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GENNAIO 1943: La ritirata degli alpini di Russia nelle memorie di un testimone

Gli sfondamenti e la “Grande ritirata”

Per vari chilometri di fronte la “Julia” s’era tutta schierata lungo il Don. Una linea di trincee costeggiava le rive del fiume che scorreva placido tra i due schieramenti nemici.
I soldati iniziarono ad interagire con gli abitanti dei villaggi vicini, che offrivano l’ospitalità delle loro isbe, nella speranza che così facendo almeno i Tedeschi non gliele avrebbero requisite. Le esecuzioni sommarie dei Russi catturati si susseguivano, mentre i prigionieri aumentavano ogni settimana.

Le giornate passavano lente, senza grosse perdite nella stagione autunnale. I soldati erano perlopiù impegnati a scavare gallerie sotterranee temendo l’approssimarsi del tanto temuto inverno Russo. Tutti i camminamenti ed i rifugi furono coperti con tronchi e una buona porzione di paglia fresca, mentre alle finestre furono apposti i vetri raccolti dalle isbe diroccate. La battaglia con l’inverno ebbe inizio.
Il 10 dicembre 1942, ingenti forze sovietiche attaccarono le nove divisioni dell’ARMIR schierate lungo il Don. I Tedeschi erano stati accerchiati a Stalingrad e ormai la campagna stava avviandosi verso un rapido declino.

Tra l’11 e il 15 dicembre a Taly presso il limitare dei loro settori, il II Corpo d’Armata da cui dipendevano le divisioni “Cosseria" e “Ravenna” non esisteva più. La città bruciava. Attacchi e contrattacchi si susseguirono ad ogni ora. La temperatura gelida era in continua diminuzione, persino i Russi si trovavano in difficoltà e nell’avanzare si acquartieravano nei ricoveri, costruiti per il personale che ne aveva la difesa.
L’arretramento confuso provocò ulteriori perdite e la mancanza di rincalzi, di unità per il contrattacco e di riserva rendeva ormai impossibile ogni reazione di movimento.
Ebbe così inizio la vera e propria azione della “Julia”, chiamata a Nowo Kalitwa in soccorso dei malcapitati fanti.

Il 18 dicembre, dopo alcuni giorni di marcia, il 3° artiglieri montagna e qualche altra forza della “Julia”, giunsero a Mitrofanowska. Incrociarono i pochi reduci della “Cosseria” che stavano ripiegando sull’incalzare del nemico. Le temperature erano costantemente di trenta-trentacinque gradi sotto zero. I primi a morire congelati furono i muli, poi toccò agli uomini. Alla “Julia” fu comunque ordinato di tenere le posizioni. Ad ogni costo.
I combattenti della divisione proseguirono fino a Ivanowka dove riuscirono a salvare qualche superstite quasi completamente assiderato.

Il 19 dicembre il nemico prese ad avanzare su Ivanowka, costringendo i soccorritori della “Julia” ed i pochi superstiti ad arretrare.
Gli alpini fecero cerchio attorno ai cannoni e furono bloccati a pancia in giù sulla neve. Il nemico affidò al gelo il primo attacco. Poi iniziarono le grida mischiate agli spari. Le isbe si incendiarono e i soldati furono costretti a fuggire ancora, indietro verso Novo Kalitwa. Intanto i sovietici avanzavano creando una linea su Kantemirovka e Cerkowo, quaranta chilometri all’interno della linea italiana sul Don.

Le divisioni di fanteria dell’ARMIR furono costrette ad arretrare a piedi e decine di migliaia di uomini morirono di fame o di freddo. Molti furono fatti prigionieri.
Il grosso delle forze della “Julia” intanto aveva mantenuto le proprie posizioni sul Don. Infatti mentre le Divisioni di Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don. Sul fianco destro ormai completamente scoperto, venne spostata la Divisione “Julia” mentre la Divisione “Vicenza” prendeva il suo posto tra “Tridentina” e “Cuneense”.

Il 12 gennaio 1943 i sovietici diedero inizio all’offensiva Ostrogorzk-Rossoš, l’ultimo grande attacco che sfondò il fronte tenuto dagli Ungheresi a nord e quello tedesco al sud. Puntarono ad ovest su Rovenki contro quel che rimaneva della “Cosseria" e a nordest su Rossoš, dove era presente il comando generale. La “Julia” insieme alla “Cuneense”, la “Tridentina” e la “Vicenza”, fu chiusa in una sacca: iniziò così la Grande ritirata degli alpini, ormai completamente accerchiati.

