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La traduzione e il discorso politico: tradurre Donald Trump dall’inglese al francese

Affontare la traduzione del discorso politico

In primo luogo, richiamando in causa Newmark, è interessante osservare la distinzione da lui elaborata secondo la tipologia dei testi e i conseguenziali effetti che la loro differenza comporta sui metodi di traduzione. Egli distingue una tipologia espressiva, informativa e vocativa. Per soffermarci sui nostri specifici interessi riguardanti il discorso politico e i criteri di traduzione ad esso adattabili, illustreremo il tipo espressivo e vocativo.

La tipologia espressiva del testo è rappresentata dai testi «autorevoli», ovvero gli scritti, o, nel nostro caso, i discorsi, realizzati da autori che posseggono autorità al livello del testo e a livello della lingua, tra cui si includono i discorsi politici.

Questi ultimi possono dimostrare una seconda attitudine, quella vocativa, propria della propaganda, un’attività fondamentale per l’affermazione di una forza politica in cerca di consenso, sia in una prima fase di campagna elettorale, sia nella fase di insediamento avvenuto, al fine di mantenere il potere. È quindi di rilevante importanza per il traduttore, in questa prospettiva “newmarkiana”, comprendere quale tipologia di testo si stia affrontando.

I criteri di traduzione proposti secondo la distinzione testuale sono i seguenti: nei testi espressivi, tra cui quelli autorevoli, nonché letterari, lo stile ideale è quello individuale del parlante, mentre l’enfasi del testo deve ricadere sulla lingua di partenza. Il punto focale è la prima persona, l’autore, e il metodo traduttivo proposto è quello letterale (traduzione semantica).

L’unità della traduzione è di piccole dimensioni, corrisponde a una collocazione o alle singole parole, il tipo di linguaggio è figurato e la perdita di significato è considerabile. La formulazione di nuove parole o significati è obbligatoria se presenti nel TP, le parole chiave, e quindi da mantenere, sono i leitmotivs e gli indicatori stilistici (ovvero quelle parole o frasi ripetute che indicano la direzione del pensiero dell’autore).

Le metafore inusuali devono essere riprodotte e la lunghezza del testo in relazione all’originale deve corrispondere più o meno alla stessa nel testo di arrivo. Differentemente, nel testo di tipo vocativo, che include scritti polemici, pubblicità, regolamenti e propaganda, lo stile ideale adottato è quello persuasivo o imperativo.

L’enfasi del testo deve concentrarsi sulla lingua di arrivo (poiché obiettivo principale dell’intento vocativo stesso), e il punto focale è, per questo motivo, il lettore, la seconda persona. Il metodo applicato è la ricreazione di un effetto equivalente (traduzione comunicativa), l’unità traduttiva è ampia, riguarda l’intero testo o il paragrafo.

Il tipo di lingua deve presentare una forma accattivante e la perdita di significato dipende dalle differenze culturali tra le due lingue. Parole e significati nuovi possono essere introdotti, fatta eccezione per i testi formali; le metafore inusuali devono essere ricreate, mentre non ci sono norme rispetto alla lunghezza del testo.

Schäffner ritiene che, essendo i testi di partenza prodotti nello specifico contesto di origine, indirizzati al pubblico della lingua di partenza, «source», presentano, secondo il loro scopo principale, un intento persuasivo e non informativo.

Diversamente, i testi di arrivo non tentano di persuadere l’audience della cultura di arrivo, piuttosto intendono informarlo rispetto agli eventi che si sono prodotti nella cultura di partenza. Come Newmark, anche Schäffner sostiene che questi cambiamenti nella funzione del testo determinano le strategie traduttive.

Ogni tipo di testo politico possiede la proprie convenzioni contestuali, pragmatiche e collegate alla propria tipologia testuale, ognuna di queste richiama una differente strategia traduttiva. Una strategia traduttiva ampiamente usata, soprattutto per omettere o eliminare un’informazione, si riscontra negli stessi discorsi politici.

In questo caso delle frasi o dei passaggi sono cancellati poiché indicano la specifica situazione di produzione del testo originale o perché hanno scarsa rilevanza, se non a livello microstrutturale. Schäffner elabora ulteriori osservazioni rispetto al processo traduttivo che coinvolge in particolare la sfera politica: poiché il testo di partenza è inteso per il pubblico della comunità della LP, alcune informazioni possono essere lasciate implicite dai parlanti perché potrebbero dare per scontata un terreno di conoscenza reciproca.

Dato che non si può supporre automaticamente che il pubblico del TA condivida la background knowledge della cultura di partenza, il traduttore, in quanto mediatore competente e ben informato, dovrà decidere se la lacuna di background knowledge debba essere tenuta in considerazione e se così fosse, come dovrebbe essere appropriatamente fatto, se colmarla con le informazioni della cultura di partenza o se ricontestualizzarla rispetto alla cultura di arrivo.

Non è solo l’omissione o il tentativo di evitare alcuni termini ad essere politicamente rilevante nel processo traduttivo, ma anche, e forse anche maggiormente, la scelta di particolari parole o frasi.

Tali parole sono radicate in una particolare ideologia e il traduttore deve prestare attenzione a questi indizi e «convenzioni simboliche» che creano quadri di interpretazione. Schäffner (1997) cita Markstein (1994) che, in riferimento ai testi dell’ex unione sovietica, parla persino di «nomenclatura linguistica propagandistica», ovvero parole il cui significato sia stato ideologicamente determinato e che consistono in un «codice per i membri di uno specifico gruppo». [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La traduzione e il discorso politico: tradurre Donald Trump dall’inglese al francese

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Informazioni tesi

  Autore: Angelica Santullo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Mediazione Linguistica e Culturale
  Corso: Linguistica e Lingue europee
  Relatore: Laura  Santone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

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