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Lo standard di ragionevolezza

Lo standard del “reasonable man” nel diritto americano ed il raffronto con la diligenza del buon padre di famiglia

Nella giurisprudenza americana, lo standard of “reasonable man, “reasonable person” o “the man on the Clapham omnibus” ha trovato il suo massimo sviluppo, soprattutto perché, come si vedrà, il suo ambito di applicazione è risultato esteso, dal duty of care e dalla action of negligence, anche nell’ambito contrattuale e nella Criminal law. Sul piano istituzionale, bisogna sottolinearlo, diverse sono le caratteristiche del modello americano che lo rendono profondamente difforme rispetto a quello inglese e che, al contempo, ne costituiscono la principale nota di originalità rispetto al tronco comune di common law. La Costituzione del 1787, con i suoi successivi emendamenti, e il sistema federale, con al vertice la Corte Suprema, sono le peculiarità americane più importanti.

Il concetto di “reasonable man” è suscettibile di essere applicato in molti settori del diritto: sicuramente, gioca un ruolo cruciale nel diritto penale e nella disciplina dei Torts, ma, nondimeno, viene utilizzato anche nel diritto contrattuale, per determinare lo scopo delle parti durante la negoziazione e nella fase successiva alla conclusione del contratto stesso. Lo standard del reasonable man presuppone, dunque, che il giudice debba valutare come si sarebbe comportato un “ordinary citizen” in una determinata circostanza, così come, nell’ordinamento italiano, l’art. 1176 fa riferimento alla diligenza del buon padre di famiglia per valutare la responsabilità civile.

Negli stessi termini, si è parlato di “standard of reasonableness” per indicare un soggetto “neutrale”, dotato delle stesse conoscenze preliminari delle parti al momento della conclusione del contratto, del quale si va a valutare il comportamento nel caso in cui fosse stato nei panni di una delle parti. Per citare W. E. Joachim, “l’uomo ragionevole può essere definito come una persona fittizia, che possiede e che esercita le qualità dell’attenzione, della conoscenza, dell’intelligenza e del giudizio che la società richiede a ciascuno dei suoi membri per proteggere gli interessi suoi propri e quelli degli altri”.

Il criterio della reasonableness in tutte le sue varianti, ricorre con molta frequenza nel diritto contrattuale americano, un po’ come tutti quei concetti che, essendo indeterminati, consentono di filling the gaps. I giuristi nordamericani impiegano il concetto di ragionevolezza come criterio generale di valutazione del comportamento umano in un una pluralità di casi concreti, che vanno dalla interpretazione del contratto al risarcimento del danno, fino al dovere di evitare o limitare il danno. Fin qui, non ci sono differenze sostanziali con il diritto anglosassone: in entrambi i casi abbiamo un riferimento alla reasonableness e allo standard del reasonable man, e pure in entrambi i casi la ragionevolezza assume un suo rilievo sia con riferimento alla responsabilità civile nella Torts Law, sia con riferimento al diritto contrattuale, ove essa assurge a criterio di valutazione della legittimità di patti e di clausole e della loro rispondenza alla legge e al volere delle parti.

Tuttavia, una differenza viene messa in evidenza da Stefano Troiano, e cioè la peculiarità del sistema americano è rappresentata dal fatto che, accanto allo standard di ragionevolezza, si riscontra una insolita apertura verso il canone della good faith. L’autore dimostra, in via esemplificativa, come un obbligo generale di buona fede nella esecuzione del contratto sia previsto in molte disposizioni dello Uniform Commercial Code e del Restatement (Second) on Contracts. Si dice che in tutto il testo dell’UCC, il riferimento alla buona fede appare almeno una cinquantina di volte – senza tralasciare che, invece, la parola “reasonable” appare più di duecento volte in tutto il testo.

Per ciò che concerne, invece, lo standard of the reasonable man più nello specifico, sempre in relazione al diritto dei contratti, è stato evidenziato come questa figura rappresenti uno dei pilastri sui quali di fonda la teoria della dichiarazione. Secondo la teoria della volontà – elaborata dalla Pandettistica ottocentesca – il perno fondamentale del contratto consiste nella volontà: ciò che conta è la volontà interna, così, eventuali divergenze tra voluto e dichiarato vanno ad inficiare il contratto. La teoria generale del diritto, però, ha visto trionfare la teoria oggettiva, o della dichiarazione. Qui ciò che conta non è l’intimo volere delle parti, ma è la manifestazione di questa volontà così come destinata ad essere percepita dalla controparte.

