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Il ruolo dell'ideologia islamista nei processi politico-identitari del Medio Oriente. La Nuova Guerra Fredda tra Iran e Arabia Saudita

Le Primavere arabe: opportunità o minaccia?

I sovvertimenti popolari iniziati nel 2010 in Tunisia, estesesi in tutta la zona compresa tra Medio Oriente e Nord Africa e sfociati, in alcuni casi, in lunghe e sanguinose guerre civili hanno scosso profondamente l'ordine regionale, rovesciando diversi regimi autoritari che parevano ben saldi al potere e rimettendo in gioco la lotta per l'egemonia tra gli attori più influenti. Ovviamente, come la maggior parte delle dinamiche che interessano il mondo islamico, l'eco delle Primavere arabe non è rimasto intra-confine né tantomeno limitato alle richieste iniziali di democratizzazione, ma si è diffuso sulle spalle di un'orda di masse sommoventi che hanno provocato dure o durissime repliche dei governi locali e degli alleati annessi. Alcuni intellettuali arabi ritengono, infatti, che le rivolte abbiano fortemente indebolito il potere statale dei Paesi interessati e creato condizioni propizie per una rinascita del settarismo e per un ritorno alle identità primordiali, religiose e nazionalistiche.

A differenza di altri scenari in cui erano gli stati stessi ad alimentare lo scontro settario, in questa catena di avvenimenti il processo politico-identitario ha conosciuto uno sviluppo più naturale, partito dal basso e dai sentimenti individualisti di varie frange della popolazione che hanno rievocato l'impatto delle ideologie islamiste. Le classi sociali ancora fedeli ai regimi, o comunque restie ad accogliere una secolarizzazione della società, hanno affievolito l'efficacia delle proteste e generato una linea di frattura ancor più demarcata all'interno dell'azione politica mediorientale.

A rendere le Primavere arabe parte integrante del mosaico che compone la Nuova Guerra Fredda del Medio Oriente è il fatto che esse abbiano prodotto un contraccolpo immediato al quale, ancora una volta in veste di egemoni e patrocinatori del “vero Islam”, Iran e Arabia Saudita hanno avuto reazioni tanto più contrapposte a seconda della visione dei singoli eventi come un'opportunità per l'estensione o, al contrario, come una minaccia per il proprio establishment. Nella fase posteriore ai tumulti popolari, l'Iran ha guardato di buon occhio alle Primavere arabe considerandole un entusiastico punto di partenza per il “Risveglio dell'Islam”, ovvero quella continuazione e concretizzazione dell'ideologia rivoluzionaria che tanto auspicava il regime teocratico sin dai tempi di Khomeini. Più precisamente, forzando connessioni dirette tra il malcontento sociale e la necessità di unificare le correnti islamiste riemergenti, le mosse politiche iraniane si sono servite della retorica politico-religiosa al fine di riportare in voga le tematiche del sogno panislamista.

Se nel breve termine tali obbiettivi appaiono ancora molto distanti dall'essere raggiunti, in ottica futura l'Iran ha diverse ragioni per credere che l'instabilità interna dei propri nemici sia una chiara opportunità per profondare le proprie strategie espansionistiche nella regione e per sottolineare un'irrinunciabile vicinanza al mondo islamico. Forte dei consensi che queste premesse hanno rinvenuto tra gli sciiti e consapevole dell'impatto di un'ideologia rivoluzionaria in tale contesto, l'ayatollah Khamenei ha più volte dichiarato che il proprio supporto non esclude a priori gli ambienti sunniti, ma che piuttosto “si fa protettore di tutti coloro che hanno il coraggio di alzare la voce contro gli oppressori, indistintamente dalle differenze di fede o di ideali”. Questa visione a largo raggio ed eccessivamente ottimistica ha però indotto Teheran a sottovalutare l'eco e le conseguenze di questo tipo di discorsi nei propri confini, entro i quali sono scoppiate nuove tensioni tra il clero tradizionalista, più propenso a mantenersi distante dalle altre correnti religiose, e le nuove élite politiche che stanno tentando di far combaciare il concetto dell'Umma con una realpolitik strettamente necessaria per l'andamento politico attuale. Inoltre, alcune azioni hanno avuto un effetto boomerang poiché l'Iran stesso ha dovuto fronteggiare le proteste sollevate dal Green Movement durante le elezioni del 2011 e, per evitare futuri grattacapi, ridimensionare le proprie aspettative dalle Primavere arabe.

Con una percezione totalmente differente, l'Arabia Saudita ha scelto istintivamente posizioni più difensive poiché, intimorita dagli squilibri generati dalle rivolte negli ambienti sunniti, ha ritenuto opportuno porre come obbiettivo principale il mantenimento della propria sfera di influenza, sia in prospettiva geopolitica che di domestic security. Persa definitivamente la corsia preferenziale nelle politiche del Nord Africa a seguito della caduta dei regimi alleati e fronte alla capacità di Teheran di esportare un'ideologia sovversiva, i leader si sono dedicati esclusivamente ad una politica controrivoluzionaria mirata a preservare le monarchie del Golfo da qualsiasi tipo di influenza esterna. L'Arabia Saudita ha quindi propugnato una forte retorica anti-iraniana che ha sì unificato il sunnismo contro un nemico comune, ma che ha dato un'ulteriore impulso alle dinamiche settarie incoraggiando le proteste sciite e favorendo l'estremizzazione di alcuni gruppi salafiti che designano l'anti-sciismo come caposaldo della propria agenda. [...]

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Il ruolo dell'ideologia islamista nei processi politico-identitari del Medio Oriente. La Nuova Guerra Fredda tra Iran e Arabia Saudita

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Informazioni tesi

  Autore: Samuele Carlo Ayrton Abrami
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2016-17
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Esperto linguistico per le Relazioni Internazionali
  Relatore: Alessandro Quarenghi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

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