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Il dialetto di Osimo. Un'indagine sul campo

Le fonti: testi vernacolari osimani e studi sul dialetto

Un ultimo discorso preliminare spetta alle fonti, a dire il vero piuttosto limitate, che attestano o descrivono lo stato del dialetto osimano attraverso il tempo.
La città di Osimo non conosce una letteratura vernacolare prima dell’ultimo quarto del XIX secolo. Fino a quel momento, in cui fiorisce una pregevole produzione poetica, non esistono testimonianze consapevoli del volgare locale.
Il linguaggio popolare appare per la prima volta in età basso-medievale nella Carta osimana (1151), un atto notarile proveniente dall’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, situata nella bassa valle del fiume Chienti. Opera del notaio Simeone, il manoscritto contiene una formula di giuramento attraverso cui il vescovo di Osimo, Grimaldo, dona all’abate Bernardo la chiesa di Santa Maria in Selva.

Per le caratteristiche linguistiche del rogito, riconducibili a strutture dialettali di tipo mediano, si rimanda agli studi di Arrigo Castellani (1976) e di Tamba e Gibboni (2009). Meno certe sono la provenienza e la genesi della cosiddetta Canzone del Castra (XIII sec.), citata da Dante (De vulgari eloquentia I, 11) e inclusa per intero nell’antologia del codice Vaticano Latino 3793, che la fa risalire ad un enigmatico messer Osmano (= signor Osimano). Il testo della Canzone è stato analizzato da Contini (1960) e Baldoncini (1983).

Al XIV secolo risalgono i primi Statuti comunali osimani a noi giunti. Nel testo delle norme statutarie, stese in latino, vengono accolti diversi volgarismi, p.e. baptere ‘trebbiare’, barco ‘cumulo di covoni’, folea ‘verdura’ e folliarola ‘erbivendola’ (cfr. Morroni 2007, Morroni 2008: 13). Altri termini locali (toballietta, pizicharolus, trichula, ecc.) compaiono in un’opera latina di Astolfo Grandi del 1571 (cfr. Morroni 2008: 14).

Nel 1705, l’osimano Luigi Martorelli pubblica a Venezia le Memorie historiche dell’antichissima e nobile città d’Osimo, che contengono, fra l’altro, numerosi testi in volgare (lettere, atti notarili, deliberazioni consiliari) risalenti soprattutto al Quattrocento. La lingua di questi documenti basso-medievali è ormai fortemente modellata sul toscano, ma non mancano gli slittamenti nel dialetto locale, aspetto importantissimo ai fini della presente ricerca. Di queste deviazioni dal modello letterario, che consistono perlopiù in tracce metafoniche, si parlerà in § 2.1.6.

L’Ottocento vede in tutta Italia una grande apertura nei confronti del dialetto, dapprima come lingua d’arte e in seguito come oggetto di nuovi interessi scientifici.
Graziadio Isaia Ascoli, padre putativo della dialettologia, apre le pubblicazioni dell’Archivio glotto-logico italiano nel 1873. Due anni dopo, il bibliografo livornese Giovanni Papanti dà alle stampe I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, frutto di un progetto ambizioso: la traduzione in tutti i volgari italiani di una novella boccacciana, conosciuta come La dama di Guascogna e il re di Cipro (Decameron I, 9). Per Osimo, a tradurre la novellina è Alessandro Riccioni (cfr. Papanti 1875: 84-85; per il testo cfr. infra, p. 137).

Tuttavia, come ha evidenziato Morroni (2008: 22), esiste del racconto un’ulteriore traduzione, che è raccolta da Grillantini (1966: 66-67, 1975: 71), il quale non specifica però chi sia l’autore, né segnala la fonte (per il testo cfr. infra, p. 137). Nell’opera di Grillantini il brano, presentato in forma anonima, è introdotto solamente da un titolo che recita: «DIALETTO DI OSIMO (come si parlava a metà del Sec. XIX)». Il piccolo enigma filologico si risolve grazie allo studio sul dialetto arceviese di Giovanni Crocioni (1906), che ci indica il poeta anconitano Duilio Scandali (Udine 1876-Ancona, 1945) come autore della seconda versioncina. Il linguista di Arcevia, infatti, nell’accostare l’osimano ai dialetti gallo-italici delle Marche (che lui preferisce chiamare “gallo-piceni”), dichiara – per legittimare il suo gesto – di fondarsi su «varie diligenti traduzioni della solita novella, curate dallo [stesso] Scandali, nei vernacoli dei piani di Barcaglione, di Varano, di Monte Sicuro, di Osimo, ecc.» (Crocioni 1906: VIII n. 1).

