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Storia delle principali e più rappresentative associazioni di categoria italiane

Confindustria e il Fascismo

Nella fase iniziale del Fascismo, Confindustria non si schierò apertamente verso il movimento. Furono però diversi industriali a finanziare la campagna elettorale fascista e la discesa in campo di Mussolini.

Il movimento dei Fasci sembrava inizialmente essere molto più vicino al settore agricolo ed inoltre durante le rivolte operaie del 1920 Mussolini aveva espresso le sue simpatie verso gli scioperanti. Nel 1922 nacque ad opera di Mussolini la Confederazione sindacale fascista che aveva come obbiettivo quello di diventare un organismo unitario di rappresentanza dei lavoratori e datori di lavoro con il conseguente annullamento delle funzioni dei sindacati e di Confindustria. Nell'ottobre 1922 la dirigenza confindustriale riunita a Milano preoccupata dei problemi tra imprenditori e lavoratori divulgò un documento in cui si chiedeva a Giolitti di tornare al governo. Tale mossa non diede i risultati sperati e si risolse con un nulla di fatto, a questo punto la dirigenza iniziò una fase di consultazione con i fasci per capire la disponibilità del nuovo movimento ad adoperarsi per “frenare il movimento rivoluzionario”.

I primi atti operati dal governo Mussolini (1922) ed in particolare dal ministro delle finanze De Stefani, vennero accolti positivamente da Confindustria in quanto andavano a rafforzare il settore industriale con finanziamenti e promesse di agevolazioni fiscali per gli investimenti privati e di impresa. Nel 1923 il direttivo di Confindustria guidato da Benni, patron della Magneti Marelli, per evitare che il Partito Fascista provocasse una spaccatura nel gruppo imprenditoriale attaccando la piccola industria, costituì un comitato centrale e decise di creare una rete di servizi a livello territoriale di supporto all'attività dei piccoli industriali. Venne inoltre istituito nel medesimo anno un ufficio per il commercio con l'estero che avrebbe operato in concerto con il ministero degli Esteri.

Il sindacato fascista aveva più volte manifestato la necessità che i lavoratori e i datori di lavoro avessero un unico sindacato di riferimento. Nel corso del 1923 iniziarono a chiedere alle industrie, prime fra tutte la Fiat, di rendere l'unico sindacato abilitato a effettuare accordi di tipo contrattuale quello fascista. Agnelli in sintonia con quanto definito anche da Confindustria abilitò il sindacato fascista senza renderlo però l'unico riconosciuto dall'azienda. A metà novembre 1923 il presidente del sindacato fascista Rossoni venne indotto, sotto le spinte di Mussolini che in vista delle elezioni politiche non voleva creare dei nemici del partito, a sottoscrivere un accordo tramite cui si sanciva che il Gran Consiglio del Fascismo, riconoscendo la forte rappresentatività di Confindustria, non intendeva in alcun modo portare a scissioni o diminuzioni di efficacia della Confederazione. Si sancì inoltre che, in accordo di quanto stava perseguendo il governo centrale, le associazioni di lavoratori e datori di lavoro avrebbero dovuto perseguire lo scopo comune di crescita nazionale tramite il lavoro remunerato con il giusto corrispettivo.

Nel luglio 1925 Mussolini sostituì, sotto la spinta di Confindustria, il ministro alle finanze che diventò Giuseppe Volpi, figura molto vicina al mondo industriale che in passato aveva ricoperto anche ruoli dirigenziali nella confederazione.

Allo scopo di affermare il sindacato fascista dei lavoratori come l'unico rappresentante nelle fabbriche, Rossoni indusse uno sciopero generale a cui parteciparono anche Fiom e Cgdl (che trasformarono lo sciopero in uno sciopero verso il governo), Mussolini impose a Rossoni e a Confindustria di trovare un accordo celere e risolutivo e fu così che gli industriali furono costretti a accettare tutte le richieste della controparte sulle migliorie per i lavoratori. Inoltre il sindacato fascista ottenne l'estromissione dei consigli di fabbrica dei lavoratori, ultimo ostacolo alla loro entrata come unici rappresentanti dei lavoratori. L'estromissione non avvenne però nell'immediato. La Corporazione fascista chiedeva che questi consigli venissero sostituiti da dei rappresentanti scelti dalle Corporazioni stesse ma a questa richiesta la dirigenza confindustriale continuava a dire di no. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Storia delle principali e più rappresentative associazioni di categoria italiane

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Informazioni tesi

  Autore: Daniele Passarotti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Economia
  Corso: ECONOMIA E COMMERCIO
  Relatore: Edoardo  Demo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

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