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Strategie innovative per il contenimento di Pseudomonas syringae pv.actinidiae

Lotta al patogeno. Pratiche agronomiche da adottare

La lotta al PSA si basa principalmente sull'adozione di misure di tipo preventivo in quanto al momento non esistono altre pratiche fitosanitarie che abbiano dimostrato una efficacia soddisfacente.
L'azione preventiva si basa innanzitutto sulla corretta adozione delle seguenti pratiche agronomiche:
1) Concimazione
2) Pratiche di potatura
3) Irrigazione
4) Gestione dell'impianto

L'apporto di sostanze nutritive deve essere gestito nel modo più equilibrato possibile. Sono da evitare somministrazioni di quantità eccessive di concimi a base di azoto. È risaputo infatti che eccessi di questo elemento favoriscono lussureggiamento vegetativo. Piante eccessivamente vigorose con la presenza di germogli poco lignificati tendono ad ammalarsi più facilmente. Sul tessuto vegetativo giovane è più facile che si formino lesioni e micro-lesioni che rappresentano potenziali punti di ingresso per il patogeno. Lo sviluppo di un massa vegetativa smisurata può comportare l'instaurarsi di microclimi ad elevata umidità, particolarmente favorevoli per la diffusione del batterio. Sembra inoltre che eccessi di ferro siano negativi. Piante con un contenuto elevato in ferro nei tessuti tendono a manifestare una maggiore suscettibilità. È ancora da chiarire comunque in modo più approfondito il ruolo che gioca questo elemento nelle relazioni pianta-patogeno.

La potatura è sicuramente una pratica agronomica che può avere effetti collaterali negativi nei casi in cui non venga effettuata in modo corretto. Occorre ricordare prima di tutto che le cultivar di A. chinensis richiedono tendenzialmente un maggior numero di tagli rispetto alle cv di A. deliciosa, questo può essere un punto a sfavore per quanto riguarda la coltivazione di kiwi a polpa gialla. Le potature su kiwi si suddividono come nelle altre colture frutticole in potatura verde (primaverile) e potatura secca (invernale). La potatura verde andrebbe effettuata solo quando l'umidità relativa nell'ambiente circostante è bassa (Costa et al., 2012), è inoltre consigliabile lasciare una carica di gemme per ettaro non superiore a 120.000 (Cacioppo, 2010). Tra un taglio e l'altro è strettamente consigliabile disinfettare l'attrezzatura utilizzata con ipoclorito di sodio e sali quaternari d'ammonio. La potatura invernale deve essere più bilanciata possibile in relazione ai tagli già effettuati in primavera.

In Nuova Zelanda era abbastanza frequente prima dell'insorgenza dell'epidemia nel 2010 la pratica della decorticazione anulare. Questa consiste nella rimozione di una porzione di corteccia di ramo fiorale e ha come scopo quello di impedire il deflusso di linfa nelle parti basse della pianta. La linfa tenderà a rimanere nella porzione epigea, questo comporterà una fioritura più accentuata e formazione di frutti di maggiore pezzatura, e molto spesso con caratteristiche organolettiche superiori. Questa pratica in
quanto estremamente invasiva è altamente sconsigliabile e nei casi in cui venisse praticata è raccomandabile l'applicazione di prodotti battericidi allo scopo di difendere la ferita arrecata.

Un altro intervento di taglio che veniva praticato specialmente subito dopo lo scoppio dell'epidemia, quando ancora le conoscenze del patogeno erano limitate, era la capitozzatura. Questa pratica si basa su un taglio della pianta alla base e il successivo ri-allevamento. Questo consente di perdere un anno di raccolto rispetto ai tre anni nel caso di reimpianto. La capitozzatura, in generale, non ha dato risultati positivi. Nelle zone di maggiore infezione è stata confermata molto spesso la presenza di PSA a livello di liquido linfatico anche dopo la capitozzatura (Tacconi e Spinelli, 2012).

