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Percorsi verso la dipendenza da sostanze

Prevenzione in carcere

In questo paragrafo, si cercherà di trattare ed analizzare le varie soluzioni preventive, applicabili nel delicato contesto carcerario.
Nell’istituzione penitenziaria, è possibile identificare come oggetto di prevenzione, una serie di fenomeni correlati sia alla personalità del detenuto tossicodipendente che con il problema della droga in senso lato. Il più rilevante, riguarda sicuramente il tentato suicidio, che non tratteremo in questo caso, in quanto esula dal tema che stiamo trattando. Altre condotte da prevenire riguardano le forme di dipendenza determinate da sostanze di rimpiazzo, e l’assunzione occasionale di droga introdotta clandestinamente. Oltre a ciò, bisogna tenere presente anche il problema dell’assunzione di sostanze da parte di detenuti non tossicodipendenti, che si avvicinano alle sostanze a partire dalla detenzione.

Nella dimensione carceraria, la prevenzione comporta la necessità di agire su tre livelli di operatività:
° Controllo
° Informazione – formazione del personale
° Modifiche quali – quantitative delle strutture e/o dei servizi.

Per quanto riguarda il controllo, normalmente nei vari istituti è previsto ufficialmente tutta una serie di controlli, che riguardano il monitoraggio dell’assunzione di particolari farmaci, il controllo sulle potenziali modalità di introduzione e traffico di droga, il controllo nei confronti di detenuti in particolari condizioni precarie, perquisizioni nelle celle, e così via. Tuttavia, il controllo da solo non è in grado di prevenire tali fenomeni, da un lato a causa della potenziale eludibilità dei controlli, e dall’altro perché esso non è in grado di soddisfare quelle condizioni caratteristiche degli altri livelli.
Relativamente all’informazione – formazione, occorre innanzitutto che l’informazione relativa alle tematiche correlate alle sostanze illecite, e al loro uso e abuso, nonché la capacità di saper distinguere ad esempio il consumatore dal tossicomane, deve essere alla base di tutti gli operatori penitenziari.

Inoltre, l’informazione deve influire selettivamente sulla percezione del fenomeno, poiché, nel caso di una visione distorta del drogato, si possono commettere errori, applicando una prassi permissiva o repressiva incoerente con il soggetto in questione.
Una volta data l’informazione necessaria al personale, si procede alla loro formazione. Per formazione si intende quella fase di apprendimento degli atteggiamenti e proprietà psicologiche, e delle tecniche di intervento relazionali.
Il livello di informazione – formazione permetterebbe quindi, di agire sul contesto istituzionale, e in particolare, sulle sue dinamiche relazionali, influenzando l’operatività e l’efficacia delle strategie di intervento.
Il livello relativo alle modifiche quali-quantitative delle strutture e dei servizi, è molto importante per la funzionalità degli altri.

A tal proposito, affinché si possa parlare di prevenzione, è necessario che venga garantita un’adeguata presenza di strutture penitenziarie e qualità nei vari servizi (sanitario, rieducativo, assistenziale). Questo perché, nel caso ad esempio di una carenza del servizio sanitario istituzionale, sarebbe difficoltoso arginare fenomeni come l’abuso di psicofarmaci quale terapia surrogatoria della sostanza stupefacente. Per giunta, in istituti dove vi è una forte carenza di strutture lavorative e ricreative, si presenta inevitabilmente una mancanza di stimoli per tutti i detenuti, i quali si buttano in modo ancora più evidente, nel consumo di sostanze, in modo da poter evadere da quella condizione di inedia.

Ogni livello preso in considerazione, dunque, presuppone che anche gli altri livelli vengano considerati, poiché se ci si fermasse esclusivamente sul livello del controllo, sarebbe come formare gli operatori senza tuttavia avere le strutture entro cui farli operare.
Fare prevenzione in carcere inoltre, vuol dire anche creare i presupposti per il trattamento dei tossicodipendenti, nonché aprire una strada verso un intervento psicosociale. In questo modo, l’istituzione penitenziaria piuttosto che costituire una fase di passaggio, può concretamente indirizzare il detenuto tossicomane verso un discorso di recupero, da poter essere proiettato all’esterno, una volta scontata la pena.

Affrontare il tema delle tossicodipendenze quindi, significa prendere in considerazione diversi aspetti, ovvero la cura, la prevenzione, e il recupero.
Il detenuto tossicodipendente, nel momento in cui fa ingresso in carcere, si troverà a dover affrontare un doppio stato di disagio, quello dovuto ovviamente alla sua condizione di dipendenza da sostanze, e la pesante condizione detentiva, che potrebbe comportare una modifica del “sintomo” o la sua sostituzione con un altro, di medesima intensità.

