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Genere, Identità e Violenza: due autori post-stutturalisti a confronto e prospettive femministe

Femminismo Intersezionale

Sin dalle prime formulazioni teoriche, il femminismo, come movimento intellettuale e politico, ha assunto diverse forme e ha affrontando battaglie altrettanto differenti. Tutta la storia che conosciamo, è la storia scritta dagli uomini - uomini bianchi – e quella delle donne, dal bisogno di emancipazione alle questioni di genere, riveste una fascia temporale esigua che può essere identificata nel mondo occidentale solo a fine ‘700 con la Rivoluzione francese. È necessario tracciare i fatti su una linea temporale che sarà sintetica, per poter affrontare successivamente temi inerenti il femminismo e in particolare l’approccio intersezionale (paragrafo 3.1, L’intersezionalità).

L’inizio di questa linea temporale può essere definito a partire delle rivendicazioni d’uguaglianza di Olympe de Gouges, che ha sostenuto l’uguaglianza tra uomini e donne e oppostasi alla schiavitù (rispettivamente nelle opere “Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne” del 1791 e l'”Esclavage des Noirs ou l'heureux naufrage” del 1786”). L’ambiente Illuminista e la rivoluzione industriale in Inghilterra furono inoltre terreno fertile per esporre i temi della disuguaglianza anche per Mary Wollestonecraft, considerata fondatrice del femminismo liberale, attraverso l’opera “A vindication of the Rights of woman” del 1792, primo manifesto femminista. Il femminismo, come è inteso oggi, ha però le sue radici nell’ultimo ventennio dell’ottocento; precisamente solo nel 1881 il termine femminismo fu introdotto nell'uso e nel senso corrente grazie da Hubertine Auclert che lo utilizzò nella sua rivista “La Citoyenne”, pubblicata il 13 febbraio dello stesso anno. Successivamente il termine acquisirà rilevanza prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti, anche se è già a partire dal 1865 che in Gran Bretagna nasce il primo comitato per l’estensione del diritto di voto.

All’interno di quella che viene definita la prima ondata femminista (dalla Seneca Falls Convention nel 1848 a, indicativamente, il 1920) le rivendicazioni furono principalmente l’uguaglianza politica e anche la parità tra uomini e donne nel diritto di famiglia. Nascono dunque il femminismo liberale o emancipazionista, che ha nella conquista dei diritti civili il suo principale obbiettivo; e il femminismo socialista, che punta a rivendicazioni sindacali e vede nella rivoluzione e nella conseguente instaurazione di una società socialista la condizione necessaria per realizzare una reale, e non solo formale, liberazione delle donne.

Ricordiamo per quanto riguarda la prima ondata personaggi come Harriet Taylor e Stuart Mill ma anche Karl Marx e Friedrich Engels, teorici del socialismo, oltre ovviamente al movimento delle suffragiste in Gran Bretagna - la National Union of Women's Suffrage Societies (1897–1914) - chiamate dispregiativamente (e comunemente) suffragette, che chiedevano il raggiungimento di parità rispetto agli uomini dal punto di vista politico, giuridico ed economico. Il diritto di voto sarà accordato alle donne britanniche solamente a partire dal 1918 – e in Italia, ricordiamo, solo nel 1945. Ma è con Virginia Woolf (1882-1941) che prende piede il pensiero della differenza sessuale, a partire dai primi del Novecento; pensiero che avrà seguito in tutta Europa ma soprattutto in Francia e in Italia.

Nell’immediato dopoguerra si affaccia su questa scena Simone de Beauvoir (1908 – 1986) la cui emblematica frase «Donne non si nasce, lo si diventa» nella famosa opera “Il secondo sesso” del 1949 diventerà fondamentale per la teorizzazione dell’identità femminile. Nascono così le basi per la seconda ondata femminista (iniziato nel 1950 ma soprattutto dopo il movimento contro la guerra in Vietnam) che rivendica l’uguaglianza sociale e questo significa che i motivi del dominio maschile vanno individuati alla base, e cioè nella differenza sessuale.

La seconda ondata, che si è concentrata particolarmente tra gli anni Sessanta e Settanta, porta le donne a chiedere e a ottenere in gran parte diritto di divorzio, aborto, contraccezione, nuovo diritto di famiglia; e in concomitanza con le proteste contro la discriminazione razziale e le politiche neo-colonialiste degli Stati Uniti, ha il suo fulcro nel femminismo radicale. Successivamente la seconda ondata è caratterizzata da personalità come Luce Irigaray che, rileggendo i testi della tradizione filosofica occidentale, in particolari quelli platonici e freudiani, mostra che il corpo incarnato è assente dall’ordine simbolico. L’orizzonte semiotico e psicanalitico, invece, è analizzato da Julia Kristeva valorizzandone le potenzialità dei segni appartenenti alla lingua materna come fonte di espressività liberante, che emerge dal tessuto del linguaggio maschile sotto forma di trasgressione del significato e del senso normativo.

