno.

Esistono ad oggi le misure necessarie per prevenire lo spreco alimentare, soprattutto dove più rilevante e ciò da parte dei consumatori: come accennato prima, il doggy bag, che consiste a portare da sé i resti del cibo non mangiato in ristorante, è un altro modo per evitare gli sprechi; anche i distributori possono contribuire facendo degli sconti sugli alimenti che si avvicinano alla data di scadenza o redistribuire tali alimenti alle associazioni che si prendono cura delle persone svantaggiate. Le istituzioni promuovono iniziative contro lo spreco, ne è un esempio il Senato italiano che ha approvato nell’agosto 2016 la legge anti-spreco che per obiettivo ha quello di semplificare le procedure di donazione e redistribuzione, per i più bisognosi, dei prodotti non consumati.
Come abbiamo visto, sono i consumatori che sprecano di più (54%), vediamo ora in dettaglio le pratiche dei consumatori per praticare l’antispreco.
Con l’aumento del consumo consapevole, della consapevolezza e sensibilità ai temi ambientali e sociali, si è sviluppata anche la consapevolezza dell’antispreco seppur con molti aspetti da migliorare e potenziare.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Motivazioni e fattori che influenzano il consumo alimentare responsabile

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Informazioni tesi

  Autore: Kelly Priour
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia
  Relatore: Piergiorgio Degli Esposti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 88

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Parole chiave

biologico
responsabilità sociale d'impresa
equo e solidale
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consumo alimentare responsabile
spreco alimentare
consumo alimentare sostenibile
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consumo locale

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