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Cinema e propaganda nel Ventennio fascista

La questione della censura durante il Ventennio

Un importantissimo aspetto della politica cinematografica fascista non ancora trattato è quello della censura. Su questa questione non solo la Direzione generale per la cinematografia, ma anche lo stesso Mussolini in quanto spettatore giocava un ruolo fondamentale.

Già dal 1913, in “epoca liberale”, troviamo in Italia leggi che riguardano la censura ufficiale governativa. Le facoltà che queste leggi attribuivano al Ministero dell'Interno riguardavano la possibilità di vietare i film che: potessero turbare l'ordine pubblico; potessero offendere la decenza; contenessero atti violenti; offendessero l'autorità.

Nel settembre 1923 Mussolini sistemò e precisò queste norme rendendo obbligatorio per tutti i film l'approvazione del Ministero dell'Interno prima della proiezione al pubblico. L'organo che si occupava di decidere quali film fossero appropriati per gli spettatori italiani era una Commissione per la censura cinematografica, nata nel 1924, composta da un ufficiale di polizia, un magistrato, un educatore, un critico professionista ed una madre di famiglia (quest'ultima nel ruolo di voce incorruttibile della moralità). Questa commissione col tempo fu modificata numerose volte, finché nel 1935 passò sotto il controllo diretto del Ministero della cultura e propaganda divenendo un organo completamente controllato dal Partito, dunque formato solamente da Ministri e rappresentanti del PNF.

Sebbene sulla carta la Commissione giocasse ancora un ruolo, le vere decisioni di politica censoria le prendevano Luigi Freddi, Dino Alfieri e Benito Mussolini, al quale spettava l'ultima parola in quanto censore supremo. Dal 1935 in poi la nuova Direzione generale della cinematografia si occupò in primo piano della censura: Freddi voleva snellire la burocrazia imponendo un controllo preventivo a tutte le sceneggiature, così da tagliare alla radice (ovvero prima che il film venisse girato) scene che non fossero in sintonia con i concetti artistici e morali fascisti. Cambiò l'obbiettivo della censura cinematografica: lo scopo principale non era più quello “negativo” e “inquisitorio” delle origini, in cui si punivano a posteriori le produzioni, ma quello di “sviluppare un'opportuna funzione ispiratrice”.

La censura, secondo Luigi Freddi, “revisionando i copioni prima che questi siano realizzati, può valersi della sua influenza per ottenere che i soggetti siano informati a concetti e propositi più prossimo allo spirito vero della nazione”. Stando a quel che dice Cannistraro, il regime non dovette mai intervenire a vietare un film italiano una volta portata a termine la lavorazione. Questo era dovuto sia alla “scrematura” che la Direzione generale faceva già in fase di pre-produzione (poiché non si poteva ottenere assistenza finanziaria dallo Stato senza l'approvazione della commissione sulla sceneggiatura), ma anche e soprattutto al “carattere cortigiano, alla compromissione politica e all'opportunismo culturale” degli artisti coinvolti. Scrittori, registi e produttori sapendo bene cosa sarebbe e cosa non sarebbe stato tollerato dalle autorità, si “autocensuravano”. Prima del 1938 dunque i problemi più pressanti per la censura furono quelli legati alla produzione estera: sui film importati il regime operò in modo “negativo”, tagliando e distorcendo col doppiaggio le pellicole che riuscivano a passare il controllo della censura o addirittura vietando l'ingresso a determinati film.

Tra i tanti film americani vietati nelle sale italiane ricordiamo: Scarface (1932) di Howard Hawks, poiché il noir mostrava vicende di fuorilegge, delitti e cronaca nera commessi dal gangster italoamericano Tony Camonte, figura ispirata a quella reale di Al Capone; All'ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front) (1930) di Lewis Milestone, in quanto metteva in dubbio l'eroicità della guerra tanto propagandata dal regime. In conclusione, quel che gli organi di censura vogliono trasmettere agli spettatori italiani è una “rappresentazione melensa ed edulcorata della realtà”, impedendo alle pellicole di suscitare dubbi e pensieri autonomi nel pubblico. Ecco spiegato perché il Fascismo lasciasse una certa libertà alle pellicole di intrattenimento (badando che abbracciassero in modo lato i valori del regime), non puntando a trasformare del tutto il cinema in una vera e propria “macchina di propaganda”, come aveva fatto invece con la radio.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Cinema e propaganda nel Ventennio fascista

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Informazioni tesi

  Autore: Angelo Foggia
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Archeologia e storia delle arti
  Relatore: Giovanni Montroni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 104

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