Si inizia poi a porre l’attenzione su temi assolutamente nuovi: il corpo, la sessualità, il desiderio e le scelte (o non scelte) di maternità. Questi termini sul versante più dichiaratamente postmoderno del femminismo, utilizzando le strategie decostruzioniste di Derrida e Deleuze, destabilizzano il binarismo inscritto nello schema dicotomico maschile/femminile performati dal discorso egemone, valorizzando, come si è constatato, la polivalenza della sessualità, scindendolo dal determinismo biologico, e il carattere sovversivo del desiderio. Nello stesso periodo, Gayle Rubin nel saggio “The Traffic in Women: Notes on the 'Political Economy' of Sex” del 1975, dà voce alle tutte quelle identità del femminismo che nelle teorie della differenza sessuale non potevano riconoscersi. Nascono le teorizzazioni sulla dicotomia sesso/genere.

Anche Donna Haraway, filosofa statunitense sviluppando la teoria dei cyborg, supera qualsiasi litime conosciuto dall'umanità. Negli Stati Uniti prendevano inoltre forma i primi movimenti politici per i diritti degli omosessuali, gay e lesbici, le cui istanze si univano con quelle del movimento femminista. All'interno dei femminismi stessi di quei tempi però si creavano le prime scissioni e le diverse correnti di pensiero. In questo contesto si inserisce Judith Butler, che critica, attraverso l'impronta post-strutturalista e decostruttivista, il femminismo della differenza sessuale, arrivando a dare corpo, a partire dagli anni novanta, alla queer theory. Quello che potrebbe essere definita la terza ondata, o il post-femminismo, ha deviato le istanze del femminismo della seconda ondata - inglobandole in parte – ma modificandone l'approccio teorico: questo non è più fondato sulla una differenza sessuale. Fu Teresa de Lauretis, docente italiana di filosofia a Santa Cruz (Università della California) che nel febbraio del 1990 durante una conferenza presso l'Università utilizzò il termine queer accanto al termine teoria, provocando scandalo nell'ambiente accademico ma contemporaneamente anche aperture.

Non è possibile un'azione politica fondata sull'identità di genere o sul sesso biologico, proprio perché il sesso e il genere sono prodotti del dominio eteronormativo. Il mondo è abitato da identità poliedriche, spesso indefinibili, ed è questo lo scopo della politica, per una pratica democratica dell'identità, come direbbe Butler. Un approccio teorico fondato sulle differenze sessuali è obsoleto, considerata la vasta letteratura e il proliferare dei gender studies. A tutto ciò si affianca la critica a questo femminismo mainstream, occidentale, bianco e di classe media . Si ricordino a proposito lo sviluppo dei Black Feminism in seno al mondo statunitense proprio in concomitanza con i femminismi dagli anni Sessanta in poi, che condannavano l’esclusione da quei movimenti nonché la loro particolare condizione discriminata: per il genere, per la classe, per la razza.

Diverse condizioni – non più legate al sesso o al genere - s’intersecavano per creare discriminazione e sfruttamento, e i più noti femminismi degli anni Settanta non riuscivano a trovare spazio e voce per tali disuguaglianze, nonostante l’obiettivo comune fosse ancora l’emancipazione, l’uguaglianza e la libertà dei soggetti. Si aprono ulteriori prospettive teoriche legate al potere come causa primaria dello sfruttamento e delle disuguaglianze sociali. I soggetti (di cui parlano ad esempio Judith Butler o Gayatri Spivak) sono adesso intesi come il risultato di un processo in cui intervengono molteplici differenziali di potere.

Lo sguardo etnocentrico non trova spesso spazio all’interno delle teorie femministe, anche contemporanee. È forse tale indifferenza nei confronti dei soggetti discriminati frutto di un’ulteriore forma di violenza - strutturale (3.2 Violenza strutturale) – che si impone sistematicamente e inconsapevolmente sulle categorie svantaggiate? E Quale approccio metodologico e teorico è, dunque, necessario per una politica, ancora femminista (ma transnazionale), che prenda in considerazione i soggetti sfruttati, inseriti nella varietà di categorie assoggettate dal potere?

Questo brano è tratto dalla tesi:

Genere, Identità e Violenza: due autori post-stutturalisti a confronto e prospettive femministe

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Informazioni tesi

  Autore: Laura Giaquinta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Educatore Sociale e Culturale
  Relatore: Giovanna Guerzoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 41

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