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Il decollo del culto solare nella Roma imperiale

I culti orientali nella Roma del III secolo

Non ci è dato sapere come il neo-eletto imperatore Eliogabalo reagì quando entrò per la prima volta a Roma, quale fosse stata la sua reazione emotiva, le sue parole.

Quel che è certo è che nessuno, sopratutto un adolescente proveniente da una cittadina ai limiti del deserto arabo, poteva restare indifferente dinanzi al variopinto spettacolo proposto da quello che nel III secolo rappresentava il centro gravitazionale dell'umanità, il «compendio del mondo abitato». Mauri, Numidi, Libici, Getuli, Egiziani, Arabi, Siro-Fenici, Anatolici, Traci e genti provenienti da ogni più remoto angolo dell'Impero si riversavano giorno e notte in questa metropoli dal carattere modernamente cosmopolita. Qui, all'ombra di quelle magnifiche abitazioni a più piani, palazzi antenati dei nostri grattacieli, lo straniero si integrò in fretta e, con la tipica tenacia di chi proveniente da terre povere, trovatosi in un contesto urbano dinamico, riesce ad ottenere un riscatto sulle proprie vergognose origini attraverso l'arricchimento e la scalata sociale, conquistò per sé un posto in paradiso

Dalle regioni danubiane e renane provenivano anche soldati e cavalieri della guardia personale del principe. Molti Galli si erano conquistati il loro posto al sole nell'Urbs.[...] Nello stesso Senato i veri Romani erano piuttosto rari. Da più di un secolo, la Curia si era aperta ai provinciali e, nel periodo dei Severi, gli Africani e gli Orientali erano diventati la maggioranza.

Se anche i nobili romani aveva perso l'esclusività alla toga senatoriale, lo stesso accadde per gli imperatori: nessuno dei tre imperatori precedenti il siriano Eliogabalo, infatti era nato in Italia e successivamente ad esso, i sovrani di origine non-romana sarebbero andati per la maggiore.

Un cosmopolitismo etnico a cui se ne affiancò ovviamente un altro di carattere religioso-culturale.

La spedizione vittoriosa che introdusse a Roma divinità e culti orientali risale alla fine del III secolo a.C. Dapprima incerto, poi con impeto via via più diffuso e incalzante, un mondo straniero conquistò Roma, sino a sommergere e offuscare il culto avito.

Di certo la civiltà romana non stette a guardare inerme alla rovina delle proprie tradizioni e oppose resistenza al dilagare dei culti non autoctoni che lei stessa, nella sua smania espansiva, aveva condotto tra le vie dell'Urbe. Per Altheim lo spirito romano si mantenne con successo fino al III secolo d.C. all'epoca della nostra storia, quando i culti romani originari vennero spogliati di ogni valore spirituale, le reliquie sacre defraudate dalle loro quasi millenaria collocazione e poste nel recentissimo tempio sul Palatino, sotto il dominio di quel dio le cui origini si perdevano tra i deserti arabi, là dove terminava l'Impero romano e iniziava quello dei Parti.

«L'Oronte si è riversato nel Tevere, trascinandosi dietro lingua e costumi, flauti, corde oblique, timpani esotici e ragazze che si offrono al Circo» affermava Giovenale: il fiume siriano, padre e foriero della religione orientale, aveva condotto culti di terre lontane fin nelle viscere della Capitale, e qui questi erano germogliati come fiori, accuditi dagli stessi romani, i quali rimanevano affascinati da tale esotiche bellezze. Già alla fine della seconda guerra punica, nel 204 a.C., «il Senato aveva fatto trasportare da Pessinunte, in Frigia, la pietra nera di Cibele, dea dell'Ida e dei Troiani, mitici antenati del popolo romano», e fatto dedicare lei un tempio sul Palatino, non lontano dal tempio di Apollo e dalla capanna di Romolo, «nel contesto sacro del patrimonio ancestrale della Roma Quadrata». A partire dalla sovranità di Claudio (41-54 d.C.) il culto metroaco dilagò in forma ufficiale: ogni marzo nelle vie di Roma si riversavano cortei festosi guidati dai galli eunuchi, i sacerdoti della dea, che conducevano, tra danze sfrenate e movenze lussuriose, l'idolo della Madre fino alle sponde dell'Aniene.

I devoti della Madre anatolica Ma-Bellona e della Dea siriana Atargatis poi, infliggendosi pene corporali e arrivando a sacrificare la propria virilità, volteggiavano sanguinanti per la città al ritmo di melodie esotiche.

Settimio Severo rivalutò anche la Dea Caelestis di Cartagine, sua conterranea, che veniva chiamata Giunone o Vergine Celeste, ed era stata introdotta per la prima volta da Scipione Emiliano al termine della terza guerra punica, facendola raffigurare sul rovescio delle sue monete. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il decollo del culto solare nella Roma imperiale

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Armari
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Luciano Albanese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

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