Da questo passaggio si deduce, insomma, che Scandali ha redatto per Crocioni una serie di traduzioni del testo boccacciano, di cui una in dialetto osimano; ma fino a qui niente dimostra che si tratti dello stesso racconto riportato da Grillantini. Il chiarimento arriva poco avanti quando, ritornando sull’osimano, Crocioni (1906: XII n. 4) afferma: «Per dar segno della sua natura e della sua importanza [del dialetto di Osimo] basta riferire il primo periodo della novellina tradotta: “dounque stàteme a sentèi, ve vuòjo racuntà una favola graziosa moltubè”». A parte le leggere difformità (p.e. l’assenza degli accenti circonflessi, del tonico in graziosa, la presenza dell’accento su vuòjo e la /u/ invece di /o/ in moltubè), l’incipit citato da Crocioni è palesemente lo stesso che troviamo, con tutto il seguito, in Grillantini.

Tolto Riccioni, il primo autore della letteratura vernacolare osimana è – almeno per diritto di nascita – Leonello Spada (Osimo 1849-1918), di professione assistente al Collegio Campana di Osimo, appassionato di storia e di scienze naturali, disegnatore e bibliotecario (cfr. Morroni 2011: 205). Scrive soprattutto poesie, ma anche dialoghi in prosa. Ad oggi, la sua opera non è mai stata data alle stampe per intero, benché meritevole; quattro volumi di testi manoscritti sono conservati presso la Biblioteca Comunale Francesco Cini di Osimo. I versi di Spada sono di grande valore documentario perché fanno emergere un dialetto piuttosto arcaico, denso di tratti linguistici oggi desueti.

Pressoché coetanei di Spada sono l’architetto Costantino Costantini (Osimo 1854-1937) e i professori Augusto Tappa (Osimo 1854-1940) e Cesare Romiti (Osimo 1860-1936), entrambi docenti al Ginnasio Campana (cfr. Morroni 2011: 237, 239).
Hanno un’assoluta rilevanza gli scritti del già citato Carlo Grillantini (Osimo 1886-1986), sacerdote e insegnante, autore di una Storia di Osimo edita per la prima volta nel 1957 (cfr. Morroni 2011: 305), e dell’ingegnere Benedetto Barbalarga (Osimo 1887-1951). Oltre a compilare alcuni saggi sulla grammatica osimana e un glossario ricco di termini gergali rustici, Carlo Grillantini produce un’apprezzabile mole di poesie vernacolari (da lui dette sciapate, ‘bazzecole’), principalmente nella forma del sonetto. L’ingegner Barbalarga è ricordato soprattutto per essere l’autore de La battaja del porcu (la cui prima edizione risale al 1924 sotto lo pseudonimo El fiu de Pietru, cfr. Morroni 2011: 271), che Crocioni definisce «un poemetto di squisita fattura, dei più compiuti che vanti la nostra poesia dialettale [marchigiana]» (Crocioni 1934: 127). Nel corso del XX secolo il canone degli scrittori in vernacolo osimano s’accresce a dismisura: fra i maggiori ricorderemo, senza essere esaustivi, Fernanda Bellaspiga, Elmo Cappannari, Gino Vinicio Gentili, Vinicio Giuliodori, Umberto Graciotti, Armando Marra, Massimo Morroni, Sandro Mosca, Massimo Pieretti e Vittorio Pizzichini.

Pressoché in parallelo alla poesia, si sviluppa attorno al dialetto osimano anche la riflessione lingui-stica, che viene inaugurata negli anni ’30 del Novecento dalla tesi universitaria di Alessandro Niccoli (Roma, 1916-Osimo, 1999). Osimano d’adozione, Niccoli sarà preside del Liceo Ginnasio Campana, sindaco di Osimo e senatore della Repubblica, nonché compilatore di un Dizionario della lingua italiana e coautore dell’Eniclopedia Dantesca (cfr. Morroni 2011: 298). Il suo studio (cfr. supra, § 1.2.2), basato sullo spoglio delle rime vernacolari e sull’ascolto diretto dei dialettofoni, possiede un valore storico-scientifico inestimabile, giacché fotografa lo stato della parlata osimana così com’era prima del boom economico degli anni ’50-60.
[...]

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Il dialetto di Osimo. Un'indagine sul campo

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Cintioli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Clara Ferranti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 147

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