L’ordine di ripiegare dal Don venne dato solamente il 15 gennaio dal generale Nasci, nonostante l’ordine tedesco di non ripiegare. «Non lasciate i cucchiai nelle gavette, fanno rumore e bisogna fare il tutto nel massimo silenzio.» raccomandava l’allora sergente maggiore Rigoni Stern della 55^ “Vestone” quando comunicò gli ordini alle sue squadre.
Gli alpini erano in fermento. Di lì a poco avrebbero potuto persino «Arrivare a Baita».

Le tane rimasero vuote; poche cartoline sparse e calze sporche sui luridi pagliericci. Iniziarono a camminare un passo dietro l’altro. Nel buio e nella gelida coltre bianca sprofondavano in centinaia, nella continua paura che un carro armato russo uscisse dalla tormenta. Il tempo pareva quasi immobile. Unico conforto le brevi soste tra le isbe. Gli abitanti delle isbe non erano aggressivi, si trattava per lo più di donne e bambini che guardavano con occhi pietosi i poveri reduci Italiani, offrendo loro il calore del fuoco e a volte qualche cosa da mangiare. Ed allora, nei momenti di lucidità, ci si guardava indietro e ci si accorgeva delle perdite, contando parecchi uomini in meno dal giorno della partenza dal caposaldo.

“Julia”, “Tridentina” e “Cuneense” non esistevano più: restava solo una immensa ed informe colonna di disperati. Ognuno per proprio conto, cercava di salvarsi la vita. Chiusi nella sacca, senza sapere dove si trovassero di preciso, gli alpini avanzavano piano tra i villaggi in rovina, tenendo sempre la retroguardia attiva e vigile per cogliere qualsiasi movimento nemico.
Il 26 gennaio iniziò l’ultima battaglia della ritirata di Russia per sfondare lo sbarramento sovietico a Nikolajewka. Il 25 gennaio la “Tridentina” arrivò al villaggio di Nikitowka, nei pressi dello sbarramento. Dietro l’immane colonna di sbandati che avevano perso il contatto con i propri comandi. L’armamento, già insufficiente e superato era stato in gran parte abbandonato, non esistevano slitte in dotazione e gli unici mezzi erano i muli.

I Russi attaccarono i villaggi vicini per bloccare ogni azione avversaria.
Il primo scontro fu violentissimo e si prolungò per tutta la mattina. I Russi arretrarono e la strada fu libera fino a Nikolajewka.
Ormai le condizioni disperate degli uomini non potevano che accrescere la loro necessità di sfondare quell’ultima linea, di gettarsi contro il nemico, sfondarne le file e finalmente oltrepassare la Russia, il freddo, Mussolini ed ogni altro ostacolo alla salvezza.
La città avvolta nel buio osservava i reduci protetta dai mortai e dai mitragliatori sovietici: un’intera giornata di scontri e infine l’enorme colonna superò convulsamente la ferrovia, travolse la linea sovietica e si disperse tra le isbe.
Erano in molti in condizioni critiche, non solamente Italiani o Tedeschi ma anche Russi.

Anche loro avevano i feriti, i paralizzati dal gelo e gli affamati. Fu tra quelle isbe che il sergente maggiore Rigoni trovò riparo ancora una volta. Vagava tra le caotiche vie del villaggio, confuso dai combattimenti e dalla moltitudine di feriti. Decise di entrare in un isba e si trovò di fronte due soldati sovietici. Si osservarono a lungo, cercando gli uni negli occhi dell’altro la ferocia del nemico ma infine l’umanità, o forse più la stanchezza trionfò. Si sedette al tavolo e bevve del latte caldo preparato da una donna russa sotto gli occhi dei soldati avversari. Ringraziò e uscì di nuovo nella realtà della guerra.

Il giorno seguente la ritirata riprese verso ovest. Furono costretti ad abbandonare molti feriti proseguendo a Occidente. Lo sbarramento principale era stato superato.
Camminarono ancora per alcuni giorni sotto la tormenta ed i continui attacchi della caccia sovietica. Il 31 gennaio le truppe in ritirata si ricongiunsero con il comando dell’ARMIR. Umberto Quattrino ricorda così questo momento:

«Nel pomeriggio incominciano ad arrivare alcune autoambulanze tedesche e italiane per caricare i feriti e i congelati più gravi; la vista di questi automezzi convince anche i più scettici che ormai siamo ricollegati al mondo, alla vita.»

Percorsero altri settecento chilometri a piedi e raggiunsero Gomel il primo marzo 1943.
Dopo due settimane arrivarono in Italia con diciassette brevi convogli anziché i duecento utilizzati per arrivare in Russia nell’estate ’42.

Questo brano è tratto dalla tesi:

GENNAIO 1943: La ritirata degli alpini di Russia nelle memorie di un testimone

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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Marquardi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Udine
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Fulvio Salimbeni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 88

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