Occorre qualora venisse praticata, di avviare analisi molecolari per essere certi della assenza del batterio all'interno della pianta. Queste analisi consentono di stabilire le vie più sicure da intraprendere che nella maggioranza dei casi si limitano a l'estirpo dell'intera pianta e nei casi più gravi dell'interno actinidieto, raramente si può consigliare la pratica della capitozzatura.
Per quanto riguarda il sistema di irrigazione viene consigliato quello a goccia o a microportata. Da evitare invece l'adozione di qualsiasi tipologia di irrigazione soprachioma come ad aspersione o nebulizzazione e le quantità di acqua da apportare dovrebbero essere il più equilibrate possibili.

Eccessi possono determinare:
A) prolungata e costante apertura stomatica che può facilitare la penetrazione del batterio
B) formazioni di germogli giovani e vigorosi con un conseguente aumento della suscettibilità
C) elevato potenziale idrico potrebbe favorire la migrazione del patogeno all'interno dei tessuti vegetali (Costa et al., 2012).

Una corretta gestione dell'impianto può essere un altro punto a favore per la prevenzione dell'insorgenza della malattia. Sono da evitare in maniera più assoluta ristagni idrici. Questi possono determinare un microclima di umidità elevata particolarmente favorevole per il patogeno. Sono consigliabili quindi pratiche di drenaggio nei casi di terreni asfittici e particolarmente inclini al ristagno idrico.
Dovrebbero essere presi provvedimenti per quanto riguarda la gestione dell'impianto anche nel caso di frutteti posti in zone suscettibili all'azione del vento.

Il vento può determinare con la sua azione meccanica danni (rotture di rami, foglie, lesioni di varia entità) all'apparato vegetativo della pianta. Per questo motivo nelle zone a rischio possono essere allestite frangiventi, che sono barriere sistemate in senso ortogonale alla direzione prevalente del vento. Queste possono essere realizzate con piante vive (piante ad alto fusto), siepi morte, oppure artificialmente. La protezione dovrebbe comunque permettere la penetrazione dell'aria all'interno del frutteto. La sua azione dovrebbe quindi ridurre l'impatto del vento sulle piante esterne dell'impianto,
ridurre il rischio di insorgenza di gelate, evitare la presenza di turbolenze e anche favorire l'evaporazione dell'acqua su tutto l'impianto.

Come è stato già detto in precedenza le gelate possono avere un peso importante nel velocizzare il processo infettivo del PSA. Rimane un problema difficilmente gestibile con pratiche agronomiche, che molto spesso si sono addirittura
rivelate più dannose che altro. Per minimizzare il danno da gelo sono stati fatti studi sulla pratica dell'irrigazione antibrina/antigelo. Il principio fisico sui cui si basa l'irrigazione antibrina risiede nel calore di solidificazione dell'acqua che è pari a 89 kcal per litro (89 calorie per grammo di acqua), viene quindi in poche parole aumentato il punto di congelamento dei tessuti vegetali del kiwi. Uno studio recente del 2014 di Ferrante e Scortichini ha determinato che l'irrigazione antigelo abbia un efficacia molto bassa nel diminuire la virulenza del batterio. È però importante l'aspetto che un costante apporto di acqua potrebbe essere un punto a favore per la dispersione degli essudati del PSA.
Da questo si deduce che l'irrigazione antibrina è una pratica agronomica scarsamente consigliabile.
Nelle zone in cui si è provveduto all'estirpo degli impianti affetti dalla batteriosi, è consigliabile il reimpianto solo dopo un periodo di almeno due anni.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Strategie innovative per il contenimento di Pseudomonas syringae pv.actinidiae

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Informazioni tesi

  Autore: Daniele Concina
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Udine
  Facoltà: Agraria
  Corso: Scienze e tecnologie agrarie, agroalimentari e forestali
  Relatore: Paolo Ermacora
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 80

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