Si è evidenziato supra il parallelo che, alla stregua del diritto americano, può essere fatto tra lo standard of reasonable man e la diligenza del buon padre di famiglia. La scelta, fatta talora dal legislatore nel recepimento delle direttive comunitarie, talaltra dall’interprete, di leggere nel parametro della persona ragionevole il modello di condotta del buon padre di famiglia, merita, secondo alcuni un ulteriore approfondimento. In modo particolare, ci si è interrogati sul contenuto di questo comportamento e sul livello di impegno richiesto. Ora, il problema si ripropone anche analizzando altre norme, nazionali ed internazionali (si pensi alla Convenzione di Vienna). Invero, molto spesso è stato sottolineato come la figura del reasonable man possa essere inteso come la personificazione del bonus pater familias del commercio internazionale. Chi scrive ritiene, pur essendo consapevole di non esserne forse all’altezza, che tale distinzione risieda nella generalità e flessibilità del concetto di ragionevolezza e nella sua caratteristica di “adeguarsi” alle circostanze e al contesto nella quale si analizza.

Certamente, è possibile affermare che, proprio in virtù della elasticità del concetto, quello del reasonable man può essere considerato, per certi versi, più ampio del concetto di buon padre di famiglia. La ragionevolezza, secondo chi scrive, implica la ponderazione di tutte le circostanze rilevanti: uomo ragionevole è colui che, tenendo conto degli interessi propri e altrui in gioco, tiene il comportamento più adeguato alla realizzazione di un dato scopo.
Ora, anche con riferimento al diritto americano, è possibile citare degli episodi giurisprudenziali che consentono di verificare in che modo i giudici abbiano adoperato lo standard di cui trattasi nella risoluzione di una controversia. Il caso ha come protagonisti i giudici americani della Corte d’Appello del Secondo Circuito nel caso United States v. Carroll Towing Company del 1947, anch’essi chiamati a determinare “the standard care for the tort of negligence”.

Un rimorchiatore, che doveva trasportare una chiatta fuori dal porto di New York, aveva tentato di separarla da una fila di chiatte a cui era legata, ma una seconda chiatta si era slegata colpendone una terza. Sulle chiatte non era presente alcun addetto e così l'equipaggio del rimorchiatore aveva dovuto provvedere direttamente a slegare le chiatte. Tale operazione non era stata fatta in modo soddisfacente. Di conseguenza occorreva determinare se la responsabilità fosse del proprietario del rimorchiatore o di quello delle chiatte, poiché il primo non aveva eseguito in modo diligente l'operazione di separazione delle chiatte, mentre il secondo non aveva previsto alcun dipendente per compiere tale operazione. Il caso venne sottoposto al giudice Hand il quale, una volta stabilito che non esiste nessuno standard di diligenza per gli operatori di chiatte e rimorchiatori, ha formulato la celebre "regola di Hand" (poi consacrata in via definitiva con l'inclusione nel Restatement (Second) on Torts - par. 291-293 e resa ancor più celebre dagli scritti del professor Posner) per determinare il comportamento ragionevole date le circostanze, facendo dipendere l'attribuzione della responsabilità da tre elementi: la probabilità che avvenga l'incidente, la gravità dei danni derivanti ed infine il costo delle precauzioni che avrebbero evitato l'incidente stesso. In base a questa formula, la violazione sussiste quando il costo che il convenuto deve sopportare per evitare il danno è minore all’entità del rischio del danno moltiplicata per la gravità del danno stesso.

Come accennato, lo standard di ragionevolezza ha assunto, nella giurisprudenza americana, un ruolo centrale anche nella Criminal law ed in modo particolare al tema della self-defence. Per citare solo uno dei casi celebri, si può guardare al caso People v. Goetz del 1986, che, tra l’altro, ha avuto un forte eco sulla stampa e sull’opinione pubblica perché collegato al tema della discriminazione razziale, tant’è che, nel linguaggio comune, il protagonista di questo caso è passato alla storia come “il giustiziere delle metro”. Quattro giovani di colore prendevano la metro nel quartiere Bronx di New York e due di loro avevano con sé dei coltelli. A Manhattan, un uomo, il sig. Goetz, saliva sul treno, sedendosi accanto ai ragazzi. Quando uno di loro gli si avvicinò, chiedendo cinque dollari, il sig. Goetz, temendo si trattasse di una rapina, estrasse una pistola, detenuta illegalmente, e sparò cinque colpi, ferendo i ragazzi, uno dei quali rimase a vita paralizzato. Il Grand Jury risolse la questione facendo leva, appunto, sullo standard di ragionevolezza ed affermando che “a person may use deadly force in self-defence if he reasonably believes that said force is necessary to protect himself”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Lo standard di ragionevolezza

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Informazioni tesi

  Autore: Giovanna Pennacchio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi del Sannio
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Camilla Crea
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

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