È fondamentale quindi, cercare di impedire la formazione di quelle condizioni, come la dipendenza da sostanze surrogative rispetto alla sostanza di assunzione, il consumo di droga clandestinamente introdotta, e tutte le altre forme di disagio presenti in carcere, attraverso elementi di prevenzione.
L’istituzione penitenziaria, pertanto, in ottemperanza al suo compito trattamentale, non deve trascurare l’importanza di promuovere azioni preventive nei confronti della formazione di quei fattori che potrebbero aggravare il fenomeno, ostacolando peraltro le varie azioni trattamentali.

Sebbene l’obiettivo principale dovrebbe essere sicuramente quello di favorire i detenuti tossicodipendenti all’accesso alle misure alternative alla detenzione, altresì importante è la promozione dei processi di valutazione e di prevenzione delle ricadute.
A tal proposito, per rendere efficaci gli interventi di presa in carico per i detenuti, occorre che vengano garantiti alcuni elementi, tra i quali:

° La continuità al trattamento: alcuni detenuti tossicodipendenti che fanno ingresso in carcere, sono già conosciuti dai Ser.T., altri invece sono ancora sconosciuti. Nel primo caso, è possibile ridefinire la terapia, tramite la connessione con il Ser.T. di provenienza, predisponendo inoltre una terapia farmacologica che possa contenere i sintomi di astinenza, e andando a rielaborare quei comportamenti che hanno condotto il soggetto in carcere. Nel secondo caso di tossodipendenti ancora sconosciuti ai servizi, l’istituzione penitenziaria da un lato permette di intercettare l’utenza sommersa, e dall’altro consente di intraprendere un percorso di valutazione e di cura della dipendenza da sostanze. È necessario inoltre che il carcere garantisca la somministrazione di droghe antagoniste come il metadone, nei confronti di coloro che già la assumevano all’esterno, ma deve essere anche un luogo in cui coloro che non erano in cura presso un Ser.t., possano iniziare ad assumerla.

° Azioni volte a ridurre il danno: durante il periodo di detenzione, è possibile effettuare degli accertamenti circa la presenza di eventuali malattie connesse all’assunzione di sostanze stupefacenti, in modo da poter intraprendere, ove fosse necessario, percorsi di prevenzione e di riduzione del danno.

° I centri di custodia attenuata: molti detenuti tossodipendenti passano 22 ore nella propria cella, e ciò certamente non aiuta il soggetto a intraprendere un percorso di cura, cambiamento e di riflessione sulla propria storia di tossicodipendenza, pertanto, è importante che questa categoria di soggetti, possa avere la possibilità di fare un’esperienza di vita comunitaria, attraverso strutture organizzate come i centri di custodia attenuata, che permette al detenuto di poter condividere le proprie esperienze con gli altri, e di favorire in questo modo, un processo di cura e riabilitazione.

° La reintegrazione sociale: nei confronti dei detenuti tossicodipendenti, è fondamentale che i progetti terapeutici vengano pensati in modo da favorire un cambiamento del proprio stile di vita, una volta che questi soggetti torneranno in libertà. Per un consumatore di sostanze infatti, la possibilità di avere una dimora e un lavoro su cui potersi mantenere autonomamente, rappresentano elementi fondamentali alla riduzione delle ricadute sia nel consumo che nel crimine. Per questo motivo, i Comuni devono aprirsi verso una politica di accoglienza nei confronti del detenuto, nel momento in cui tornerà in libertà. Tuttavia, al giorno d’oggi sono ancora pochi i comuni che autorizzano la residenza ad un detenuto, e la situazione si complica ancora di più, nel caso di detenuti stranieri.

° La prevenzione delle ricadute e i rischi correlati alla scarcerazione: il periodo iniziale successivo alla scarcerazione, è sempre il più delicato, dove il rischio di overdose è particolarmente elevato. Per questo motivo, la continuazione della cura intesa come continuità della terapia sostitutiva, costituisce il presupposto per una prevenzione efficace, in modo da poter diminuire la probabilità di ricaduta, e di morte a causa di overdose, subito dopo la scarcerazione.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Percorsi verso la dipendenza da sostanze

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Informazioni tesi

  Autore: Silvio Lorentini
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Scienze Sociali
  Corso: Ricerca sociale, politiche di sicurezza e criminalità
  Relatore: Ermenegilda Scardaccione
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 77

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